Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Redazione P&D - 14/08/2019

Rapporti di vicinato e distanze: ancora sul rapporto tra sopraelevazione e modifica del tetto - RM

Uno dei casi maggiormente eclatanti di sopraelevazione è senza dubbio quello conseguente alla modifica del tetto; richiamato e confermato quanto più volte e in diverse sedi esposto - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, la terza edizione del trattato Riccardo Mazzon, "Rapporti di vicinato", Cedam 2018 -, si valuti anche, quale ulteriore esempio, la pronuncia infra epigrafata, dove s’afferma a chiare lettere come la modificazione del tetto di un fabbricato integri una nuova costruzione solo se comporti un aumento della superficie esterna e della volumetria dei piani sottostanti e non nel caso di lavori che, pur investendo la struttura ed il modo di essere di tale copertura, non incidano sul posizionamento della stessa.

Nella specie, i ricorrenti sostenevano che gli interventi sul fabbricato avevano comportato - pur se rimasta invariata l’imposta della falda - una modificazione verso l’alto della copertura ed un aumento volumetrico dell’edificio, sicché erroneamente, dal giudice di secondo grado, veniva affermata l’inesistenza di un intervento di sopraelevazione e della denunciata violazione delle norme sulle distanze; così Cass. 25.9.06, n. 20786, GCM, 2006, 9 32; si vedano anche Cass. 6.12.95, n. 12582, GCM, 1995, fasc. 12; Trib. Savona, 23.10.05; Cass. 6/12/1995 n. 12582; 12/12/1986 n. 7384, 12/2/1998 n. 1498.

“La corte di appello ha ineccepibilmente affermato, sulla base di fatti qualificanti e con coerente apprezzamento di merito in relazione alle prove acquisite ed in particolare della disposta c.t.u., che l’apportata modifica aveva natura architettonica e non costituiva costruzione non essendosi verificato un aumento di cubatura e di volumetria del fabbricato. La corte di appello è pervenuta a tali conclusioni attraverso argomentazioni complete ed appaganti, improntate a retti criteri logici e giuridici, nonché frutto di un’indagine accurata e puntuale delle risultanze istruttorie. Il giudice di secondo grado ha dato conto delle proprie valutazioni, circa i riportati accertamenti in fatto, esaminando compiutamente le risultanze istruttorie ed esponendo adeguatamente le ragioni del suo convincimento. Alle dette valutazioni la ricorrente contrappone le proprie, ma della maggiore o minore attendibilità di queste rispetto a quelle compite dal giudice del merito non è certo consentito discutere in questa sede di legittimità, ciò comportando un nuovo autonomo esame del materiale delibato che non può avere ingresso nel giudizio di cassazione".

Netta, dunque, l’affermazione secondo la quale spetta al giudice del merito l’accertamento in ordine alla sussistenza delle caratteristiche che devono avere le costruzioni ai fini dell’osservanza delle norme in tema di distanze legali stabilite dall’articolo 873 c.c. e dalle disposizioni integrative dettate dai regolamenti locali (verificare, cioè, di volta in volta se, in concreto, l’opera dedotta in controversia abbia le anzidette caratteristiche ovvero se, in ipotesi, avendo caratteristiche ornamentali e funzioni meramente accessorie rispetto al fabbricato, vada esclusa dal calcolo delle distanze); inoltre, quanto alle censure concernenti l’omesso o errato esame della c.t.u., oltre che per l’incidenza in ambito di apprezzamenti riservati al giudice del merito, esse sono spesso inammissibili anche per la loro genericità in ordine all’asserita erroneità in cui sarebbe incorso il giudice di appello nell’interpretare e nel valutare la detta risultanza istruttoria (nel caso in esame le censure mosse dal ricorrente sono carenti sotto l’indicato aspetto in quanto non riportano il contenuto specifico e completo della relazione del c.t.u.: tale omissione non consente di verificare l’incidenza causale e la decisività dei rilievi al riguardo sviluppati in ricorso: Sent. Cit.; cfr. anche Cass. 12/9/2000 n 12045; 12/2/1998 n. 1509; 9/4/1987 n. 3497).