Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 15/05/2019

Polizza vita e lesione della legittima

L’assicurazione sulla vita in favore di un terzo è uno strumento che si inquadra a pieno titolo nell’ambito della generale funzione di previdenza e di risparmio. Dal punto di vista strutturale, l’istituto rientra nel più generale schema del contratto a favore del terzo, disciplinato dagli artt. 1411 ss. c.c. Qualunque soggetto diverso dal contraente può essere designato quale beneficiario della polizza vita, ivi compreso lo stesso assicurato e la designazione del beneficiario può essere contestuale alla stipula del contratto di assicurazione (già nella proposta o nella polizza il contraente indica, sia pure genericamente, il beneficiario) o successiva, purché, in tale ultimo caso, anteriore alla verificazione dell'evento assicurato: nello specifico, la designazione successiva può essere fatta: (i) con dichiarazione scritta comunicata all'assicuratore; (ii) nel testamento (v. art. 1920, comma 2, c.c.).

E’ importante evidenziare che la designazione del beneficiario è generalmente qualificata come negozio unilaterale, in quanto la sua validità prescinde sia dal consenso o dall’adesione dell'assicuratore che dalla dichiarazione del terzo di volerne profittare. Il terzo comma dell’art. 1920 c.c. nello stabilire, espressamente, che “per effetto della designazione il terzo acquista un diritto proprio a vantaggio dell’assicurazione”, sancisce il principio secondo cui il terzo acquista un diritto autonomo all’indennità assicurativa, anche in assenza di espressa accettazione. L’obbligazione di pagamento gravante sull’assicuratore discende esclusivamente dal contratto di assicurazione e dalla designazione del beneficiario, mentre la morte dell’assicurato (evento assicurato) rappresenta il momento di consolidamento del diritto già acquisito inter vivos e non mortis causa. Ciò comporta che, in sede di apertura della successione del soggetto assicurato, anche qualora i beneficiari siano eredi legittimi del contraente, il diritto a beneficiare della prestazione dell'assicuratore non appartiene loro iure hereditatis (non essendo parte del patrimonio del contraente), ma iure proprio, ovvero sulla base del contratto di assicurazione. Nella ipotesi delineata il diritto alla somma assicurata spetta a chi, alla morte dell'assicurato, sia chiamato alla successione legittima o testamentaria  e l’acquisto opera autonomamente ed è svincolato dalle norme successorie: ciò comporta delle conseguenze di rilievo in quanto (i) non sarà applicata l’imposta successoria e (ii) l’erede può rinunciare all’eredità ed esigere il beneficio e, in caso di più eredi, l'indennità andrà ripartita tra loro in parti uguali e non in proporzione alle rispettive quote ereditarie (Cass. n. 19210/2015).

Qualora, invece, l’erede non sia il beneficiario della polizza e subisca una lesione della propria quota di legittima dai beni conferiti dal de cuius nel contratto assicurativo bisogna chiarire in che rapporto si pone la polizza vita stipulata dall’assicurato con la tutela dei legittimari, suoi eredi. Il problema si pone sull’indennità maturata che viene corrisposta in favore dei beneficiari (qualora non coincidano con gli eredi legittimari del de cuius-assicurato). Al riguardo, si ritiene che la stipulazione di una polizza vita “a contenuto finanziario” a favore di un terzo rappresenti un’ipotesi di donazione indiretta: con lo strumento assicurativo si attua, infatti, un trasferimento indiretto al beneficiario di somme di denaro. Pertanto, anche la polizza sarà assoggettabile alle norme in tema di collazione e riduzione in caso di lesione della legittima. E, tuttavia, oggetto di imputazione o collazione saranno unicamente i premi versati in vita dal de cuius e non il capitale poi liquidato al beneficiario in forza del contratto di polizza (e ciò si evince anche dall’interpretazione letterale dell’art. 1923 c.c. rubricato “Diritti dei creditori e degli eredi”).

La corresponsione dell’indennità a favore del beneficiario non determina, infatti, un depauperamento del patrimonio del contraente e, quindi, non può costituire oggetto di un atto di liberalità ai sensi dell’art. 809 c.c., assoggettabile alle norme sulla riduzione delle donazioni per integrare la quota dovuta ai legittimari. Il solo depauperamento che si verifica nel patrimonio del contraente è dato dal versamento dei premi assicurativi da lui eseguito in vita e, quindi, solo le somme versate a tale titolo possono considerarsi oggetto di liberalità indiretta a favore del terzo designato come beneficiario, con conseguente assoggettabilità all’azione di riduzione.