Interessi protetti - Interessi protetti -  Alessio Anceschi - 31/10/2017

Quella liquidazione che non sà da fare

In quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno se ne andava un giorno un giovane avvocato di provincia, quando ad un certo punto, svoltata una curva, gli si presentavano dinnanzi due bravi con lunghi mantelli neri, che parevano delle toghe, che con accento forestiero lo apostrofarono dicendo "avvocato, questa liquidazione non sa da fare …".

Se volessimo romanzare le vicende VERE di cui ci apprestiamo a parlare con le trame fantastiche descritte da Alessandro Manzoni dovremmo probabilmente cominciare in questo modo poco originale.

Ma poiché questa vicenda processuale merita di essere descritta così com'è, vogliamo escluderne qualsiasi fantastica contaminazione affinchè il lettore possa comprenderla nella sua realtà, senza divagazioni o contaminazioni emozionali.

 

Premessa (Causa di merito)

 

Questa vicenda tratta infatti delle difficoltà incontrate da un giovane avvocato nel recuperare i propri crediti professionali.

Nell'anno 2010 questo giovane avvocato riceve mandato dal titolare di un'impresa individuale per assisterlo giudizialmente in una causa civile introdotta nei suoi confronti nel quale viene chiesto l'accertamento della simulazione di una compravendita immobiliare e la revocazione ordinaria ex art. 2901 c.c. di un immobile acquisito poco tempo prima.

La causa si conclude alla fine del 2014 con una sentenza favorevole alla parte attrice che dispone la revocazione dell'atto di compravendita immobiliare.

L'avvocato, che ha già ricevuto alcuni anticipi, chiede al cliente il saldo dei suoi compensi.

Nel frattempo il cliente presenta appello alla sentenza con un diverso legale (che chiameremo "B") il quale, nel redigere l'atto di appello chiede assistenza al primo avvocato, dalle cui memorie conclusive attinge a piene mani. Poco dopo, le parti in causa raggiungono un accordo transattivo, il cui contenuto rimane ignoto ai terzi ma che certamente esclude il pagamento del compenso al primo avvocato che certamente non riceve il saldo del proprio compenso.

 

Prima causa di recupero del credito professionale

 

L'avvocato agisce quindi in giudizio nei confronti del proprio ex assistito, introducendo un procedimento sommario di cognizione ex art. 28, l. 794/1942 (art. 14, d.lgs. 150/2011).

Allega alla domanda, oltre all'atto introduttivo (comparsa di costituzione) con relativa procura ad litem, nella quale compare, oltre alla sottoscrizione autenticata, anche il timbro societario in originale, anche la copia degli anticipi ricevuti (n. 6 fatture), con relative attestazioni di pagamento delle ritenute d'acconto e copia dell'atto di appello nel quale il cliente riconosce di essersi costituito in primo grado.

Il cliente si costituisce in giudizio, assistito dall'avvocato B, affermando di non aver mai conferito alcun mandato, senza tuttavia presentare alcuna "querela di falso".

Oltre ad evidenziare quest'ultima circostanza, ci si riporta alle prove documentali prodotte sufficienti a dimostrare, senza ombra di dubbio, non solo l'espletamento della prestazione professionale, bensì anche il conferimento del mandato o quantomeno la sua ratifica.

La sola eccezione del convenuto è sufficiente per il Tribunale di Modena (pronunciatosi in composizione monocratica) per dichiarare l'improcedibità sopravvenuta del ricorso, con ordinanza del 16.7.2015 (all. 1).

 

Seconda causa di recupero del credito professionale

 

L'avvocato, abbastanza sconcertato, ripropone l'azione in forma ordinaria, chiedendo poi la conversione obbligatoria del rito, così come previsto dall'art. 4, d.lgs. 150/2011 che impone l'applicazione del rito sommario per le controversie relative alla liquidazione dei compensi professionali per l'assistenza legale in materia giudiziale civile. Pur reiterandone la richiesta, tale conversione non verrà mai disposta.

Si instaura quindi un secondo giudizio "ordinario" nel quale l'avvocato allega le medesime prove documentali già depositate in precedenza ed il cliente torna a costituirsi, assistito sempre dall'avvocato "B", formulando le stesse eccezioni del primo giudizio.

Il cliente convenuto partecipa personalmente alla prima udienza del 19.1.2016 contestando l'autenticità della firma apposta alla procura ad litem.

Con ordinanza del 9.5.2016 (all. 2) il Giudice istruttore, Dr.ssa Rimondini, emette ordinanza ingiuntiva a favore dell'avvocato e rinvia la causa per precisazione delle conclusioni al gennaio 2018, ritenendo evidentemente la causa già matura per la decisione.

Dopo essere stata notificata al convenuto l'avvocato ne chiede l'esecutività che non viene concessa.

Il convenuto provvede quindi a "ricostituirsi" con un secondo atto di costituzione del 21.6.2016, quasi identico al primo, in cui, per la prima volta, si accenna alla proposizione di una "querela di falso".

