Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Valeria Cianciolo - 04/12/2018

Pornografia minorile e pericolo di diffusione: le Sezioni Unite finalmente ci ripensano. Nota a Cass. Pen., Sezioni Unite, 15 novembre 2018 n. 51815

Dopo quasi due decenni, le Sezioni Unite hanno aperto un varco nella consolidata giurisprudenza in materia di pornografia minorile, sconfessando l’interpretazione dell’art. 600-ter c.p. inaugurata dalle Sezioni Unite n. 13 del 2000 e affermando il seguente principio di diritto: «ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600-ter comma 1 n. 1 c.p., con riferimento alla condotta di produzione del materiale pedopornografico, non è più necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla legge 6 febbraio 2006 n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale».

 Il fatto. Un ministro di culto cattolico induce alcuni minori alla prostituzione e scatta fotografie dei loro genitali, mentre posano nudi per lui. Il materiale rimane custodito su un computer e non viene diffuso.

Investiti della questione, i giudici di merito hanno confermato l’imputazione ex art. 600-ter, comma 1, c.p. proposta dalla procura. Nel ricorso in Cassazione, però, la difesa ha posto l’accento sulla mancata valutazione dell’effettivo pericolo di diffusione esterna del materiale. Secondo i legali, si tratterebbe di un elemento essenziale ai fini dell’applicazione della disposizione, la cui mancanza avrebbe dovuto indurre il decidente, se non ad assolvere, quantomeno a condannare l’imputato per la più lieve ipotesi criminosa di cui all’art. 600-quater c.p.

La Terza Sezione decide di affrontare di petto la questione, analizzando l’evoluzione normativo giurisprudenziale del delitto di pornografia minorile, e dando conto delle ragioni che militano a favore di un’interpretazione più estensiva e rigorosa rispetto a quella proposta dalla difesa, e rimasta fino ad oggi, dominante.

Con ordinanza n. 10167/2018, la terza sezione penale della Corte di Cassazione ha dunque, rimesso alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto in tema di pornografia minorile: «se, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600-ter comma 1 n. 1 c.p., con riferimento alla condotta di produzione del materiale pedopornografico, sia ancora necessario, stante la formulazione introdotta dalla L. 6.2.2006 n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale, come richiesto dalla sentenza a Sezioni Unite 31.5.2000 n. 13, confermata dalla giurisprudenza di questa sezione anche dopo la modifica normativa citata».

All’udienza del 31 maggio 2018, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, in linea con le argomentazioni esposte nell’ordinanza, hanno fornito risposta negativa.

Il 15 novembre 2018 sono state depositate le motivazioni della sentenza n. 51815 sopra riportata, con cui è stato affermato il seguente principio di diritto: «ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600-ter comma 1 n. 1 c.p., con riferimento alla condotta di produzione del materiale pedopornografico, non è più necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla legge 6 febbraio 2006 n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale».

L’art. 600 - ter c.p. e la nozione di sfruttamento. Come noto, l’art. 600 ter c.p. punisce chiunque, utilizzando minori di anni 18, realizzi esibizioni pornografiche o produca materiale pornografico ovvero induca gli stessi a partecipare ad esibizioni pornografiche (comma 1), chi faccia commercio del suddetto materiale (comma 2), chi, al di fuori dei casi dei primi due commi, con qualsiasi mezzo, anche telematico, distribuisca, divulghi, diffonda o pubblicizzi il materiale pornografico o distribuisca o divulghi notizie o informazioni finalizzate all'adescamento o allo sfruttamento sessuale dei minori (comma 3), chiunque, al di fuori delle ipotesi dei commi 1, 2 o 3, offra o ceda ad altri, anche a titolo gratuito, il suddetto materiale (comma 4), con aggravamento di pena nei casi del terzo e comma 4 ove il materiale sia di ingente entità. Il sistema è stato poi ulteriormente affinato con la Convenzione di Lanzarote e la legislazione nazionale ha mostrato nel corso degli anni un rigore crescente.

