Interessi protetti - Interessi protetti -  Alessio Anceschi - 04/02/2019

Procedimento disciplinare e tutela del principio di indipendenza dell'avvocato

Uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento è quello di evitare l'abuso dello strumento giudiziario per finalità indebite od illecite.

In questo senso, nell'ambito del procedimento civile così come in quello amministrativo e tributario troviamo l'istituto del risarcimento del danno per lite temeraria (art. 96 c.p.c.), conosciuto in realtà fin dal diritto romano, come strumento di contrasto verso l'uso strumentale ed antigiuridico del processo.

Si tratta di un istituto giuridico ben noto che viene spesso trascurato dalla pratica giudiziale, benchè talvolta sia anch'esso abusato dalle parti.

A tale fondamentale istituto se ne associano altri, meno noti o meno rilevanti sui quali non vale la pena di soffermarsi in questa sede.

In ogni modo, a prescindere dalla sussistenza di un "abuso" (concetto che per sua natura presuppone una "mala fede" processuale), lo stesso provvedimento di condanna alla rifusione delle spese di lite (art. 91 c.p.c.) costituisce di per sé uno strumento di contrasto, non tanto all'abuso, quanto all'indebito trascinamento di qualcuno nella "macchina" processuale.

Anche il diritto penale pur essendo strutturato diversamente da quello civile, conosce istituti analoghi, benchè ancor meno applicati di quelli previsti in ambito civilistico.

Anche la parte civile, così come il querelante, possono infatti essere condannati sia alla rifusione delle spese legali che al risarcimento di un danno del tutto equiparabile (laddove opportunamente contestualizzato) a quello di cui all'art. 96 c.p.c. (artt. 541 co. 2° e 542 c.p.p.).

Il procedimento disciplinare forense invece, non prevede istituti analoghi ed a dire la verità non li ha mai previsti.

L'avvocato è tenuto a difendersi dalle accuse a lui rivolte (c.d. incolpazione) semplicemente in conseguenza di un esposto presentato nei suoi confronti da un suo ex cliente, un collega o da chiunque altro abbia sollevato formali critiche nei suoi confronti.

Il procedimento disciplinare forense, a dire il vero come altri, non conosce istituti specifici che consentano all'avvocato incolpato, di ottenere un ristoro diretto da false accuse, accuse strumentali o temerarie oppure accuse assolutamente infondate.

E' pur vero che all'avvocato permangono strumenti di tutela "indiretta".

Come un'accusa penale può essere "calunniosa" anche l'esposto rivolto all'avvocato può in taluni casi essere ritenuto "diffamatorio" o "intimidatorio".

La giurisprudenza sul punto è alquanto altalenante e diversificata, come peraltro le situazioni che si trova ad affrontare.

A ciò purtroppo si aggiunge, la tendenza di diverse Procure a considerare le denunce presentate dagli avvocati con minore interesse di altre perché, "si sa", per molti magistrati gli avvocati sono per loro natura "litigiosi" e non hanno diritto a quella tutela giudiziaria che meritano anche i loro peggiori assistiti.

Al di là delle facili battute e delle opinabili considerazioni di carattere pratico e generale, la sola tutela penale "indiretta", forse non basta.

L'avvocato che si trovi indebitamente sottoposto ad un procedimento disciplinare per scopi intimidatori, denigratori od altrettanto abusivi potrà forse sporgere denuncia per violenza privata o diffamazione e potrà senz'altro esperire anche un'azione risarcitoria ma la tutela derivante dalla sua funzione non può certamente limitarsi a questo.

La salvaguardia del principio di tutela dei diritti altrui (art. 24 Cost.) attribuita all'avvocato imporrebbe la previsione di maggiori garanzie all'indipendenza ed all'autonomia dell'attività forense che certamente può essere minata anche da un uso indebito (od illecito) del procedimento disciplinare.

Anche la legge professionale come la nostra Costituzione contiene un'elencazione di principi generali, troppo spesso considerati "vaghe previsioni" prive di alcun effettivo valore.

