Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Alessio Anceschi - 23/08/2019

Residenza e dimora abituale: Concetti divergenti ?: Comm. Trib. Modena 15 luglio 2019

Ai sensi dell'art. 43 co. 2° c.c. "la residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale".

I due concetti coincidono pertanto completamente in quanto la "residenza" è il luogo di "abituale dimora" dell'individuo. Tale coincidenza vale sia agli effetti civili che, di riflesso, agli altri fini giuridici ovvero sia in sede penale che amministrativa.

Il codice civile dedica alla residenza altre norme giuridiche compreso l'art. 31 disp. att. c.c. relativo al trasferimento della residenza anagrafica.

Vi è piuttosto una differenza tra "residenza anagrafica" (dato formale) e "residenza effettiva" (dato sostanziale) che incide relativamente data la prevalenza, agli effetti giuridici verso terzi, del dato formale (art. 44 c.c.).

La disciplina amministrativa sulla residenza anagrafica è dettata dalla legge 24.12.1954 n. 1228 in materia di regolamento anagrafico della popolazione residente.

Ai sensi degli artt. 4 e 5, l. 1228/1954, "L'Ufficiale d'anagrafe provvede alla regolare tenuta dell'anagrafe della popolazione residente ed è responsabile della esecuzione degli adempimenti prescritti per la formazione e la tenuta degli atti anagrafici. Egli ordina gli accertamenti necessari ad appurare la verità dei fatti denunciati dagli interessati, relativi alle loro posizioni anagrafiche, e dispone indagini per accertare le contravvenzioni alle disposizioni della presente legge e del regolamento per la sua esecuzione" (…). Inoltre, "l'Ufficiale d'anagrafe che sia venuto a conoscenza di fatti che comportino l'istituzione o la mutazione di posizioni anagrafiche, per i quali non siano state rese le prescritte dichiarazioni, deve invitare gli interessati a renderle" ed in mancanza vi "provvede di ufficio, notificando all'interessato il provvedimento stesso. Contro il provvedimento d'ufficio è ammesso ricorso al Prefetto".

Ulteriori norme sono previste dalla legge in materia di ordinamento dello stato civile (d.p.r. 3.11.2000 n. 396).

Vi è quindi una specifica disciplina amministrativa in materia di accertamento della residenza che compete specificatamente ai Comuni, ovvero, più precisamente, agli uffici anagrafici comunali.

Oltre che in materia di trasferimento della residenza, la normativa specifica regolamenta anche la declaratoria di irreperibilità.

Si potrebbe quindi affermare che la disciplina sulla residenza sia ben regolamentata e tutto sommato, abbastanza chiara.

Così non pare essere invece in materia tributaria, quantomeno per una parte della giurisprudenza.

Nel caso di specie, ai fini del pagamento del tributo IMU, il Comune (nello specifico, quello di Sassuolo, in provincia di Modena) contesta al contribuente/cittadino residente il beneficio della "prima casa" (prima ed unica abitazione) nel luogo in cui egli risiede e dove il comune stesso certifica la residenza anagrafica, mai contestata, chiedendo al medesimo il pagamento della maggiore aliquota prevista per la "seconda casa" sulla base di presunti "bassi consumi domestici" accertati con il sistema "punto fisco". Il contribuente presenta ricorso alla commissione Tributaria competente.

Il Comune asserisce che il concetto di "dimora abituale" ai fini IMU non coincide con quello di residenza anagrafica e sostiene le ragioni del maggior addebito sulla base dei "bassi consumi domestici", senza quindi contestare la residenza anagrafica del contribuente (senza quindi intraprendere alcuna procedura amministrativa di cancellazione o trasferimento del cittadino dalla popolazione residente) e senza eccepire dove, a suo avviso, ritenga "abitualmente dimorante" il medesimo.

Il contribuente ricorre all'Autorità giudiziaria sostenendo la coincidenza, anche ai fini tributari, del concetto di residenza (anagrafica) con quello di dimora abituale, giustificando i suoi bassi consumi domestici ("bassi" ma non "inesistenti"), pur senza ritenere di esservi tenuto, sulla base delle sue condizioni personali specificando di essere un giovane singles, molto impegnato nel lavoro ed in attività di volontariato anche notturno  (CRI) che non possiede molti elettrodomestici in quanto risiede nello stesso complesso condominiale dei genitori, presso i quali usufruisce di diversi servizi (lavanderia, vitto etcc…).

Il contribuente lamenta altresì la grave violazione dei suoi diritti costituzionali (art. 16 Cost., tra gli altri) ritenendo abusiva la condotta del Comune.

Sorprendentemente, la Commissione Tributaria di Modena, affermando una giurisprudenza non nuova, sostiene le ragioni del Comune e condanna il contribuente anche alla rifusione delle spese di lite.

Sostiene il Giudice tributario che: "L'IMU è dovuta su ogni tipo di fabbricato con l'eccezione della prima casa: c.d. "agevolazione". la ricorrenza di tale presupposto è presunta per legge con la coincidenza della residenza anagrafica con la dimora abituale. E' statuito però che, essendo l'esenzione o la riduzione un'indiscussa agevolazione, il suo provvisorio godimento in autoliquidazione del tributo, sia ovviamente sottoponibile ad un doveroso e stringente controllo inteso a verificare la sussistenza di entrambi i requisiti richiesti".

Prosegue affermando che: "la legge non pone restrizioni, vincoli o delimitazione alcuna alla tipologia di prove spendibili a riguardo. di detta prova è onerato il comune il quale la esterna, come qui avviene, nell'atto di accertamento (tributario, N.d.R.)".

