Lavoro - Licenziamento -  Annalisa Gasparre - 10/09/2018

Professore licenziato perché ha ucciso due conigli, la Cassazione conferma il licenziamento – Cass. 11594/16

Su questa Rivista abbiamo già parlato del risvolto penale della vicenda. Ora il profilo giuslavorativo si è concluso con la conferma del licenziamento del professore che, tra gli altri comportamenti anomali aveva acquistato conigli per la dissezione.
Il docente aveva assunto iniziative didattiche “altamente diseducative, oltre che in aperta violazione della normativa vigente, delle direttive del MIUR, delle norme in materia di sicurezza, delle vincolanti indicazioni collegio docenti, in relazione al grave atto di crudeltà che risultava commesso su animali, alla presenza di minori e in assoluto spregio (anche) della sensibilità degli stessi a tale riguardo”, gli erano contestate “anomalie nelle procedure di acquisto degli animali da laboratorio;
gravi negligenze nell'espletamento dell'attività didattica per avere introdotto nella scuola materiale di incerta provenienza ed effettuato prelievi di sangue agli studenti in condizioni igieniche inadeguate e con rischio, quindi, anche per la loro salute; inadeguatezza del programma da lui proposto rispetto alle reali capacità degli studenti e la sua indisponibilità al confronto con i colleghi” nonché “false attestazioni sulla sua presenza in servizio le gravi irregolarità nella compilazione dei registri; autonoma articolazione dell'orario delle lezioni è ridotto espletamento del servizio, con correlato danno in ordine alla preparazione di studenti a lui affidati; omissioni di vigilanza sugli stessi, in relazione alla estemporaneità e alla mancata preventiva calendarizzazione delle ore di laboratorio effettuate con i suoi alunni, nonchè l'omessa comunicazione dell'orario effettivo di lezione alle famiglie degli studenti minorenni”.
La Suprema corte definisce grave la “condotta di vivisezione di conigli e di utilizzazione di materiale organico proveniente dagli stessi studenti” addebitata al professore.
Le segnalazioni portavano l’ Ufficio scolastico provinciale a disporre un'indagine ispettiva volta ad accertare l'effettiva sussistenza della portata dei comportamenti segnalati all'esito della quale emergevano a carico del docente gravi inadempienze, anche ulteriori rispetto a quelle segnalate degli esposti, quali lo svolgimento di un numero di ore di lezione assai inferiore al previsto (e dovuto), anche sfruttando la particolare modulazione e realizzazione dell'orario ai laboratori.
Il ricorso per cassazione è dichiarato inammissibile e il licenziamento è confermato.

Per la sentenza di merito penale, vedi, su questa Rivista, MEDICO UCCISE INUTILMENTE E CON CRUDELTA'. LA SENTENZA - Trib. Milano 14168/2012. Per una compiuta analisi, eventualmente, Gasparre, Camici sporchi. Quando dr. Jekill e Mr. Hyde sono tra noi, Key editore, II edizione.

Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 06-06-2016, n. 11594

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. MACIOCE Luigi - Presidente -
Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Consigliere -
Dott. TORRICE Amelia - Consigliere -
Dott. BLASUTTO Daniela - Consigliere -
Dott. TRICOMI Irene - rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 24292-2013 proposto da:
R.C., C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall'Avvocato MICHELE BORELLO, giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
MINISTERO ISTRUZIONE, UNIVERSITA' RICERCA, C.F. (OMISSIS), in persona del Ministro pro tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso L'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 32/2013 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 16/05/2013 R.G.N. 379/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/04/2016 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;
udito l'Avvocato GIOFFRE' MARIA ANTONIA per l'Avvocato BORELLO MICHELE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA Mario, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Svolgimento del processo
1. Con la sentenza n. 32 del 2013, depositata il 16 maggio 2013, la Corte di Appello di Milano ha accolto, in parte, l'appello proposto da R.C. nei confronti del Ministero dell'istruzione, università e ricerca (MIUR), avverso la sentenza Tribunale di Milano, n. 4933 del 2011, riqualificando il medesimo recesso quale licenziamento per giustificato motivo soggettivo, con sanzione espulsiva e preavviso.