La condotta di “sfruttamento” disciplinata dal comma 1 ha dato subito luogo a un contrasto interpretativo, su cui sono intervenute prontamente le Sezioni Unite con la sentenza del 5 luglio 2000, n. 13[1]. In quell’occasione si affermò che il termine "sfruttamento" non sottendeva alcun scopo di lucro dell’agente, ma soltanto il pericolo concreto di una diffusione verso l’esterno del materiale realizzato. In particolare, si osservava che la l. n. 269 del 1998, in adesione alla Convenzione di Stoccolma, mirava ad apprestare una tutela anticipata dei minori contro la mercificazione del proprio corpo e la loro immissione “nel circuito perverso della pedofilia”. Ma il punto critico fondamentale era il passaggio argomentativo secondo il quale, per integrare il delitto, era necessario che la condotta dell'agente abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto.

La decisione sembra quindi per un verso criticabile, perché viziata da una contraddittoria ed invasiva attività di manipolazione del testo normativo, per altro apprezzabile, poiché capace di orientare l’interpretazione giurisprudenziale verso la persecuzione di condotte dal pregnante disvalore, capaci di destare un significativo allarme sociale e con l’esclusione dall’alveo dell’incriminazione di quei comportamenti finalizzati solo ad un appagamento personale. Il legislatore, come si evince dalla Relazione che accompagnava il d.d.l. di iniziativa governativa n. 4599/2004, rendendosi conto che il significato da attribuire allo “sfruttamento” era quello evidenziato dall’orientamento “economicista”, volendo inasprire la disciplina, ha infatti modificato la norma.

L’art. 2, 1° co., lett. a), L. n. 38/2006 ha riformulato le fattispecie previste dal 1° co. dell’art. 600 ter, introducendo le seguenti novità: ha sostituito la condotta di “sfruttamento dei minori” con quella di semplice “realizzazione” di esibizioni o di “produzione” di materiale pornografico, “utilizzando” minori degli anni diciotto

Dalla lettura dell'art. 600-ter c.p., si evince che ai fini dell'integrazione delle condotte del comma 1, non è necessario il pericolo nè astratto nè concreto della diffusione del materiale, profilo del quale si occupano specificamente i commi successivi con autonome fattispecie di reato, punite con pene inferiori, ad eccezione del comma 2, relativo al commercio per il quale si applica la stessa pena del comma 1. E ciò è rimasto inalterato in tutte le versioni della norma. Ciò conferma la tesi, secondo cui la realizzazione dell'esibizione pornografica, la produzione del materiale pornografico e l'induzione alla partecipazione ad esibizioni pornografiche costituiscono di per sè condotte criminose, per giunta le più gravi. Nè è sostenibile che, laddove non vi sia il pericolo di diffusione, scatti la detenzione dell'art. 600-quater c.p., perchè questa norma è applicabile laddove sia esclusa ciascuna delle ipotesi contemplate dall'art. 600-ter c.p..

Non appaiono condivisibili gli argomenti delle Sezioni unite n. 13/2000, tutti viziati da un errore di fondo, che lo sfruttamento o l'utilizzazione, che dir si voglia, del minore, pur prescindendo dallo scopo lucrativo, presuppongano pur sempre un "uso esterno" del materiale.

Non è così. Anche la produzione ad uso personale è reato, perchè la stessa relazione, sia pure senza contatto fisico, tra adulto e minore di anni 18, contemplata dall'art. 600-ter c.p., è considerata come degradante e gravemente offensiva della dignità del minore in funzione del suo sviluppo sano ed armonioso.

