Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Redazione P&D - 24/03/2020

Rapporti di vicinato, distanze e confini: regolamenti locali che non possono esser considerati integrativi dell’articolo 873 c.c. - RM

Va analizzata l’eventualità che i regolamenti locali non possano esser considerati integrativi dell’articolo 873 del codice civile: in tal caso, infatti, la loro violazione non può in alcun modo portare alla demolizione del manufatto illegittimo.

In effetti, nell'ambito delle norme dei piani regolatori e, in generale, dei regolamenti locali, il carattere di norma integrativa rispetto alla disciplina dettata dal codice civile resta individuato, come spesso evidenziato - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, la terza edizione del trattato Riccardo Mazzon, "Rapporti di vicinato", Cedam 2018 -, dallo scopo della norma regolamentare, nel senso che la stessa è integrativa se è dettata nelle materie disciplinate dagli art. 873 e ss. c.c. e tende a completare, rafforzare ed armonizzare col pubblico interesse di un ordinario assetto urbanistico la disciplina dei rapporti intersoggettivi di vicinato; non è integrativa se ha come scopo principale la tutela di interessi generali urbanistici, quali la limitazione del volume, dell'altezza, della densità degli edifici, ovvero le esigenze dell'igiene e della viabilità o della conservazione dell'ambiente.

Ulteriormente, l’articolo 879, comma secondo, del codice civile sembra escludere, dal novero dei regolamenti integrativi dell’articolo 873 c.c., i regolamenti che dispongono in materia di costruzioni confinanti con piazze o pubbliche vie: in effetti, non solo le norme sulle distanze legali disciplinano i rapporti tra fondi privati contigui e non trovano applicazione quando si tratti di opera costruita su area di proprietà demaniale (atteso che, in tal caso, l'eventuale pregiudizio dei diritti dei proprietari dei fondi contigui deve essere valutato in relazione all'uso normale spettante ai medesimi sul bene pubblico) ma, altresì, proprio attraverso l'art. 879, comma 2, c.c., è prevista un’eccezionale deroga alla disciplina delle distanze nelle costruzioni e tale deroga discende – anche qui - dalla considerazione che, in presenza di una strada pubblica, non emerge tanto l'esigenza di tutelare un diritto soggettivo privato, quanto quella di perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico, che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e nei regolamenti urbanistico edilizi.

Così, esemplificando, le disposizioni degli strumenti urbanistici locali che disciplinano l'altezza dei fabbricati rispetto alla larghezza delle strade che essi fiancheggiano devono intendersi, di massima, dettate a tutela di interessi diversi da quelli attinenti alla materia dei rapporti di vicinato e pertanto, mentre non possono essere considerate integrative del codice civile agli effetti dell'art. 872 comma 2 stesso codice, esulano comunque, per il testuale disposto dell'art. 879 comma 2, dall'ambito delle norme in materia di costruzioni suscettibili di dar luogo a tutela ripristinatoria.

A quanto evidenziato consegue che, in caso di accertata violazione di tali norme - che tendono a tutelare principalmente interessi d'ordine generale -, il privato, proprietario dell'immobile antistante, situato sull'altro lato della via pubblica, può chiedere solo il risarcimento del danno e non anche la riduzione in pristino dei luoghi ai sensi dell'art. 872, comma 2, c.c. (naturalmente, alla – sola - pubblica amministrazione è, invece, concesso il potere di imporne l'osservanza coattiva).

Ulteriormente, il fondamento logico-razionale delle norme relative alle distanze fra le costruzioni e le vie o piazze pubbliche, quali norme che non possono definirsi integrative o modificative di quelle previste dallo stesso codice civile per le distanze nelle costruzioni, persiste, inalterato, anche nel sistema delle disposizioni di leggi speciali - e regolamenti - costituenti il corpo della normativa urbanistica.

Per esempio, non è dato ravvisare alcuna deroga, da parte dell'art. 17 comma 8 l. 6 agosto 1967 n. 765, alla tutela accordata al privato contro l'inosservanza delle distanze nelle costruzioni a confine con le pubbliche vie o piazze: tale norma disponendo che “in tutti i Comuni, ai fini della formazione di nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti debbono essere osservati limiti inderogabili...di distanza fra fabbricati...” la cui definizione è demandata (da successivo comma) al Ministro per i lavori pubblici (v. D.M. 2 aprile 1968 n. 1444), nella sua ampia formulazione mostra di riferirsi ad ogni genere di distanza: cioè, non solo alle distanze fra fondi finitimi, previste dall'art. 873 c.c. e, in via integrativa, dai regolamenti locali, ma anche a quelle che sono previste da leggi e regolamenti in materia di costruzioni eseguite in confine con le piazze e le vie pubbliche (art. 879 cpv. c.c.).

Orbene, un’ipotetica deroga al sistema introdotto con tale norma – che, come evidenziato, esclude l'applicabilità delle disposizioni del c.c. relative alle distanze quando si tratti delle costruzioni eseguite in confine con le piazze e le vie pubbliche - risulta estranea alle finalità eminentemente pubblicistiche del provvedimento legislativo, di cui la stessa norma fa parte e alla cui stregua risulta manifesto il disinteresse della nuova normativa ad estendere, alla materia delle distanze in esame, la tutela della riduzione in pristino tipica dei rapporti di vicinato, nonostante solo preminenti esigenze d'ordine generale giustificassero l'intervento legislativo.

Per una supplementare esemplificazione - riguardante regolamenti locali che non sono da considerarsi integrativi dell’articolo 873 del codice civile (e la cui violazione non può, pertanto, portare alla demolizione del manufatto) -, si consideri la casistica giurisprudenziale in materia di estensione minima del lotto (nel senso che non può essere riconosciuto carattere integrativo delle norme del codice civile, ad esempio, all'art. 75 delle norme di attuazione del piano regolatore di Palermo, approvato con d.P.R. 28 giugno 1962 n. 110, il quale stabilisce l'estensione minima del lotto perché possa essere consentito di costruirvi) nonché quella riguardante le limitazioni finalizzate esclusivamente alla tutela del centro storico (nel senso che va, ad esempio, negato il carattere integrativo del codice civile della disposizione dell'art. 26 del piano di fabbricazione del comune di Avio, trattandosi di norma che, consentendo soltanto interventi di restauro e risanamento, senza aumenti di volumetria, impone delle limitazioni dell'attività edilizia al solo fine di conservazione del centro storico).