Il Tribunale aveva rigettato l'impugnativa del licenziamento irrogato il 21 dicembre 2010 per giusta causa e la conseguente domanda di condanna dell'Amministrazione scolastica alla reintegrazione del R. nel posto di lavoro, ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18 oltre al risarcimento del danno ed alla regolarizzazione contributiva ovvero al pagamento di un'indennità sostitutiva della reintegra ed al trattamento di fine servizio, oltre al risarcimento del danno per le espressioni offensive contenute nella relazione ispettiva.
2. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre il lavoratore, ammesso al gratuito patrocinio, prospettando 11 motivi di ricorso.
3. Resiste il MIUR con controricorso.
4. Il ricorrente ha depositato memoria in prossimità dell'udienza pubblica.
Motivi della decisione
1. E' preliminare l'esame del primo, del secondo, del quarto e del quinto motivo di ricorso, che prospettano vizi di violazione di legge.
Con il primo motivo di ricorso la sentenza della Corte d'Appello è censurata per violazione di legge (L. n. 1 del 1948, art. 1), per non avere sollevato questione di costituzionalità del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis e seg., nonchè del D.Lgs. n. 150 del 2009, art. 72, comma 1, lett. b, nella parte in cui, anche in ragione dell'abrogazione del D.Lgs. n. 297 del 1994, artt. 502 - 507 non è previsto il parere di una commissione indipendente di esperti per la valutazione in sede disciplinare del comportamento sul lavoro di un pubblico dipendente, in particolare di un docente della scuola statale, in riferimento agli artt. 3, 33, 97 e 98 Cost.
1.1. Il motivo non è fondato.
Come già affermato dalla giurisprudenza di legittimità (Cass., n. 12055 del 2003, n. 653 del 2013, n. 25342 del 2014) non può costituire motivo di ricorso per cassazione la valutazione negativa che il giudice di merito abbia fatto circa la rilevanza e la non fondatezza di una questione di legittimità costituzionale, perchè il relativo provvedimento (benchè eventualmente ricompreso, da un punto di vista formale, in una sentenza) ha carattere puramente ordinatorio, essendo riservato il relativo potere decisorio alla Corte Costituzionale, e, d'altra parte, la stessa questione può essere riproposta in ogni grado di giudizio. Tuttavia, si deve presumere che le doglianze relative alle deliberazioni assunte dal giudice di merito sulla questione di legittimità costituzionale non si presentino come fine a se stesse, ma abbiano funzione strumentale in relazione all'obiettivo di conseguire una pronuncia più favorevole di quella resa con la sentenza impugnata, e che, quindi, l'impugnazione investa sostanzialmente, sia pure in forma ellittica, il capo o il punto della sentenza regolato dalla norma giuridica la cui costituzionalità è contestata".
La questione di costituzionalità riprospettata, sia pura implicitamente, con il presente motivo di ricorso, in relazione alle suddette disposizioni legislative, non supera il vaglio di non manifesta infondatezza atteso che la disciplina di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis e segg. è idonea a garantire la terzietà nello svolgimento del procedimento disciplinare, e ad offrire adeguate garanzie di imparzialità al pubblico dipendente.
2. Con il secondo motivo di ricorso è articolata la censura di violazione di legge, per non aver trovato applicazione nella fattispecie in esame il termine di decadenza, per la conclusione del procedimento disciplinare di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55 bis.
Il ricorrente ricorda che l'art. 55-bis, comma 4, stabilisce che "Il termine per la contestazione dell'addebito decorre dalla data di ricezione degli atti trasmessi ai sensi del comma 3 ovvero dalla data nella quale l'ufficio ha altrimenti acquisito notizia dell'infrazione, mentre la decorrenza del termine per la conclusione del procedimento resta comunque fissata alla data di prima acquisizione della notizia dell'infrazione, anche se avvenuta da parte del responsabile della struttura in cui il dipendente lavora".
Espone, quindi che la Corte d'Appello riteneva che entrambi i termini erano stati rispettati, sia quello di 40 giorni decorrente dalla notizia dell'infrazione disciplinare, sia quello di 120 giorni decorrente, secondo il giudice di appello, dalla contestazione dell'addebito e non, come sostenuto da esso appellante, dalla acquisizione da parte del dirigente scolastico e dell'Ufficio competente per i procedimenti disciplinari della notizia avente ad oggetto i comportamenti disciplinarmente rilevanti.
La Corte d'Appello, invece di determinare il momento in cui il dirigente scolastico aveva appreso i fatti, poi considerati rilevanti disciplinarmente, al fine di determinare la scadenza del termine per la conclusione del procedimento, si era preoccupata unicamente di determinare quando l'Ufficio competente per i procedimenti disciplinari avesse appreso la notizia dei comportamenti del dipendente che avevano poi portato all'applicazione di una sanzione espulsiva, al fine di determinare non solo la scadenza del termine per la contestazione dell'addebito ma anche quello di conclusione del procedimento.
La Corte d'Appello ha ritenuta tempestivo il licenziamento rispetto alla contestazione effettuata il 18 novembre 2010 e, del pari, quest'ultima rispetto all'acquisizione da parte del competente Ufficio della notizia dell'infrazione, riferita al deposito della relazione ispettiva del 15 novembre 2010, nella quale erano descritte le gravi condotte poi contestate al R. e, non già alla fine del mese di luglio 2010 - 29 luglio 2010 - quando il Presidente del Consiglio di Istituto dell'ITS Molinari trasmetteva all'Ufficio scolastico provinciale di Milano un incartamento contenente alcune dichiarazioni in merito ai fatti poi contestati al R..
Tale statuizione è censurata dal dipendente in quanto la decorrenza del termine di 120 giorni inizia dalla conoscenza dei fatti da parte del responsabile della struttura dove il dipendente lavora che è il dirigente scolastico, e quindi interveniva il 29 luglio 2010. Ciò trova conferma anche nella circolare n. 88 dell'8 novembre 2010.
3. Con il quarto motivo di ricorso è dedotto il vizio di violazione del D.Lgs. 165 del 2001, art. 55-bis per non avere trovato applicazione il termine di decadenza per la contestazione degli addebiti, nonchè di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo, consistente nel determinare il momento di decorrenza del termine dall'accertamento dei fatti compiuto in sede di relazione ispettiva, invece che dal momento in cui la dott.ssa P. (funzionario a capo dell'Ufficio disciplina che firmava sia la contestazione degli addebiti sia il licenziamento) aveva avuto notizia dei fatti disciplinarmente rilevanti.
Espone il ricorrente che la Corte d'Appello ammetteva che alla fine del mese di luglio 2010 il Presidente del Consiglio d'Istituto aveva trasmesso all'Ufficio scolastico provinciale, un incartamento, contenente una serie di segnalazioni su comportamenti anomali attribuiti al R., costituito per lo più da testimonianze degli studenti, dichiarazioni di insegnanti e di genitori. La Corte d'Appello, tuttavia, apoditticamente sosteneva che tali notizie fossero non sempre univoche e precise, di contenuto non sempre coincidente e recanti indicazione di circostanze di tempo e di luogo non sempre puntuali, senza però dire: in quale dettaglio gli esposti sarebbero stati ambigui o imprecisi, rispetto a quale fatto riportato il contenuto degli esposti sarebbe non sempre coincidente.
Espone il ricorrente che le denunce erano complete e che il 3 agosto 2010 veniva chiesto al dirigente dell'IST Molinari di effettuare approfondimenti in merito, così in data 12 agosto 2010 veniva inviata richiesta di chiarimenti ad esso R., il quale il 23 agosto 2010 rispondeva ammettendo i fatti (assume il ricorrente, che tuttavia, non richiama in modo circostanziato la relativa documentazione, di aver ammesso che svolgeva le esercitazioni di laboratorio al pomeriggio invece che al mattino senza tener conto dell'orario delle lezioni, ma bilanciando il minor impegno di tempo in altre attività; che aveva acquistato le carcasse per la dissezione facendo la colletta tra gli allievi e pagandosi la benzina per arrivare fino all'allevatore; che aveva usato per il laboratorio materiale organico proveniente dagli allievi, eseguendo su studenti maggiorenni e consenzienti prelievi di sangue a tale scopo), di cui quindi l'Amministrazione aveva avuto conoscenza, ma chiarendo che le circostanze addebitate erano state condivise dall'Amministrazione e che a proprio avviso non costituivano illecito disciplinare.
3.1. Il secondo ed il quarto motivo di ricorso devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione.
Gli stessi non sono fondati, quanto ai vizi di violazione di legge, e inammissibili quanto al vizio di motivazione (il quarto motivo), in ragione della novella dell'art. 360 c.p.c., n. 5, che trova applicazione ratione temporis, nella fattispecie in esame.
3.2. Il testo vigente dell'art. 360 c.p.c., n. 5, come sostituito, da ultimo, dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, secondo il quale è motivo di ricorso per cassazione un "omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti", infatti, trova applicazione nella fattispecie in esame, ex art. 54, comma 3, della stessa legge, perchè la sentenza gravata è stata pubblicata dopo l'11 settembre 2012.
Come affermato da questa Corte a Sezioni Unite, la riformulazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione.
Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l'anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.
Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione (Cass. n. 8053 del 2014).
3.3. Nell'esaminare i suddetti motivi, occorre premettere che il licenziamento per giusta causa del R., docente presso l'Istituto Molinari di Milano dal 2001, è intervenuto il 21 dicembre 2010.
Il 18 novembre 2010 l'Ufficio competente per i procedimenti disciplinari presso il provveditorato di Milano effettuava nei confronti del R. la seguente contestazione disciplinare (come riportata nel controricorso e non oggetto di specifica contestazione nella memoria depositata ex art. 378 c.p.c. dal ricorrente, nonchè come emerge dalle vicende riportate nella sentenza della Corte d'Appello di Milano e nel ricorso):
assunzione di iniziative didattiche altamente diseducative, oltre che in aperta violazione della normativa vigente, delle direttive del MIUR, delle norme in materia di sicurezza, delle vincolanti indicazioni collegio docenti, in relazione al grave atto di crudeltà che risultava commesso su animali, alla presenza di minori e in assoluto spregio (anche) della sensibilità degli stessi a tale riguardo;
anomalie nelle procedure di acquisto degli animali da laboratorio;
gravi negligenze nell'espletamento dell'attività didattica per avere introdotto nella scuola materiale di incerta provenienza ed effettuato prelievi di sangue agli studenti in condizioni igieniche inadeguate e con rischio, quindi, anche per la loro salute;
inadeguatezza del programma da lui proposto rispetto alle reali capacità degli studenti e la sua indisponibilità al confronto con i colleghi e II. TT. PP.;
false attestazioni sulla sua presenza in servizio le gravi irregolarità nella compilazione dei registri;
autonoma articolazione dell'orario delle lezioni è ridotto espletamento del servizio, con correlato danno in ordine alla preparazione di studenti a lui affidati;
omissioni di vigilanza sugli stessi, in relazione alla estemporaneità e alla mancata preventiva calendarizzazione delle ore di laboratorio effettuate con i suoi alunni, nonchè l'omessa comunicazione dell'orario effettivo di lezione alle famiglie degli studenti minorenni;
grave pregiudizio apportata rapporto fiduciario scuola/famiglie e il pesante danno arrecato all'immagine dell'Istituto Molinari.
La Corte d'Appello ha affermato che correttamente il primo giudice ha ritenuto di ravvisare il momento dell'acquisizione della notizia dell'infrazione nella relazione ispettiva del novembre 2010 (negli atti di causa si fa riferimento alle date del 12 e del 15 novembre;
tale discrasia che non si riverbera sulla consumazione dei termini, non incrina la esatta individuazione dell'atto a cui l'Amministrazione riconduce la acquisizione della notizia dei comportamenti del R. disciplinarmente rilevanti), perchè tramite quest'ultima, l'Amministrazione acquisiva una compiuta conoscenza delle condotte tenute dal R. ed era in grado di procedere ad una contestazione specifica e circostanziata.
Nella relazione erano state descritte completamente le gravi condotte poi contestate al R..
Il licenziamento era tempestivo rispetto alla contestazione del 18 novembre 2010, così come tempestiva era la contestazione stessa, poichè l'incartamento trasmesso alla fine del mese di luglio 2010 dal Presidente del Consiglio d'istituto all'USP di Milano conteneva una serie di segnalazioni sui comportamenti anomali attribuiti al R., costituite per lo più da testimonianze di studenti, dichiarazioni insegnanti e di genitori, relative al mancato svolgimento di ore di lezione da parte del R., nonchè alla più grave condotta di vivisezione di conigli e di utilizzazione di materiale organico proveniente dagli stessi studenti, di contenuto non sempre coincidente recante indicazione di circostanze di tempo e di luogo non sempre precise e puntuali. Ulteriori esposti e segnalazioni in merito ai medesimi fatti pervenivano all'Amministrazione anche nel periodo successivo. Tali segnalazioni, peraltro non sempre univoche e precise non erano di per sè idonee a consentire all'Amministrazione una compiuta conoscenza delle complessive condotte tenute dal R. e di formulare una specifica circostanziata contestazione disciplinare, ma necessitavano a tal fine un preventivo vaglio in merito alla relativa fondatezza. Ed infatti, il competente Ufficio scolastico provinciale in data 10 ottobre 2010 disponeva un'indagine ispettiva volta ad accertare l'effettiva sussistenza della portata dei comportamenti segnalati all'esito della quale emergevano a carico del R. gravi inadempienze, anche ulteriori rispetto a quelle segnalate degli esposti, quali lo svolgimento di un numero di ore di lezione assai inferiore al previsto (e dovuto), anche sfruttando la particolare modulazione e realizzazione dell'orario ai laboratori. Pertanto, la Corte d'Appello riteneva che il primo giudice correttamente aveva individuato il momento di acquisizione della notizia dell'infrazione da parte dell'Amministrazione scolastica con la relazione dei novembre 2010.
3.4. Rileva il Collegio che il termine di 120 giorni, per la conclusione del procedimento disciplinare, decorre dalla data di prima acquisizione della notizia dell'infrazione, anche se avvenuta da parte del responsabile della struttura in cui il dipendente lavora.
La giurisprudenza di legittimità ha, in proposito, da ultimo (Cass., n. irte. 20733 del 2015) chiarito che in tema di procedimento disciplinare nel rapporto di pubblico impiego contrattualizzato, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, comma 4, periodi 2 e 3, la data di prima acquisizione della notizia dell'infrazione, dalla quale decorre il termine entro il quale deve concludersi, a pena di decadenza dall'azione disciplinare, il relativo procedimento, coincide con quella in cui la notizia è pervenuta all'ufficio per i procedimenti disciplinari o, se anteriore, con la data in cui è pervenuta al responsabile della struttura in cui il dipendente lavora.
Nella specie, benchè la Corte d'Appello affermi che detto termine decorre dalla contestazione, l'accertamento di merito effettuato, pone in evidenza come il giudice di secondo grado ha, poi considerato quale dies a quo la prima acquisizione della notizia, ritenendola intervenuta non già alla fine del mese di luglio 2010, ma con la relazione ispettiva del novembre 2010, in quanto con quest'ultima si era avuta notizia dell'infrazione, atteso che nella stessa venivano descritte compiutamente le gravi condotte poi contestate al R..
Pertanto, atteso che la Corte d'Appello, con accertamento di merito, che si sottrae a censure tenuto conto della complessità, rilievo e pluralità delle condotte oggetto della contestazione disciplinare, anche tra loro autonome (ad. es mancato rispetto orari lezioni, e prelievi di sangue effettuati sugli studenti), ha individuato l'intervento della prima acquisizione della notizia dell'infrazione al 12/15 novembre 2010, e il licenziamento, a seguito di contestazione del 18 novembre 2010, interveniva il 21 dicembre 2010, risulta privo di decisività l'errore di diritto in cui è incorsa la Corte d'Appello, che va, comunque, corretto ai sensi dell'art. 384 c.p.c., u.c., nel senso che il termine di 120 giorni per la conclusione del procedimento disciplinare decorre dalla data di prima acquisizione della notizia dell'infrazione.
Peraltro, la questione della tolleranza, richiamata dal ricorrente, è ricondotta dalla Corte d'Appello, espressamente, solo alla non corretta osservanza dell'orario di lavoro, tanto che, proprio in ragione della tolleranza sull'orario, il recesso è riqualificato da licenziamento per giusta causa a licenziamento per giustificato motivo soggettivo.
Ad una generale tolleranza dell'Amministrazione, il ricorrente nei motivi di ricorso in questione fa riferimento per sostenere una conoscenza pregressa delle condotte contestategli, ma tale prospettazione non è sostenuta con nessun richiamo a documenti o atti processuali, risultando così priva di riscontri circostanziati.
Va, altresì ricordato, comunque, come la mera tolleranza manifestata dal datore di lavoro in occasione di precedenti mancanze del lavoratore non vale a rendere legittimi i relativi comportamenti lesivi e non preclude al datore di lavoro di mutare atteggiamento in occasione di successive mancanze, nè esclude che le mancanze precedenti possano essere comprese in una valutazione globale del comportamento del dipendente, quale indice rivelatore della idoneità del fatto per ultimo contestato a costituire giusta causa o giustificato motivo soggettivo di recesso (Cass. n. 360 del 1997).
4. Con il quinto motivo di ricorso è dedotto il vizio di violazione di legge perchè non ha trovato applicazione la previsione di cui all'art. 115 c.p.c., comma 1, circa l'ammissione dei fatti non contestati, con riguardo alla determinazione del momento in cui il dirigente scolastico ha appreso le notizie dei comportamenti oggetto del procedimento disciplinare e al fatto che tali comportamenti non costituivano illeciti disciplinari.
Afferma il ricorrente che la mancata contestazione di tutti i fatti dedotti nel ricorso dà luogo alla prova degli stessi.
4.1. Il motivo è inammissibile in quanto privo del requisito dell'autosufficienza atteso che il ricorrente, da un lato ripercorre il contenuto narrativo del proprio ricorso, senza alcun riferimento alla intervenuta rituale allegazione della documentazione nello stesso richiamata, quali fogli timbrature, lettera al Preside, che avrebbero dovuto suffragare la conoscenza da parte dell'Amministrazione dei comportamenti addebitatigli prima di quando era stata effettuata la contestazione, dall'altro non riproduce le difese dell'Amministrazione da cui si dovrebbe rilevare la asserita mancata contestazione.
Occorre, infatti, considerare che il principio di non contestazione, con conseguente "relevatio" dell'avversario dall'onere probatorio, postula che la parte che lo invoca abbia per prima ottemperato all'onere processuale a suo carico di compiere una puntuale allegazione dei fatti di causa, in merito ai quali l'altra parte è tenuta a prendere posizione (Cass., n. 3023 del 2016).
Il principio di autosufficienza, a propria volta, richiede che a pena d'inammissibilità del ricorso, ai sensi dell'art. 366 c.p.c., n. 6, la specifica indicazione degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda, nonchè dei dati necessari all'individuazione della loro collocazione quanto al momento della produzione nei gradi dei giudizi di merito.
5. I motivi di ricorso terzo, sesto, settimo, ottavo, nono, decimo e undicesimo hanno ad oggetto censure di contraddittorietà della motivazione o omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo.
6. Con il terzo motivo di ricorso è dedotta la contraddittorietà della motivazione della sentenza, la quale, da un lato ha fatto riferimento a una tolleranza dell'amministrazione nei confronti di comportamenti del R. (passando dalla qualificazione dell'atto di recesso quale licenziamento per giusta causala giustificato motivo soggettivo), dall'altro, ha affermato che solo con la consegna della relazione ispettiva l'Amministrazione aveva cognizione dei fatti.
6.1. Il motivo è inammissibile, in quanto la censura per come formulata, in relazione alla statuizione assunta dalla Corte d'Appello, esula dalla previsione normativa dell'art. 360 c.p.c., n. 5, come novellato.
Nel vigore del nuovo testo dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134, non è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all'omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del medesimo art. 360 c.p.c., n. 4) (Cass., ord. n. 13928 del 2015).
7. Con il sesto motivo di ricorso è dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo, consistente nel presupporre che la relazione ispettiva abbia aggiunto ulteriori inadempienze a quelle segnalate.
7.1. Il motivo è inammissibile poichè la censura per come articolata, in relazione alla statuizione assunta dalla Corte d'Appello, non soddisfa il requisito di autosufficienza ed esula dalla previsione normativa dell'art. 360 c.p.c., n. 5, come novellato.
L'omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, censurabile ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass., n. 2498 del 2015, n. 14324 del 2015), sicchè il fatto storico non può identificarsi con una diversa lettura delle risultanze processuali offerta dal ricorrente, peraltro richiamando, senza indicazioni circa la produzione in atti o la collocazione nel fascicolo d'ufficio, documentazione (esposto studentessa, proprie lettere all'Amministrazione, timbrature e registri).
Il proposito, si osserva che il ricorso per cassazione - per il principio di autosufficienza - deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito e, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito, sicchè il ricorrente ha l'onere di indicarne specificamente, a pena di inammissibilità, oltre al luogo in cui ne è avvenuta la produzione, gli atti processuali ed i documenti su cui il ricorso è fondato mediante la riproduzione diretta del contenuto che sorregge la censura oppure attraverso la riproduzione indiretta di esso con specificazione della parte del documento cui corrisponde l'indiretta riproduzione (Cass., n. 14784 del 2015).
8. Con il settimo motivo di ricorso è dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo consistente nel non aver esaminato nel dettaglio i fatti di causa nonchè le eccezioni e le spiegazioni fornite in corso di giudizio dal ricorrente rispetto alle accuse rivoltegli.
Deduce il ricorrente che la Corte d'Appello, in presenza di una molteplicità di episodi, si limitava ad affermare che le circostanze cumulativamente sembravano idoneee a giustificare il licenziamento, senza specificazioni in ordine alle condotte contestate.
8.1. Il motivo è inammissibile per mancanza di autosufficienza.
Ed infatti il ricorrente nel dissentire dalle argomentazioni della Corte d'Appello, che a proprio avviso non avrebbero approfondito i fatti di causa, non illustra quali siano le eccezioni e le spiegazioni fornite in corso di causa.
Secondo il principio di "autosufficienza" del ricorso per cassazione, la parte istante ha l'onere di indicare, in tale sede, in modo adeguato e specifico le ragioni del proprio dissenso rispetto alla decisione impugnata, non potendo invero limitarsi a fare riferimento alle stesse difese svolte in sede di merito, asseritamente non valutate o scorrettamente valutate dal giudice "a quo", ma dovendo eventualmente trascrivere in ricorso il loro contenuto, allo scopo di porre la Corte di cassazione nelle condizioni di apprezzarne la rilevanza e pertinenza ai fini del decidere, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti estranee allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti ai pregresso giudizio di merito.
9. Con il settimo motivo di ricorso è dedotto vizio di motivazione su punto decisivo, e cioè il non aver esaminato in dettaglio i fatti di causa nonchè le eccezioni e spiegazioni fornite dal ricorrente nel corso del giudizio.
9.1. Il motivo è inammissibile in ragione della genericità dello stesso che non supera il vaglio si autosufficienza secondo la giurisprudenza di legittimità sopra richiamata.