Viene quindi fissata una nuova udienza per la data del 25.10.2016, nella quale l'avvocato attore chiede la conversione del rito ex art. 4, d.lgs. 150/2011, ricontestando nel merito le eccezioni riproposte dal convenuto, pressochè identiche alle precedenti.

A scioglimento della riserva assunta a tale udienza, con ordinanza del 12.1.2017 (all. 3) il Giudice istruttore fissa udienza al fine di consentire se l'avvocato attore intenda avvalersi del documento contestato (procura ad litem) riservandosi all'esito la decisione sull'ammissibilità della querela di falso.

All'udienza fissata per la data del 8.2.2017 (all. 4) l'avvocato dichiara di volersi avvalere del documento contestato.

Ciò precisando nuovamente che lo stesso è irrilevante ai fini della decisione poiché il conferimento del mandato o quantomeno la sua ratifica (artt. 1399 e 1704 c.c.), dal quale scaturisce il diritto al compenso risultano inequivocabilmente documentati dal pagamento degli acconti, regolarmente fatturati e delle ritenute d'acconto, nonché dall'atto di appello nel quale il cliente convenuto ammette di essersi costituito in primo grado, documenti mai contestati dalla controparte.

Contesta altresì la "nuova costituzione" di parte convenuta, assolutamente tardiva e la proposizione della querela di falso, in quanto irrispettosa di tutti i carismi previsti a pena di nullità dall'art. 221 c.p.c. Il convenuto eccepisce che i pagamenti effettuati in acconto sarebbero stati eseguiti da suo padre il quale sarebbe il vero titolare dell'impresa individuale a lui intestata ed "aggiunge" alle prove della querela di falso già indicate nella sua seconda costituzione (citazione a testi del padre e dello zio) anche la CTU grafologica.

Con ordinanza del 10.2.2017 (all. 5) il Giudice istruttore autorizza la querela di falso fissando udienza per la redazione del processo verbale in presenza del Pubblico ministero e del cancelliere, revocando l'ordinanza ingiuntiva del 9.5.2016.

Segue l'udienza del 21.3.2017 alla quale partecipa anche il Pubblico ministero che senza tenere in minima considerazione l'assoluta assenza dei presupposti di cui all'art. 221 c.p.c. lamentati da parte attrice, si associa alle richieste di parte convenuta.

Con ordinanza del 16.6.2017 (all. 6) vengono ammesse le prove richieste da parte convenuta, compresa la CTU grafologica.

L'avvocato attore, ribadendo le sue ragioni di merito, evidenzia altresì l'assoluta inammissibilità della querela di falso evidenziando che:

  1. a) la querela di falso non è stata proposta nelle forme tassative previste dall'art. 221 c.p.c. (citazione o dichiarazione da allegare al verbale d'udienza);
  2. b) non è stato rispettato il principio di tassatività della prova, previsto a pena di nullità dell'art. 221 c.p.c., essendo la CTU grafologica stata richiesta solo successivamente alla proposizione della querela di falso;
  3. c) dopo essere stata autorizzata, la querela di falso non è mai stata effettivamente presentata dal convenuto.

Evidenzia altresì le numerose contraddizioni dei provvedimenti assunti dal Giudice istruttore, in quanto:

  1. a) nell'ordinanza del 19.5.2016 ( 2) si leggeva che, essendo la prima costituzione cartacea (depositata in data 11.12.2015, n.d.r.) inammissibile, si riteneva "conseguentemente che la querela di falso ivi proposta non potesse essere presa in esame mentre la dichiarazione resa dalla parte personalmente all'udienza del 19.1.2016, pur essendo valida, non appariva ammissibile, non presentando le caratteristiche richieste, a pena di nullità dall'art. 221 co. 2° c.p.c.";
  2. b) nell'ordinanza del 12.1.2017 ( 3) si legge che "la costituzione è stata regolarizzata, essendosi parte convenuta costituita anche telematicamente, se pur dopo la prima udienza (con atto del 21.6.2016, n.d.r.) e che quest'ultima "comparsa di risposta contiene altresì la querela di falso, confermata dalla parte personalmente all'udienza del 19.1.2016 (quindi, prima !? n.d.r.) e reiterata anche negli atti successivi, con l'indicazione delle prove della denunciata falsità";
  3. c) nell'ordinanza del 16.6.2017 ( 6) si legge che "alla prima udienza L. B. è personalmente comparso a presentare la querela, articolata poi negli scritti difensivi di parte convenuta. La comparsa di risposta cartacea, se pure ritenuta inammissibile perché irrispettosa delle norme tecniche per le ragioni indicate nelle precedenti ordinanze, vale comunque ad integrare validamente il verbale di udienza richiamato dalle parti ai fini della querela di falso".

 

Con atto del 22.6.2017 l'avvocato si costituisce nel procedimento incidentale di querela di falso ribadendo ribadendo tutte le sue ragioni processuali e di merito.

Segue quindi l'udienza del 12.7.2017 (all. 7) nella quale viene conferito l'incarico al CTU.

La CTU viene espletata e conferma l'autenticità della firma apposta dal cliente alla procura ad litem.

