Famiglia, relazioni affettive - Separazione, divorzio -  Franco Longo - 30/11/2020

Quando l’incombente processuale dell’audizione del minore è determinante ai fini della decisione.

Nota al decreto della Corte di Appello di Torino del 15 marzo 2019 in un caso di ricorso per la modifica delle condizioni del divorzio di una sentenza emessa dalla Corte del Michigan.


Il caso in esame presenta diversi profili di interesse. Rilevano anche aspetti di diritto internazionale, in particolare alcune convenzioni che concernono i diritti dei minori, e di diritto internazionale privato.

Con pronuncia della Corte dello Stato del Michigan (Usa) del 20 aprile 2011 veniva dichiarato il divorzio tra un cittadino italiano residente nel Michigan e la moglie originaria di tale stato. Nelle more della procedura la madre e la figlia minorenne andarono a vivere in Italia, a Torino. Nelle condizioni del divorzio, era allora stato previsto che la figlia ogni anno, durante la pausa dell’attività scolastica da giugno a settembre, andasse a stare negli Usa dal padre. Cosa che per qualche anno avvenne. Nel 2018 la figlia, che aveva nel frattempo raggiunto l’età di anni 16, non si sentiva più di andare dal padre in quanto si sentiva sola e a disagio, triste, non andava d’accordo con la nuova moglie del padre il quale spesso era assente per motivi di lavoro. Il padre era del tutto contrario che quell’estate la figlia non si recasse da lui. La madre, nell’interesse della figlia, adiva allora il tribunale di Torino il quale, in accoglimento parziale, con una pronuncia emessa a inizio agosto 2018, stabiliva che la figlia si recasse dal padre da metà agosto a metà settembre, quindi pochi giorni dopo. Veniva tempestivamente proposto reclamo alla Corte d’ Appello che accoglieva integralmente la domanda delle ricorrenti.

In tale fattispecie, alla luce delle eccezioni formulate dal padre resistente, i giudici hanno dovuto affrontare alcune questioni di rito preliminari. Innanzi tutto quella della giurisdizione. Riteneva, infatti, la parte resistente, che essa spettasse allo stato del Michigan essendo stato un tribunale di tale stato a emettere la sentenza di divorzio il quale, peraltro, aveva nella sentenza specificato che la giurisdizione sarebbe spettata sempre allo stesso in relazione a successive istanze. Secondo il resistente l’Italia aveva il dovere di comunicare con la corte dello stato del Michigan. Veniva poi eccepita l’inammissibilità della domanda in quanto la sentenza di divorzio della corte del Michigan non era stata trascritta in Italia.
Occorre ancora evidenziare che poco dopo il ricorso presentato dalla madre nell’interesse della figlia presso il tribunale di Torino, a sua volta il padre ne aveva presentato uno presso la corte del Michigan con cui chiedeva il cambio di custodia a suo favore ritenendo la madre inidonea a fare rispettare le condizioni del regime di visita stabilite. Affermava, pertanto, che si era creata una situazione di doppia pendenza, con il rischio di una sovrapposizione di giudicati che doveva essere risolta con il riconoscimento della giurisdizione della corte del Michigan che si era auto riconosciuta provvista della giurisdizione per ogni successiva istanza connessa con la sentenza di divorzio.


Tali eccezioni sono state ritenute infondate sia dal tribunale che dalla corte di appello di Torino seppur con motivazioni diverse.
La corte ha fatto applicazione dell’art. 7 della legge 218/1995. Ha osservato in primo luogo che nella specie non poteva sussistere alcuna (previa) pendenza e alcun rischio di sovrapposizione di giudicati. Infatti il ricorso presentato dal padre aveva ad oggetto il cambio di custodia a suo favore, quello presentato dalla madre nell’interesse della figlia una modifica del regime di visita padre e figlia (era stato chiesto che fosse invece il padre a recarsi in Italia a far visita alla figlia). Così come riguardo l’auto riconoscimento in sentenza della propria giurisdizione da parte della corte americana, i giudici torinesi hanno sempre fatto riferimento al predetto articolo. 7 della legge 218/1995 il quale determina il superamento dell’automatismo invocato dalla difesa del padre. Si tratta del criterio cosiddetto della “prevenzione temporale’. Quanto all’eccezione rappresentata dalla mancata trascrizione della sentenza di divorzio in Italia, la corte ha ritenuto tale ‘omissione’ irrilevante, stante la natura meramente dichiarativa di tale trascrizione.

Nel merito, la corte di appello ha modificato la sentenza del tribunale accogliendo integralmente la domanda e, quindi, disponendo che la figlia non si recasse negli Usa dal padre e che lo potesse invece vedere in Italia e solo nel caso la stessa lo gradisse.

Tale decisione, sul piano probatorio, è stata assunta ritenendo decisive le dichiarazioni fornite dalla figlia, una grande minore sedicenne, in occasione dell’audizione avvenuta nel corso della prima fase del giudizio davanti al giudice istruttore designato e a un cancelliere. È stato data attuazione al diritto all’ascolto del minore, previsto, in virtù delle ultime riforme, in tutti i procedimenti che riguardano il minore, compresi separazione e divorzio, a pena di nullità delle procedure. In senso più ampio si tratta del pieno riconoscimento dei diritti processuali del minore sancito dalla Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996. In tale senso vi sono anche progetti di legge che prevedono l’obbligo di assistenza tecnica autonoma in ogni procedimento che riguarda il minore.

Nella specie, nel corso dell’audizione, la figlia minore aveva espresso e manifestato tutto il suo disagio e la solitudine patiti gli anni precedenti nei tre mesi trascorsi dal padre e, altresì, il rapporto non caloroso con quest’ultimo il quale, in detto periodo, si assentava anche parecchi giorni per motivi di lavoro.