"L'avvocato è un libero professionista che, in libertà, autonomia e indipendenza, svolge le attività di …  assistenza, rappresentanza e difesa nei giudizi davanti a tutti gli organi giurisdizionali" etcc….(art. 2 co. 1°, l. 247/2012). "L'avvocato ha la funzione di garantire al cittadino l'effettività della tutela dei diritti" (art. 2 co. 2°, l. 247/2012).

"L'esercizio dell'attività di avvocato deve essere fondato sull'autonomia e sulla indipendenza dell'azione professionale e del giudizio intellettuale" (art. 3 co. 1°, l. 247/2012).

… e così via.

Eppure, il principio di indipendenza ed autonomia della difesa è un elemento fondamentale, se non un vero e proprio caposaldo del principio di effettività della tutela dei diritti sancito dall'art. 24 Cost.

Come si concilia allora il principio di indipendenza dell'avvocato con l'utilizzo strumentale dell'esposto disciplinare come mezzo di denigrazione ed intimidazione dell'avvocato.

Beh, verrebbe da dire che spetterebbe ai Consigli forensi od ai Consigli di disciplina forense tutelare l'avvocato da eventuali abusi dello strumento disciplinare.

Peraltro, rientra specificatamente nei compiti dei consigli forensi (nonché dello stesso Consiglio Nazionale Forense) "tutelare l'indipendenza" degli avvocati (art. 29 lett. h, l. 247/2012).

La tutela pratica di tale importante prerogativa mal si concilia con l'obbligo dei Consigli forensi di trasmettere comunque gli esposti ricevuti al Consiglio Distrettuale di Disciplina e con i tempi, troppo lunghi, di definizione dei procedimenti disciplinari.

Anche l'esposto infondato, temerario, diffamatorio od intimidatorio non esime inoltre l'avvocato incolpato dall'onere di doversi difendere.

Che ne facciamo quindi del principio di indipendenza dell'avvocato che sarebbe volto ("sarebbe volto" !!) a tutelarne l'autonomia e l'indipendenza ?

Una soluzione potrebbe certamente essere quella di prendere quei bei principi "vagamente" descritti nelle prime norme sull'ordinamento professionale forense e buttarli nel gabinetto, premurandosi di tirare lo sciacquone.

Forse una soluzione potrebbe anche essere quella di raccomandare i Consigli forensi ed i Consigli distrettuali di disciplina nel garantire l'indipendenza degli avvocati dagli esposti abusivi rivolti agli avvocati. Oltre ad essere assolutamente utopistica (come quella di avere processi rapidi) questa soluzione non sarebbe comunque risolutiva.

Sarebbe forse più opportuno pensare di introdurre istituti specifici finalizzati a tutelare anche l'avvocato (guarda un po’ !!) dagli abusi delle incolpazioni a lui dirette, per scopi evidentemente intimidatori, ritorsivi o persecutori.

Questo presupporrebbe però in primo luogo che gli avvocati e chi li rappresenta avessero effettiva coscienza e consapevolezza delle fondamentali prerogative deputate alla sua professione (che sono quelle della "tutela dei diritti altrui") e dell'importanza di salvaguardarla non soltanto punendo (doverosamente) quando si comporta male ma anche salvaguardando l'autonomia e l'indipendenza del professionista dai tentativi di intimidazione e denigrazione, cosa questa non così scontata.

In secondo luogo tale soluzione presupporrebbe una maggior consapevolezza di soggetti ed istituzioni estranei alla professione forense.

Si potrebbe pensare all'introduzione di una specifica ipotesi di illecito penale o civile dal quale far derivare una specifica ipotesi di responsabilità civile derivante dall'incolpazione abusiva e strumentale dell'avvocato.

Tale conquista di civiltà permetterebbe senz'altro di garantire meglio l'avvocato da intimidazioni, ritorsioni e condizionamenti esterni, gravemente lesivi dell'indipendenza e dell'autonomia della professione forense.