"Non è certo onere del Comune ricercare anche ove ubicasi la reale dimora mentre è necessariamente onere del contribuente fornire controprova a contrasto. Ciò anche in ragione del fatto che l'eventuale primigenio controllo eseguito dal Comune in occasione del primo inserimento anagrafico è valido solo per quel preciso momento e non implica la presunzione che la originaria coincidenza tra residenza e dimora permanga sino ad una dichiarata discrasia, né implica che il Comune debba operare periodici controlli sulla sua permanenza".

(Comm. Trib. Modena, sentenza 1.7.2019 n. 357 pubblicata in data 15.7.2019).

In queste ultime affermazioni, la sentenza in commento senz'altro si sbaglia posto che la richiamata normativa amministrativa in materia di residenza attribuisce al Comune (ed in particolar modo all'ufficiale anagrafico) specifici oneri in materia di accertamento anagrafico, prevedendo specifici iter amministrativi in caso di eventuali contestazione e divergenze tra residenza anagrafica e residenza effettiva dell'individuo.

In pratica, il Giudice tributario legittima il comportamento del Comune in questione che, ai soli fini tributari (e non amministrativi) contesta la residenza anagrafica/dimora abituale del cittadino contribuente senza metterla in discussione sotto il profilo strettamente amministrativo.

In più, attribuisce al contribuente un onere di prova inversa che diventa, di fatto, una probatio diabolica peraltro alquanto contraddittoria.

Il contribuente dovrebbe infatti dimostrare di risiedere dove effettivamente risiede e dove lo stesso Comune gli certifica la residenza !!

 

Ma vediamo nel dettaglio cosa dice la specifica normativa in materia.

Secondo la vecchia normativa ICI, ai sensi dell'art. 8 co. 2°, d.lgs. 504/1992 per "abitazione principale" si intende "salvo prova contraria, quella di residenza anagrafica".

Secondo l'attuale normativa IMU, ai sensi dell'art. 13 co. 2°, d.l. 201/2011 conv. l. 214/2011, che peraltro richiama espressamente la precedente normativa ICI, "per abitazione principale si intende l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente".

Su quest'ultima disposizione potrebbe apparire effettivamente che venga richiesta una dualità di presupposti ovvero la "residenza anagrafica" e la "dimora abituale", se non fosse che, come anticipato, tali concetti coincidono perfettamente.

Il Giudice tributario ritiene inoltre legittima e sufficiente "prova", da parte del Comune, l'esibizione dei "bassi consumi domestici", circostanza che si contesta in quanto trattasi, al più, di elementi indiziari e non certo di prove. A ciò si aggiunge che i "consumi medi" delle famiglie sono dati statistici che, come tali, tengono conto sia di chi consuma molto che di chi, come nel caso di specie, consuma poco.

Ciò che viene contestato, infatti, è la capacità di dati relativi ai "bassi consumi domestici" (che si ripete essere "bassi" e non "inesistenti") a costituire prova contraria da parte dell'Ente pubblico.

Tralasciamo l'analisi sulla legittimità del "fisco" (compresi Enti locali) ad intromettersi nella sfera personale dell'individuo attraverso l'analisi dei suoi consumi domestici che a taluni di noi potrebbe richiamare alla mente la DDR (Repubblica Democratica Tedesca) degli anni '70 (ricordate il film "Le vite degli altri" di Henckel von Dommersmarck del 2006 ?).

Nessuna coincidenza può infatti sussistere tra i "bassi consumi domestici" e la "dimora abituale".

 Se infatti la totale assenza di consumi può essere indice di "non residenza/abituale dimora", i bassi consumi domestici, rapportati al concreto tenore di vita dell'individuo provano solo che egli, bontà sua, consuma poco.

Nessuna legge impone peraltro di detenere lavatrici, televisori, condizionatori d'aria o forni, come nessuna legge impone ai cittadini residenti di lasciare aperta l'acqua od accese le lampadine per provare al proprio Comune di essere residenti laddove il Comune stesso certifica che si è residenti (senza neppure contestarlo ai fini amministrativi).

Considerando che la modifica della residenza anagrafica (trasferimento o cancellazione) prevede uno specifico iter amministrativo, peraltro di competenza dello stesso Comune, deve altresì ritenersi che il Giudice tributario non sia legittimato a presumere, neppure in via incidentale, una residenza diversa da quella anagrafica.

Conclude il Giudice tributario affermando che "dimorare non equivale a pernottare", senza premurarsi di specificare su quali elementi si debba altrimenti determinare l'abituale dimora dell'individuo. Questo interrogativo apre scenari molto complessi e per certi versi inquietanti.

Da cosa deve dedursi allora l'abituale dimora ?

Secondo la giurisprudenza tributaria modenese senz'altro dove "si consumano le utenze" ("Utor ergo habito"). Tale assunto condurrebbe a ritenere che molte persone abitino effettivamente laddove dove lavorano, considerando che se un terzo del tempo umano è normalmente impiegato a dormire, la maggiorparte del tempo restante molti lo dedicano al lavoro.

Lo stesso se si considerasse il parametro del tempo, anch'esso spesso trascorso prevalentemente nel luogo di lavoro.

Che dire poi dei camionisti o delle hostess che dovremmo considerare "senza fissa dimora".

 Dov'è la dimora abituale ?

Dove consumiamo prevalentemente i pasti ? Dove guardiamo la televisione ? Dove ci laviamo ? o forse dove facciamo l'amore ? O forse dove desidereremmo essere ?

Se si applicasse quest'ultimo parametro alla luce di questo orientamento giurisprudenziale "tributario" certamente ben pochi contribuenti italiani risulterebbero residenti in Italia.