Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Riccardo Mazzon - 01/08/2018

Rapporti di vicinato: quando il manufatto crea pericolose intercapedini

Se è vero, com’è vero, che il magistrato, accertata la violazione delle distanze, non ha discrezionalità nel valutare la concreta pericolosità o dannosità delle relative intercapedini, altrettanto pacificamente l’accertamento della concreta dannosità o pericolosità insita nel manufatto è necessaria al fine (pur esclusivo), di poter qualificare (o meno) quest’ultimo quale “costruzione “civilisticamente intesa” - si veda, per un approfondimento, la terza edizione del trattato Riccardo Mazzon, "Rapporti di vicinato", Cedam 2018 -.

In altri termini, il principio secondo cui le distanze nelle costruzioni debbono essere osservate anche se in concreto non esiste un effettivo danno o pericolo, in quanto la legge, imponendo l'osservanza di determinate distanze, ha ritenuto che solo queste valgono a soddisfare le esigenze di igiene, di salubrità e di sicurezza degli abitanti, non esclude il potere del giudice del merito di stabilire l'oggettiva idoneità dell'elemento costruttivo a determinare, per la sua struttura, entità e ubicazione, intercapedini che siano fonti di danno o di pericolo, in quanto l'accertamento della concreta dannosità o pericolosità dell'opera viene compiuta al fine esclusivo di stabilire se essa presenti le caratteristiche necessarie per poterla qualificare costruzione nel senso voluto dalla legge e non già, per decidere se un'opera qualificabile come costruzione, sia soggetta o meno all'osservanza della distanza.

In effetti, premessa l’ovvia conseguenza, alla condizione della sensibile elevazione del manufatto rispetto al livello del suolo, del non rientrare, nel concetto di “costruzione” ex art. 873 c.c, i manufatti completamente interrati, resta da definire che cosa s’intenda per “sensibile” elevazione del manufatto, rispetto al livello del suolo, posto, come sopra riferito, che l'art. 873 c.c, nello stabilire per le costruzioni su fondi finitimi la distanza minima di tre metri dal confine o quella maggiore fissata nei regolamenti locali, si riferisce, in relazione all'interesse tutelato dalla norma, ad opere che, oltre a possedere caratteri d'immobilità e di stabile collegamento con il suolo, siano erette sopra il medesimo sporgendone stabilmente.

Corretto e doveroso pertanto, in tale frangente, rimettere al giudice di merito il giudizio, in quanto, pur valendo generalmente la regola secondo la quale l'art. 873 c.c. non comprende né le opere completamente realizzate nel sottosuolo, né i manufatti che non si elevino oltre il livello del suolo (non ricorrendo per le une o per gli altri la ragione giustificatrice della norma stessa), anche lo sporgere il manufatto di pochi, soli centimetri, può non configurare casistica idonea a giustificare l’applicazione della normativa in questione!

Così, ad esempio, non sono costruzioni, ai fini di cui all'art. 873 c.c, una superficie al livello del cosiddetto piano di campagna, perfettamente spianata - attrezzata quale campo da tennis - ed i plinti, interrati nel sottosuolo, di sostegno dei pali d'illuminazione del campo stesso, nonché il "cordolo" di recinzione del campo, alto venti centimetri, la rete metallica intorno al campo ed i pali d'illuminazione del terreno di gioco, considerando in particolare che il primo - per la sua modesta elevazione - e gli altri - per la loro struttura e consistenza - non sono idonei ad intercettare aria e luce ed a formare, quindi, intercapedini vietate dal menzionato art. 873 c.c..

Medesima conclusione può essere raggiunta (sulla base della considerazione che essa non determina alcuna sporgenza né crea alcuna intercapedine, non potendo con ciò configurarsi “costruzione” ex art. 873 c.c) per una rampa d’accesso ad un muro di cinta.

Al contrario, lo sporgere dal suolo per un’altezza di 70 centimetri comporta che il manufatto possa essere considerato “costruzione” ex art. 873 c.c.; il medesimo approccio può comportare l’inserimento, nel concetto di costruzione ex art. 873 c.c, ad esempio, di un manufatto configurante scala ovvero di un chiosco annesso all’impianto di distribuzione di carburante.

Così, ad esempio, se la distanza dal confine di un edificio che presenti sporgenze non meramente decorative e stabilmente incorporate nell'immobile (ad esempio, una scala esterna in muratura) deve essere misurata tenendo conto delle sporgenze stesse - specie qualora la distanza sia stabilita in un regolamento edilizio comunale che non preveda espressamente un diverso regime giuridico per le costruzioni accessorie -, ne consegue, in caso di accertamento della violazione delle norme sulle distanze legali, l’irrilevanza di qualsivoglia, ulteriore indagine di fatto, quale quella, oggettiva, inerente all'accertamento della concreta pericolosità o dannosità delle intercapedini relative agli sporti medesimi (ovvero quella, soggettiva, circa l'eventuale convincimento dell'autore del fatto di esercitare legittimamente un proprio diritto, concretandosi l'animus turbandi nella semplice volontarietà del comportamento contra ius: cfr. Cass. 26.5.98, n. 5222, GCM, 1998, 1136); si veda l’ancor attuale ed insuperata Cass. 30.3. 84, n. 2110, GCM, 1984, 3-4; per un caso di conglomerato cementizio completamente interrato e privo di qualsiasi funzione autonoma in relazione all'attiguo edificio: Cass. 31.1.85, n. 638, GCM, 1985, 1, RGE 1985, I,438; inoltre, per la loro consistenza, i manufatti devono avere l'idoneità a creare intercapedini pregiudizievoli alla sicurezza ed alla salubrità del godimento della proprietà fondiaria, idoneità il cui accertamento (rimesso al giudice di merito ed insindacabile se adeguatamente motivato) è indispensabile per qualificare l'opera quale costruzione ai fini dell'applicazione della norma menzionata, senza che ciò comporti deroga alla presunzione di pericolosità collegata dalla legge al mancato rispetto delle distanze legali, presupponendo tale presunzione il preventivo accertamento che il manufatto eretto a distanza inferiore a quella legale abbia i caratteri della costruzione (Cass. 01.7.96, n. 5956, GC 1997, I, 44, RGE 1997, I, 29, GBLT 1997, 4065, NGCC 1997, I, 907).