A questo punto pare opportuno che l'avvocato, dopo aver insistito per una rapida definizione del giudizio come espressamente previsto dalla legge (art. 4, d.lgs. 150/2011) senza ottenerla, insista per il risarcimento di tutti gli ingenti danni subiti in conseguenza delle inopinate iniziative giudiziali del proprio ex assistito.

 

Procedimenti connessi

 

 Quella sopra descritta è solo una sommaria descrizione di ciò che si verifica nella causa principale e nel procedimento incidentale di "querela di falso".

A tali vicende processuali se ne aggiungono altre.

Parallelamente all'introduzione del secondo giudizio "ordinario", l'avvocato, nel timore che il proprio ex cliente approfitti del dilazionamento del procedimento (manifestamente temerario), chiede un primo sequestro conservativo, la cui richiesta non viene accolta, sulla base dell'assenza del presupposto del "periculum in mora" (ordinanza del 2.9.2015).

Dopo aver insistentemente richiesto l'esecutività dell'ordinanza ingiuntiva del 9.5.2016, in data 1.6.2016 provvede ad iscrivere ipoteca a carico del suo ex assistito.

Con ricorso notificato in data 2.1.2017 il proprio ex cliente gli fa causa per indebita iscrizione di ipoteca giudiziale, asserendo di aver subito un grave danno da tale atto, sulla base del fatto che in virtù di un preliminare di vendita asseritamente stipulato in data 15.1.2016 (atto non registrato e privo data certa) si sarebbe impegnato a vendere entro la data del 15.6.2016 gli immobili sui quali risulta iscritta l'ipoteca. La vendita immobiliare sarebbe peraltro dovuta avvenire al un prezzo doppio rispetto a quello di acquisto dell'immobile nel dicembre 2011.

Ovviamente l'ex cliente non allega alla richiesta alcun documento avente data certa anteriore al 15.6.2016, né alcun documento che faccia riferimento a tale presunto contratto preliminare, anteriore al dicembre 2016.

L'avvocato sporge quindi denuncia querela verso il proprio ex assistito per tentata truffa, aggravata ai danni dello Stato, essendo che i danni vengono solidarmente richiesti anche all'Agenzia delle entrate competente per territorio.

Nel procedimento principale, già in data 5.1.2017 provvedeva a formulare una seconda richiesta di sequestro conservativo, considerando il fatto che, a prescindere dalla sua strumentalità, l'asserita volontà di alienare l'immobile da parte dell'ex cliente giustificasse l'adozione di un provvedimento di sequestro dei beni, confermando non soltanto l'attualità del presupposto del periculum in mora bensì anche quello relativo alla prima istanza formulata nell'autunno del 2015.

Sorprendentemente anche tale richiesta viene rigettata con ordinanza del 10.2.2017 (all. 5), la quale, per di più, revoca addirittura l'ordinanza ingiuntiva precedentemente emessa in data 9.5.2016 (all. 2).

 

Conclusioni

 

 Lo scrivente lascia ogni valutazione all'attento lettore, che non mancherà di coglierne i rilievi.

Peraltro, la vicenda in questione non si è ancora conclusa, sicchè l'esito del giudizio, o meglio dei giudizi, è ancora incerto, per quanto, secondo diritto, non potrebbe che prospettarsi soltanto gravi conseguenze per l'avventato cliente.

Questo a condizione che si possa effettivamente confidare su una corretta interpretazione ed applicazione della legge.

L'unica considerazione che questo cronista vuole fare di questa incresciosa vicenda giudiziale è solamente di carattere matematico e statistico ed è la seguente.

Una causa che nelle intenzioni della riforma del 2011 sulla "semplificazione dei riti" avrebbe obbligatoriamente dovuto decidersi in breve tempo, in un'unica udienza (o forse due), si è in realtà svolta (solo fino ad ora !!) attraverso n. 2 procedimenti giudiziali principali ed altri n. 3 procedimenti incidentali (n. 2 proc. cautelari ed una querela di falso), complessivamente, in n. 6 udienze, con l'adozione di n. 5 ordinanze (molte delle quali contraddittorie tra loro).

Un procedimento che avrebbe dovuto concludersi in pochi mesi è ancora pendente a distanza di 30 mesi dal primo atto introduttivo, depositato nell'aprile 2015, pari al tempo di stagionatura del parmigiano reggiano.

Il tutto per riconoscere che l'avvocato aveva ricevuto il mandato professionale in una causa giudiziale civile nel quale il cliente era stato convenuto per accertare/dichiarare la simulazione/revocazione di una compravendita immobiliare effettuata in suo favore, in presenza di una procura ad litem autenticata (con timbro originale dell'impresa individuale del cliente), dimostrazione del pagamento di n. 6 anticipi mediante fatturate e relative attestazioni di ritenute d'acconto e deposito dell'atto di appello avverso alla sentenza, già definito con transazione.

 

Per non concludere questa storia in modo diverso da come l'abbiamo cominciata, dobbiamo affermare "che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione, ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore".

Tralasciando la fiducia in Dio, sarebbe invece più auspicabile poter confidare in un'applicazione della legge più rispettosa dei diritti degli avvocati.

 

si allegano:

1) ordinanza del16.7.2015;

2) ordinanza del 9.5.2016.