La tesi propugnata dalla Cassazione in tutti questi anni, appare fuori dal sistema: contraddice la ratio dello stesso art. 600-ter c.p., del successivo art. 600-quater c.p. - che ha ad oggetto la diversa ipotesi della detenzione del materiale pedopornografico prodotto da altri, mentre l'interpretazione attuale finisce con il ricomprendervi anche il materiale prodotto per fini personali, con un'equiparazione irragionevole, siccome le condotte dell'art. 600-ter c.p., comma 1, sono ben più gravi -, nonchè dell'art. 600-quater.1 c.p., sulla pedopornografia virtuale; non risponde all'art. 34 della Convenzione di New York ratificata dall'Italia con L. n. 176 del 1991.

Il tutto è reso ancora più semplice con l’utilizzo dei social networks e di Internet. Peggio ancora se consideriamo che sulla rete Internet esistono servizi creati per poter inviare una e-mail o navigare sul WEB in modo completamente anonimo e senza lasciare alcuna traccia, servizi facilmente identificabili con un normale motore di ricerca e di uso estremamente semplice. E in un passaggio la sentenza lo afferma: “Se, però, il requisito del pericolo concreto di diffusione del materiale poteva fungere da guida per l'interprete all'inizio degli anni ‘2000, esso è diventato oggi anacronistico, a causa della pervasiva influenza delle moderne tecnologie della comunicazione, che ha portato alla diffusione di cellulari smartphone, tablet e computer dotati di fotocamera incorporata, e ha reso normali il collegamento a Internet e l'utilizzazione di programmi di condivisione e reti sociali.”

Conclusioni. Per le cose dette, non si ricava che, ai fini dell'integrazione delle condotte del comma 1 dell'art. 600-ter c.p., sia necessario il pericolo né astratto né concreto della diffusione del materiale; di ciò si occupano specificamente i commi successivi con autonome fattispecie di reato, mentre l'ipotesi di reato di cui al comma primo dell'art. 600-ter c.p., punisce lo sfruttamento o l’utilizzazione del minore, non richiedendo un cd "uso esterno" del materiale.

Pertanto, anche la produzione ad uso personale configura il reato, poiché è la relazione in sé, sia pure senza contatto fisico, tra adulto e minore di anni 18, contemplata dall'art. 600-ter c.p., che va considerata come degradante e gravemente offensiva della dignità del minore in funzione del suo sviluppo sano ed armonioso.

 

 

Bibliografia: Antolisei, Manuale di diritto penale. Parte speciale, II, 14ª ed., Milano, 2002; Aprile, I delitti contro la personalità individuale. Schiavitù e sfruttamento sessuale dei minori, in Tratt. Marinucci, Dolcini, VI, Padova, 2006; Ariolli, sub art. 600 ter c.p., in Comm. Lattanzi, Lupo, XI, Milano, 2010; Bacco, Tutela dei minori contro forme di sfruttamento sessuale, in Pulitanò (a cura di), Diritto penale. Parte speciale, Torino, 2011; Benvenuto, Pornografia minorile, in Manna (a cura di), Reati contro la persona, Torino, 2007; Bianchi, sub art. 600 quater.1 c.p., in Comm. Cadoppi, 4ª ed., Padova, 2006; Bianchi, Cadoppi, Delsignore, Commento alla legge 38/2006. Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo internet. Appendice, in Cadoppi, Canestrari, Papa (diretto da), I reati contro la persona, III, Reati contro la libertà sessuale e lo sviluppo psico-fisico dei minori, Torino, 2006.

[1]In quell’ occasione la massima ufficiale recitava: "Poiché il delitto di pornografia minorile di cui al primo comma dell'art. 600 ter c.p. - mediante il quale l'ordinamento appresta una tutela penale anticipata della libertà sessuale del minore, reprimendo quei comportamenti prodromici che, anche se non necessariamente a fine di lucro, ne mettono a repentaglio il libero sviluppo personale con la mercificazione del suo corpo e l'immissione nel circuito perverso della pedofilia - ha natura di reato di pericolo concreto, la condotta di chi impieghi uno o più minori per produrre spettacoli o materiali pornografici è punibile, salvo l'ipotizzabilità di altri reati, quando abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto".