Persona, diritti personalità - Diritto morale d'autore -  Sabrina Peron - 09/06/2020

Progetto di concept-store tra tutelabilità e criteri di liquidazione del danno - Commento a Cass. 8433/2020

Cassazione civile sez. I, 30/04/2020, n.8433

 

MASSIME

 

  • In tema di diritto d'autore, un progetto o un'opera di arredamento di interni, nel quale ricorra una progettazione unitaria, con l'adozione di uno schema in sé definito e visivamente apprezzabile, che riveli una chiara "chiave stilistica", di componenti organizzate e coordinate per rendere l'ambiente funzionale ed armonico, ovvero l'impronta personale dell'autore, è proteggibile quale opera dell'architettura, ai sensi dell'ar 5, n. 2 L.A.(“I disegni e le opere dell'architettura”), non rilevando il requisito dell'inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l'immobile o il fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore dell'arredamento di interni, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto dalla volontà di dare soluzione ad un problema tecnico-funzionale da parte dell'autore.

 

  • La valutazione complessiva delle singole condotte del concorrente e della loro idoneità, sulla base di una considerazione cumulativa, al fine di evidenziare la sussistenza o meno di un disegno unitario volto a sfruttare sistematicamente l'altrui lavoro (c.d. concorrenza parassitaria), implica un tipico apprezzamento di fatto, incensurabile in sede di legittimità. Tuttavia, una valutazione deve pur essere effettuata ed in modo puntuale, proprio per la tipologia di illecito concorrenziale ed in relazione alle precise contestazioni mosse dalla concorrente, non potendo essere sufficiente il ricorso a generiche formule di stile, basate su di una mera somiglianza d'insieme delle iniziative commerciali, incorrendosi, in tal modo, in una omessa pronuncia o motivazione del tutto apparente in merito alla sussistenza o meno degli elementi costitutivi che devono ricorrere per integrare una fattispecie di concorrenza parassitaria.

 

  • E' consolidato per cui, in tema di diritto d'autore, la violazione di un diritto d'esclusiva che spetta all'autore ai sensi della  n. 633 del 1941, art. 12,costituisce danno "in re ipsa", analogamente a quella di un diritto assoluto o di un diritto personale, senza che incomba al danneggiato altra prova che non quella della sua estensione. In tema di liquidazione equitativa del danno, al fine di evitare che la relativa decisione si presenti come arbitraria e sottratta ad ogni controllo, è necessario che il giudice indichi, almeno sommariamente e nell'ambito dell'ampio potere discrezionale che gli è proprio, i criteri seguiti per determinare l'entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al "quantum”. In effetti la valutazione equitativa non è censurabile in Cassazione, sempre che i criteri seguiti siano enunciati in motivazione e non siano manifestamente incongrui rispetto al caso concreto, o radicalmente contraddittori, o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza, ovvero l'esito della loro applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto-

 

Sommario: I fatti di causa; La decisione; Sull’art. 110 L.A.; Sulla tutelabilità ex art. 2, n. 5 L.A. di un progetto d’arredamento d’interni; Sull’agganciamento parassitario; Sui criteri di  liquidazione equitativa del danno da lucro cessante.

  

I fatti di causa

 

Con sentenza n. 1543/2018, la Corte d’Appello di Milano, ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Milano a favore della nota società Kiko S.p.a. attiva nel settore della produzione e commercializzazione di prodotti cosmetici e di profumeria.

Detta società, nel 2005, aveva affidato ad uno studio di architetti di interior design l’incarico di realizzare una nuova progettazione dei negozi Kiko. Il relativo progetto era poi stato protetto – nel luglio 2006 – come modello dal titolo "Design di arredi di interni per negozi monomarca (OMISSIS).

 

La causa veniva promossa contro una società concorrente che aveva ripreso nell'allestimento dei suoi negozi gli elementi caratterizzanti i punti vendita della Kiko. Quest’ultima, in particolare, lamentava azioni di concorrenza parassitaria, ex art. 2598 c.c., data dall'imitazione continuativa e sistematica delle sue iniziative, oltre che la violazione dei diritti esclusivi ex art. 2, n. 5 L.A. sul progetto di architettura.

Le domande della società attrice venivano accolte e, conseguentemente, la società convenuta era stata condannata al risarcimento dei danni, quantificato in Euro 716.250,00 (già attualizzati alla data della sentenza).

 

La decisione

 

La Corte di Cassazione chiamata a pronunciarsi su ricorso della società convenuta, ha in parte confermato la sentenza di secondo grado, per la parte relativa la titolarità della società attrice in primo grado, e per la parte inerente qualificazione giuridica della fattispecie come opera dell'architettura, e l’ha invece cassata con rinvio per la parte relativa la quantificazione dei danni.

Si seguito si illustrano brevemente i principi espressi dalla Corte di Cassazione.

 

Sull’art. 110 L.A.

Per quanto concerne la titolarità dei diritti in capo alla Kiko, la Corte ha ricordato come costituisca «principio generale in materia di diritto d'autore quello per cui il committente è titolare, a titolo derivativo o originario (..) ma in via esclusiva, dei diritti di sfruttamento economico delle opere dell'ingegno realizzate su commissione dal lavoratore autonomo, ove quest'ultimo si sia obbligato, dietro compenso, a svolgere un'attività creativa affinché la controparte possa poi sfruttarne economicamente i risultati, spettando invece all'autore i diritti morali».

Ne segue che l'art. 110 L.A. - in ordine alla necessità di prova scritta della trasmissione dei diritti di utilizzazione - non è applicabile quando il committente abbia acquistato i diritti di utilizzazione economica dell'opera per effetto ed in esecuzione di un contratto di prestazione d'opera intellettuale concluso con l'autore (sul punto conforme anche Cass., n. 13171/2016, e Cass. n. 18633/2017, richiamate in sentenza).

 

Sulla tutelabilità ex art. 2, n. 5 L.A. di un progetto d’arredamento d’interni

Quanto alla questione della tutelabilità ex art. 2, n. 5 L.A.  (ai sensi del quale sono comprese nella protezione “i disegni e le opere di architettura”) di un progetto di arredamento di interni, controparte contestava la circostanza che il progetto – ben lungi dall'essere una “felice e creativa combinazione di elementi”, conteneva solo "basilari indicazioni relative alla disposizione di mobili all'interno dei negozi", destinati anche a variare nel tempo.

Al riguardo la Cassazione dopo aver ribadito il principio che “l'idea di per sé non può essere tutelata, occorrendo una sua esteriorizzazione in una forma espressiva

 

Difatti, il concetto giuridico di creatività - quale presupposto della tutela accordata dalla L.A.  - postula che l'opera dell'ingegno:

  • sia frutto di “personale e individuale espressione di un'oggettività appartenente alle categorie elencate in via esemplificativa nell'art. 1 della legge e consiste non già nell'idea che alla base della sua realizzazione ma dalla forma della sua espressione, ovvero dalla sua soggettività” (Cass., n. 25173/2011);

oppure, che

  • rifletta la personalità del suo autore, manifestando le scelte libere e creative di quest'ultimo” (C. Giust. 12.9.2019, C-683/17, Cofemel).

 

Ciò posto nel caso concreto la Corte d’appello di Milano, richiamando anche la decisione di primo grado, aveva ritenuto che “l'elaborazione progettuale degli ambienti, e quindi la forma espressiva dell'autore, prevedesse una serie di elementi, la cui scelta, coordinamento ed organizzazione si rivelava dotata del carattere creativo richiesto”. Tali elementi poi, “al di là dell'inevitabile adattamento dell'idea creativa ai vincoli strutturali dovuti alla conformazione delle singole unità immobiliari utilizzate da Kiko per i propri negozi” risultavano “costantemente realizzati e riprodotti secondo la concezione propria del progetto iniziale”. Con la conclusione che si trattava, dunque, di una “specifica forma espressiva, un progetto ben definito di arredamento d'interni, destinato ad essere replicato con caratteristiche identiche nella concreta progettazione dei punti vendita Kiko, non di una serie di astratte indicazioni, modificabili a seconda dei diversi contesti di utilizzazione ovverosia delle diverse strutture in cui i singoli componenti vengono ad essere inseriti”.

Con riguardo, invece, alla questione inerente la tutelabilità del concept-store come opera dell'architettura , ex art. 2, n. 5 L.A., la società convenuta, ricorrente in cassazione, eccepiva la mancanza di “individuazione di una superficie di immobile specifica, in cui l'opera dovrebbe incorporarsi”, e la mancanza di “organizzazione di tale spazio mediante elementi strutturali fissi”, nonché del “requisito ulteriore del valore artistico”.

Ora, come stimato dalla Corte di merito, un progetto o un'opera di arredamento di interni, nel quale vi sia una progettazione unitaria, in uno schema in sè visivamente apprezzabile, che riveli una chiara "chiave stilistica", di singole componenti organizzate e coordinate per rendere l'ambiente funzionale ed armonico, ovvero l'impronta personale dell'autore, è proteggibile come progetto di opera dell'architettura, ai sensi dell'art.. 5, n. 2 L.A. (“i disegni e le opere dell'architettura”), a prescindere dal requisito dell'inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l'immobile, non presente nella suddetta disposizione, o dal fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto da un problema tecnico-funzionale che l'autore vuole risolvere.

Ciò posto, sul punto la Corte di Cassazione ha confermato quando deciso dalla Corte d’Appello osservando:

  • anzitutto, come il progetto di architettura di interni “non sia  tutelabile esclusivamente come modello di design industriale”;
  • in secondo luogo, che “l'opera dell'ingegno è protetta dall'ordinamento purché presenti un qualche elemento od una qualche combinazione che sia originale, frutto della creatività, ancorché minima del suo autore” (Cass., n. 4777/2017 e , n. 908/1995), così da “potersi identificare, pur inserendosi in un genere assai diffuso, per essere un prodotto singolare dell'autore e da poter essere individuata tra le altre analoghe” (Cass., n. 7077/1990);
  • in terzo luogo, che ciò che viene tutelato è “l'opera dell'ingegno in quanto estrinsecata in una determinata forma e non l'idea in sé e per sé, anche se originale”. Difatti, l'idea una volta che “si sia espressa in una determinata forma diviene, nel suo contenuto intellettuale, di pubblico dominio: da quel momento, tutti possono utilizzarla col solo limite di non riprodurre la stessa forma artistica in cui si è concretizzata ed occorre pertanto che l'idea creativa, in sé non tutelabile, venga "rappresentata" all'esterno e si consolidi in un'espressione nuova, compiuta (e quindi non allo stato grezzo) ed originale che rappresenti "un autonomo e specifico risultato creativo", "un'autonoma e definitiva creazione intellettuale", non abbisognevole di aggiustamenti e trattamenti ulteriori” (, n. 5301/1999). In altre parole, oggetto della protezione non è “l'idea o il contenuto intrinseco dell'opera, ma la rappresentazione formale ed originale in cui essa si realizza, ai fini della comunicazione ai terzi” (Cass., n. 5089/2004Cass.. n. 15496/2004Cass.. n. 25173/2011Cass., n. 13524/2014Cass., n. 14635/2018).

Dati questi presupposti, la Corte di Cassazione ha evidenziato come nella società attuale, la nozione di architettura si sia ampliata, ricomprendendo tutta “quell'attività intellettuale rivolta alla creazione e modificazione degli spazi per renderli fruibili all'uomo, nell'ambiente fisico, nel territorio e paesaggio, nelle città, nell'edilizia ed anche nell'organizzazione degli interni”.

Tuttavia, osserva la Corte che per poter essere tutelabile, il progetto o l'opera di architettura d'interni deve essere, “sempre identificabile e riconoscibile sul piano dell'espressione formale come opera unitaria d'autore, per effetto di precise scelte di composizione d'insieme degli elementi (ad es. il colore delle pareti, particolari effetti nell'illuminazione, la ripetizione costante di elementi decorativi, l'impiego di determinati materiali, le dimensioni e le proporzioni). Infatti, l'esclusiva riguarda il complesso, l'opera unitaria di organizzazione dello spazio, l'utilizzo congiunto degli elementi di arredo secondo il medesimo disegno organizzativo”.

Accertato quindi che la Corte d’appello di Milano, aveva rilevato come il progetto di concept store avesse dato rilievo “proprio all'organizzazione dello spazio risultante dalla precisa combinazione d'insieme di elementi che, pur comuni ove singolarmente esaminati, risulti nell'insieme originale, in quanto dotata del quel minimo di apporto creativo idoneo alla sua promozione per l'accesso alla tutela autorale e in quanto frutto non di scelte di carattere funzionale e banali” (quali ad esempio: l'ingresso open space, con ai lati due grandi grafiche retroilluminate, all'interno; espositori laterali consistenti in strutture continue ed inclinate lungo le pareti; isole a bordo curvilineo posizionate al centro del negozio; presenza di numerosi schermi TV incassati negli espositori inclinati; utilizzazione di combinazioni di medesimi colori, bianco/nero, rosa/viola, e punti di illuminazione con diffusione di luci fredde).

La sentenza qui in commento (richiamati i precedenti della Corte di Giustizia: 10/7/2014, causa C-421/2013, Apple e  12/9/2019, Causa C-683/17, Cofemel), ha affermato il principio di diritto in forza del quale, “in tema di diritto d'autore, un progetto o un'opera di arredamento di interni, nel quale ricorra una progettazione unitaria, con l'adozione di uno schema in sé definito e visivamente apprezzabile, che riveli una chiara "chiave stilistica", di componenti organizzate e coordinate per rendere l'ambiente funzionale ed armonico, ovvero l'impronta personale dell'autore, è proteggibile quale opera dell'architettura, ai sensi dell'art. 5, n. 2 L.A. ("i disegni e le opere dell'architettura"), non rilevando il requisito dell'inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l'immobile o il fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore dell'arredamento di interni, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto dalla volontà di dare soluzione ad un problema tecnico-funzionale da parte dell'autore”.

La Cassazione ha così confermato la condanna della ricorrente in cassazione su tale motivo di ricorso, essendo stato accertato nei precedenti gradi di giudizio:

  • che il concept store della Kiko, oltre presentare un gradiente di creatività (in quanto utilizzava forme espressive non banali), era anche “assolutamente costante nei molti punti vendita”;
  • che nei punti vendita della ricorrente in cassazione vi fosse sia nella impressione visiva d'insieme che in quella strutturale, una sostanziale riproduzione degli elementi caratterizzanti l'arredamento di interni del concept store della Kiko, non rilevando limitate differenze di forma dei singoli componenti.

Sugli elementi di valutazione della contraffazione

Proprio con specifico riguardo, alla valutazione della sussistenza, o meno della contraffazione, la Suprema Corte ha rilevato come non sia “determinante, per negarla, l'esistenza di differenze di dettaglio, rilevando solo che i tratti essenziali che caratterizzano l'opera anteriore siano riconoscibili nell'opera successiva” (Cass., n. 7077/1990). Le differenze di mero dettaglio, difatti, non sono il frutto di un “apporto creativo, ma del mascheramento della contraffazione” (Cass., n. 20925/05).

Ne segue, che il plagio va escluso solo qualora “l'idea altrui sia utilizzata in una diversa rappresentazione o vengano organizzati in modo nuovo elementi già appartenenti al patrimonio culturale comune e susciti in chi la osserva diverse sensazioni, essendo necessario quindi verificare se siano state introdotte delle mere varianti secondarie inidonee a dare vita ad una nuova opera percepibile come risultato di scelte espressive individuali distinte dalla prima opera ovvero se, per effetto anche di un'elaborazione tecnica, pur all'interno di un percorso ideale già da altri tracciato, valutato l'insieme degli elementi che caratterizzano l'oggetto, muti la capacità espressiva dell'opera ovvero la capacità di suscitare emotività nel pubblico, attraverso le caratteristiche estetiche dell'opera, e si raggiunga una creatività nuova meritevole di autonoma tutela”.

Fermo restando che si ha violazione dell'esclusiva d'autore non solo quando l'opera è copiata integralmente, cioè quando vi sia una riproduzione abusiva, ma anche nel caso di contraffazione parziale, che ricorre quando, sulla base di una valutazione sintetica, “senza che sia necessario procedere ad esami analitici sulla qualità e quantità di tutte le conformità e le difformità che la seconda opera presenta rispetto alla prima...i tratti essenziali dell'opera anteriore si ripetono in quella successiva” (Cass., n. 7077/1990).

 

Sull’agganciamento parassitario

Quanto alla sussistenza, o meno dell’agganciamento parassitario della ricorrente alle iniziative promozionali e produttive di Kiko (quali: abbigliamento delle commesse; aspetto dei sacchetti e dei contenitori porta-prodotto, aspetto dei prodotti stessi; comunicazione commerciale on-line), la Cassazione ha rilevato una carenza di motivazione avendo il Collegio «laconicamente affermato "non è intenzione di questo Collegio addentrarsi nella disamina analitica di ciascuno degli elementi, che precedono, così attentamente esaminato dalle parti negli atti difensivi finali", ritenendo, tuttavia, sussistente l'illecito concorrenziale».

Premesso che, la «valutazione complessiva delle singole condotte del concorrente e della loro idoneità, sulla base di una considerazione cumulativa, al fine di evidenziare la sussistenza o meno di un disegno unitario volto a sfruttare sistematicamente l'altrui lavoro, implica un tipico apprezzamento di fatto, è incensurabile in sede di legittimità». La Corte ha giustamente rilevato come, non solo, una «valutazione deve pur essere effettuata», ma dev’esserlo anche in «modo puntuale, proprio per la tipologia di illecito concorrenziale ed in relazione alle precise contestazioni mosse dalla concorrente, non potendo essere sufficiente il ricorso a generiche formule di stile, basate su di una mera somiglianza d'insieme delle iniziative commerciali, incorrendosi, in tal modo, in una omessa pronuncia o motivazione del tutto apparente in merito alla sussistenza o meno degli elementi costitutivi che devono ricorrere per integrare una fattispecie di concorrenza parassitaria».

Per tale ragione, la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio sul punto e la suprema Corte ha anche sinteticamente ricordato i principi della concorrenza parassitaria, ossia:

  • comportamento il quale si realizza in una pluralità di atti che, presi nel loro insieme costituiscono un illecito, in quanto rappresentano la continua e ripetuta imitazione delle iniziative del concorrente e, quindi, lo sfruttamento sistematico del lavoro e della creatività altrui;
  • può considerarsi parassitaria anche un'attività che, in un unico momento, imiti "tutte" le iniziative prese dal concorrente;
  • non è necessaria la ripetitività nel tempo di più atti imitativi, in quanto la sistematicità e continuità possono anche essere simultanee ed esprimersi nei caratteri quantitativi dell'imitazione. Difatti, la creatività è «parimenti vulnerata sia nel caso di una diluizione nel tempo di più atti ripetitivi, sia nella simultaneità di una loro manifestazione esteriore globale» (, n. 13243/2004):
  • in entrambe le forme della concorrenza parassitaria, sia in quella che si può chiamare "diacronica" (pluralità di atti che si succedono nel tempo, diretti tutti ad una continua e ripetuta imitazione delle iniziative del concorrente), sia in quella che può invece definirsi "sincronica" (dove lo sfruttamento sistematico del lavoro e della creatività altrui viene conseguito attraverso una pluralità di atti o un comportamento globale posti in essere contemporaneamente), l'imitazione può considerarsi illecita soltanto se effettuata a "breve distanza di tempo" da ogni singola iniziativa del concorrente (nella concorrenza parassitaria diacronica) o dall'ultima e più significativa di esse (in quella sincronica), là dove per "breve" deve intendersi quell'arco di tempo per tutta la durata del quale l'ideatore della nuova iniziativa ha ragione di attendersi utilità particolari (di incassi, di pubblicità, di avviamento) dal lancio della novità, ovvero fino a quando essa è considerata tale dal pubblico dei clienti e si impone, quindi, alla loro attenzione nella scelta del prodotto (con richiamo a: , n. 25607/2018).