10. Con l'ottavo motivo di ricorso è dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo consistente nell'aver tentato di conservare un licenziamento per giusta causa nullo convalidandone gli effetti grazie alla riqualificazione di esso come licenziamento per giustificato motivo.
censurata la riqualificazione del recesso in licenziamento per giustificato motivo benchè lo stesso come irrogato per giusta causa, fosse nullo.
11. Con il nono motivo di ricorso la sentenza della Corte d'Appello è censurata per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo consistente nel ritenere di potersi sostituire alla PA nel motivare il licenziamento, a partire da quanto affermato dall'Amministrazione datrice di lavoro nella contestazione di addebiti senza tener conto di quanto asserito dall'Ufficio disciplina del MIUR nel provvedimento motivato di licenziamento.
Ad avviso del ricorrente la Corte d'Appello non prendeva posizione sulle doglianze formulate dal R. avverso la sentenza di primo grado, relative alla carenza di motivazione in merito alla gravità delle singole condotte addebitate e alla proporzionalità tra tali condotte e la sanzione espulsiva, nè il giudice poteva sostituire le espressioni e la motivazione di un atto della PA, per quanto di diritto privato, sul solo presupposto di un migliore inquadramento giuridico del recesso, sostenendo che la parte datoriale voleva la sanzione espulsiva, per cui la volontà della PA è preservata se la sentenza da cassare qualifica diversamente il licenziamento, e lo considera determinato da giustificato motivo e non da giusta causa.
11.1. I suddetti motivi ottavo e nono devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione, attenendo entrambi alla accertata legittimità del recesso quale licenziamento per giustificato motivo soggettivo.
Gli stessi sono inammissibili, poichè privi di autosufficienza, in ragione della giurisprudenza di legittimità sopra richiamata, in quanto il ricorrente esprime in modo generico il proprio dissenso sulla motivazione della sentenza della Corte d'Appello, anche laddove la stessa ha esercitato il giudizio di proporzionalità intesa come adeguatezza alla concreta fattispecie disciplinare ed espressione della razionalità che sfonda il principio di eguaglianza, effettuata, quindi, con specifico riferimento a tutte le circostanze del caso concreto, ma non circostanzia le deduzioni che sarebbero state disattese, tenuto conto, altresì che egli stesso, in altri passi del ricorso deduce di avere ammesso alcune condotte (sia pure deducendone la tolleranza da parte dell'Amministrazione).
12. Con il decimo motivo di ricorso è dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo consistente nel non avere tenuto conto delle ampie spiegazioni fornite dal R. circa il proprio comportamento relativamente al quale ha specificato come fosse condiviso dai dirigenti preposti alla sede di servizio del dipendete ingiustamente licenziato e in generale dai dirigenti degli Uffici scolastici di Milano.
12.1. Il motivo è inammissibile in quanto privo di autosufficienza atteso che lo steso è privo di riferimenti circostanziati alla documentazione richiamata e alla produzione nel giudizio della stessa.
13. Con l'undicesimo motivo di ricorso è dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo consistente nel non aver tenuto conto della condivisione o perlomeno tolleranza del datore di lavoro e di lui rappresentanti nei confronti dei comportamenti poi ritenuti disciplinarmente rilevanti anche al fine di valutare l'elemento psicologico del dipendente.
13.1. Il motivo è inammissibile in quanto privo di decisività atteso che come si è già ricordato, la mera tolleranza manifestata dal datore di lavoro in occasione di precedenti mancanze del lavoratore non vale a rendere legittimi i relativi comportamenti lesivi, e la tolleranza con riguardo all'orario di lavoro veniva pressa in esame dalla Corte d'Appello ritenendo la stessa ragione per la riqualificazione dell'atto di recesso.
14. Il ricorso deve esser rigettato.
15. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.
16. L'ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato comporta il venir meno dell'obbligo al versamento dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (Cass. ord. n. 5258 del 2016, Cass. n. 18523 del 2014).
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro tremila per compensi professionali, oltre spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 aprile 2016.
Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2016