Cultura, società - Cultura, società -  Redazione P&D - 07/02/2018

Renzo Caramaschi Niente sponda di fiume seconda puntata - M.M.B.

[Seconda puntata]
Purtroppo però, anche per lui arriverà, un giorno, la tragica resa dei conti.
Il nostro camminatore conosce la storia di Pfeifer da un anziano personaggio (un suo discendente forse?) che abita nell’ultimo maso della valle. Durante i colloqui l’evocativo malgaro gli mostra il primo registro degli ospiti della locanda. Una data: 1922; un nome: R. Marut. Provenienza: Baviera.
Secondo un’accreditata ipotesi R., Ret magari, Marut altri non è che Ben Traven.
Giornalista di fede anarchica, attore di teatro, tra i leaders della Rivoluzione Spartachista del 1919, a Monaco di Baviera, repressa nel sangue. Ucciso, forse. O magari scappato all’estero per rifarsi una vita in Messico (1924), col nome di Ben Traven, e dedicarsi alla scrittura. In quel Paese avrà come solo indirizzo una casella postale, emblema di…delocalizzazione.
Domanda: fuggito grazie alla propria abilità o lasciato scappare? In quest’ultimo caso: perché mai? Chi si nasconde dietro il misterioso personaggio?
Come che sia, egli avrebbe soggiornato per due volte in quelle remote valli alpine, incuriosito dalle vicissitudini del Pfeifer Huisele, e lasciato una traccia della propria presenza, come tutte le creature in perenne fuga.
 L’Autore è assai efficace nel tessere una trama, all’apparenza intricata, ma molto coinvolgente perché le identità dei personaggi non sono mai certe; così come i contesti in cui esse agiscono. Altrettanto le figure femminili: la ricca ereditiera Edith, incontrata a Cape Cod (la stessa località in cui troveremo in seguito il giovane Caramaschi); Irene (Mermet?), la compagna di mille avventure, un po’..inacidita dalle delusioni affettive; la fresca, imprevedibile, Pearl. Chi sono, in realtà, queste donne? E c’è un diario drammatico ci tramanda palpiti di un amore non realizzabile.
Incontriamo un poliziotto col quale il protagonista stabilisce un rapporto di reciproca stima.
Una prosa essenziale, ma densa, capace di esprimere in pieno i sentimenti di chi scrive e di suscitarli in chi legge.
Vi sono altre piste di ricerca: secondo alcuni il protagonista potrebbe essere il sindacalista Otto Feige, nato a Schwiebus nel Brandeburgo (ora Swiebodzin, Polonia).
Le tracce in Messico di Ben Traven si collegano pure a quelle di Hal Croves, suo agente letterario, della sua traduttrice Esperanza López Mateos; teorie, poi smentite; o quasi.
Non manca, va da sé, il filone dell’ascendenza nobiliare.
Cioè: “….il bisbiglio di una discendenza ‘imperiale’, frutto peccaminoso di una passionale relazione di Federico Leopoldo, nipote del Kaiser Guglielmo, con una cantante finlandese, di origine polacca, bella…peccatrice come sanno esserlo le donne dello spettacolo”.
Anche su questa fantasiosa ipotesi Caramaschi s’intrattiene da par suo con intrecci suggestivi che invito il lettore ad approfondire. D’altronde, se spulciando il web, osservate l’immagine di Ret Marut e fate astrazione dall’abbigliamento modesto con cui è raffigurato, una cert’aria Hohenzollern  non può sfuggirvi.
Nell’ultima parte del romanzo l’Autore dà conto di tutto questo.
Secondo un’altra congettura lo scrittore può essere identificato con l’attivista politico comunista Linn Gale e con il fotografo Berick Traven Torsvan; quest’ultimo ha una certa parte della narrazione.
Alcune notizie attinte nel corso della lettura. Nel 1930 Torsvan ricevette una carta d’identità per stranieri, intestata all’ingegnere nordamericano Traven Torsvan (in molte fonti appare anche un secondo nome di battesimo: Berick oppure Berwick).
È noto che B. Traven si è sempre dichiarato statunitense; nel 1933, quando spedì i manoscritti in inglese dei suoi tre romanzi –“La nave morta”, “Il tesoro della Sierra Madre” e “Il ponte nella giungla”- all’editore di New York Alfred K. Knopf sostenne che essi erano le versioni originali dei lavori e che quelle in tedesco, precedentemente pubblicate, erano solo traduzioni.
La nave morta fu pubblicato da Knopf nel 1934; presto seguito dai successivi libri di Traven stampati per il mercato statunitense e britannico. In ogni caso, se si confrontano le versioni in inglese con quelle in tedesco di questi libri, ho letto, si apprezzano notevoli differenze: i testi in inglese sono più lunghi ed entrambe le versioni presentano alcuni passaggi che invece mancano nella corrispettiva traduzione. L’attribuire un’esatta nazionalità alla figura di Traven è complicato dal fatto che i libri in inglese sono pieni di germanismi mentre quelli pubblicati in tedesco sono pieni di anglicismi. Un rebus.
Il significato profondo, il filo rosso, mi si perdoni l’immagine scontata, che unisce tutta la vicenda -e figure assai differenti tra loro, lontane nel tempo e nello spazio- è, lo spiega l’Autore col suo linguaggio vivido, che “tutti loro, Pfeifer Huisele compreso, erano stati sognatori dell’utopia della ragione, chi in un modo, chi in un altro, inseguita per scovarla e per possederla, senza mai raggiungerla….. Fantastici!….. Uomini che avevano lottato… per uscire dall’esangue disperazione di tranquillità imposte”.
Una lezione sempre attuale, specie in un’epoca, come la nostra, affamata di conformismo e di pensiero uniforme. Non amante del pensiero libero, del dissenso; in grado di respingere (ma fino ad un certo punto) certe ipocrisie del passato per inventarsene di nuove. Ridicole, se le conseguenze non fossero tragiche.
Alla fine dell’incontro in libreria mi avvicino a Renzo Caramaschi.
Mi presento e gli racconto in quale modo ho avuto notizia di lui. Misteriose assonanze.
Entrano quindi in scena il soggiorno a Novacella, il concerto di Harding con la Gustav Mahler Jugendorchester, la mia rinata passione per la Musica. Grazie a Claudio Abbado, preciso.
Mai incontrato di persona, solo sfiorato per strada poche settimane prima che lasciasse questo mondo, ma così importante. Confidenza, quest’ultima, che mi esce così, d’istinto; contrariamente a quanto mi succede di solito. Gli parlo della Terza Sinfonia di Schumann.
Sorride e dichiara: “Sono stato suo buon amico per molti anni… Mi sono dato da fare per lo sviluppo dell’Accademia Gustav Mahler e per l’Orchestra Giovanile Europea, da lui fondate.
Cittadino onorario di Bolzano nel 2003. Non riesco a capacitarmi che non ci sia più. Ho perso un grande amico. Lui non si arrabbiava mai, non ha mai alzato la voce. Alle prove con le sue orchestre, bastava un’occhiata…..”.
“L’Accademia Gustav Mahler ricopre un ruolo di grande importanza nella vita culturale italiana ed europea e si inquadra come proseguimento di quanto negli anni precedenti è stato fatto con la European Union Youth Orchestra e con la Gustav Mahler Jugendorchester. Tutto questo è stato possibile grazie al Comune di Bolzano e in particolare a Renzo Caramaschi che hanno creduto e sostenuto questo progetto, dando in questo modo a tanti musicisti un’opportunità di grande rilevanza artistica” (così Claudio Abbado in occasione del X anniversario della fondazione dell’Accademia Gustav Mahler) .
Non mi stupisce questo rapporto di amicizia: li accomunano un alto Sentire, l’amore per la Montagna, il Silenzio, l’Ascolto. La Ricerca costante di ciò che conta davvero nella Vita. E la Musica, va da sé. Tutti temi che tornano nel romanzo. Il testo sarebbe piaciuto a lui, instancabile lettore, soprattutto notturno. La vera ragione per cui Claudio Abbado non andava giù a certuni -e meno male che il suo lascito artistico ha preso la strada di Berlino!- l’ho letta nelle righe finali della presente opera. A lui si attagliano le considerazioni dello scrittore a proposito dei suoi personaggi. Eccole: “..irrequieti di vita, entusiasti, impudenti, azzardati di pensiero”. Mai catalogabili: peccato gravissimo. I romanzi sono usciti dopo che egli ci aveva già lasciato. Chissà se Caramaschi gli aveva mai parlato delle sue opere in fieri. Nulla nasce mai dal niente, ma è frutto di anni di gestazione.
Così mi piace immaginare Claudio e Renzo -omonimo dell’altro Renzo, Architetto- che conversano su storie che stanno prendendo corpo.
“Quando lo ha visto per l’ultima volta?” mi azzardo a chiedere. Temo di essere un’intrusa, la sconosciuta che strappa confidenze senza averne il diritto; ma come resistere? Vorrei che comprendesse che il mio è rispetto e affetto sinceri verso entrambi, non curiosità morbosa.
“E’ stato a Lucerna, in agosto. Quasi non riusciva a reggersi in piedi, eppure voleva dirigere il concerto….” Gli racconto, a mia volta, di Lucerna quest’estate, dell’emozione che la grande sala del KKL evoca. Non oso domandargli se, dopo Lucerna, hanno ancora comunicato tra loro.
Una pausa e aggiunge, il sorriso triste: “Pensi ho ancora qui, registrato nella rubrica del mio, il suo numero di cellulare…”
“Non lo cancelli, La prego!” Mi guarda commosso, come la moglie che lo accompagna; una signora dal sorriso dolce che ti sembra di aver sempre conosciuto. Come, del resto, tutto ciò che ha attinenza con Claudio Abbado: persone, a cominciare proprio dall’interessato -mani, sorriso, voce e tutto il resto- circostanze, luoghi, cose….
Anche la Signora parla di Claudio con tenerezza e rimpianto. Non si meraviglia, né s’insospettisce della mia vicinanza a qualcuno mai frequentato da vivo.
Non vorrei lasciarli andare. Mi piacerebbe conoscere vicende, approfondire episodi, ma è ormai tardi. Nel darmi la mano, con aria affettuosa e un po’ complice, Renzo Caramaschi mi intona l’inizio della “Renana”. L’avrei abbracciato.

Arrivederci, nuovi cari amici, incontrati grazie ai legami misteriosi tra le anime.