In altre parole «la concorrenza sleale parassitaria, ricompresa fra le ipotesi previste dall'art. 2598 c.c., n. 3, consiste in un continuo e sistematico operare sulle orme dell'imprenditore concorrente attraverso l'imitazione non tanto dei prodotti ma piuttosto di rilevanti iniziative imprenditoriali di quest'ultimo, mediante comportamenti idonei a danneggiare l'altrui azienda con ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale; essa si riferisce a mezzi diversi e distinti da quelli relativi ai casi tipici di cui ai precedenti nn. 1 e 2 della medesima disposizione, sicché, ove si sia correttamente escluso nell'elemento dell'imitazione servile dei prodotti altrui il centro dell'attività imitativa (requisito pertinente alla sola fattispecie di concorrenza sleale prevista dello stesso art. 2598 c.c., n. 1), debbono essere indicate le attività del concorrente sistematicamente e durevolmente plagiate, con l'adozione e lo sfruttamento, più o meno integrale ed immediato, di ogni sua iniziativa, studio o ricerca, contrari alle regole della correttezza professionale» (Cass., n. 25607/2018Cass., n. 22118/2015).

 

Sui criteri di  liquidazione equitativa del danno da lucro cessante.

La Corte d'appello, condividendo la valutazione espressa dal Tribunale, aveva quantificato il danno subito da parte attrice in primo grado in Euro 700.000,00. Tale determinazione era stata operata moltiplicando per dieci l'intero compenso corrisposto dalla Kiko al progettista del concept-store. In particolare nella sentenza impugnata era stato precisato che detta somma rappresentava, ciò che Kiko, quale titolare dei diritti di utilizzazione economica dell'opera, avrebbe percepito da concorrente se quest'ultima, invece di agire illecitamente, avesse acquistato dalla prima il diritto di allestire i propri negozi con lo stesso concept store meritevole di tutela autorale e quindi il "giusto prezzo del consenso".

Su tale motivo di impugnazione la Suprema Corte ha ricordato come sia consolidato il principio per cui, in tema di diritto d'autore, la «violazione di un diritto d'esclusiva che spetta all'autore ai sensi della L. n. 633 del 1941, art. 12, costituisce danno "in re ipsa", analogamente a quella di un diritto assoluto o di un diritto personale, senza che incomba al danneggiato altra prova che non quella della sua estensione» (richiamate in senso conforme: Cass., n. 12954/2016Cass., n. 8730/2011Cass., n. 14060/2015Cass., n. 3672/2001).

Ciò posto, la Cassazione ha ricordato che la liquidazione equitativa del danno, affinché non sia arbitraria e sottratta ad ogni controllo, deve indicare «almeno sommariamente e nell'ambito dell'ampio potere discrezionale che gli è proprio, i criteri seguiti per determinare l'entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al quantum» (Cass., n.  2327/2018).

E’ noto che tale valutazione equitativa, in quanto giudizio di merito, non è censurabile in Cassazione.  Occorre tuttavia che venga rispettata la duplice condizione, che i criteri seguiti

  • vengano «enunciati in motivazione»;
  • «non siano manifestamente incongrui rispetto al caso concreto, o radicalmente contraddittori, o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza, ovvero l'esito della loro applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto» (Cass., n. 13153/2017; . n. 12318/2010).

La Cassazione, rilevato che nel caso concreto il danno era stato liquidato utilizzando come base di calcolo non la somma che l'utilizzatrice avrebbe dovuto pagare a Kiko per acquistare i diritti correlati allo sfruttamento del concept store, ma la somma che, in unica soluzione, Kiko aveva liquidato, quale committente, all'autore del progetto di architettura, utilizzando peraltro come moltiplicatore un'unità (dieci), del tutto arbitraria, ha dunque cassato con rinvio sul punto.

La sentenza si può leggere in allegato