Interessi protetti - Professionista -  Riccardo Mazzon - 06/04/2020

Responsabilità contrattuale e danni risarcibili: la c.d. colpa professionale - prima parte -

La colpa professionale non è un istituto estraneo al concetto generale di colpa ma ne è una conseguenziale, lineare applicazione e, anche in tal caso, i tre momenti nei quali dev’essere divisa la colpa restano i medesimi: inosservanza della regola obiettiva di diligenza, prudenza o perizia; evitabilità dell’evento mediante l’osservanza di tale regola; il momento dell’esigibilità dell’osservanza della regola medesima - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -.

In ambito di responsabilità contrattuale del professionista, ad esempio, si pensi, in particolare, all’avvocato, dove preliminarmente è necessario, prima ancora di affrontare il problema generale della responsabilità contrattuale del suddetto, chiarire quale sia la reale portata dell’articolo 2236 del codice civile - oramai assunto, tanto in dottrina come in giurisprudenza, al ruolo di totem indefettibile della c.d. colpa professionale -, avendo a mente, in prima analisi, quale sia il substrato con il quale esso si debba confrontare.

In effetti, senza prima ben comprendere che cosa sia, in generale, la colpa (e, soprattutto, senza ben comprendere quali siano gli elementi che la compongono), risulta impossibile determinare con sufficiente chiarezza la portata reale dell’articolo 2236 del codice civile e, conseguentemente, si rischia di applicare con eccessiva disinvoltura il concetto di “colpa professionale”, finendo per qualificarlo come istituto in qualche modo estraneo al concetto generale di colpa mentre, in realtà, non ne è che una conseguenziale, lineare applicazione.

La colpa, infatti, quale giudizio sull’osservanza di regole cautelari (apprezzabile, a differenza del dolo - basato su coefficienti reali - solo sul piano normativo), può essere suddivisa, con la finalità di meglio coglierne l’essenza, in tre momenti:

(1) il momento dell’inosservanza della regola obiettiva di diligenza, prudenza o perizia;

(2) il momento dell’evitabilità dell’evento mediante l’osservanza di tale regola;

(3) il momento dell’esigibilità dell’osservanza della regola medesima da parte del soggetto agente (è il momento dell’attribuibilità, della rimproverabilità, della colpevolezza).

Quanto al momento c.d. oggettivo della colpa, il momento dell’inosservanza della regola obiettiva di diligenza, prudenza e perizia, è l’art. 43 del codice penale - senz’altro applicato ed applicabile anche in ambito civile – ad indicarci come due siano le fonti alle quali attingere tali regole cautelari: l’esperienza comune (con ambito, ab origine, extra-giuridico: ad essa fa riferimento l’articolo in questione quando menziona la negligenza, l’imprudenza o l’imperizia) e la normativa specifica (o, come indica l’articolo 43 c.p., “legge, regolamento, ordine o disciplina”).

Si tratta, in ogni caso, di definire una regola cautelare obiettiva, in quanto tale regola è diretta a rispondere, in modo efficace, ad una corrispondente esigenza cautelare obiettiva: non importa, in questo primo momento, ciò che sa il soggetto agente circa tale regola; non importa se il soggetto agente sia in grado o meno di rispettarla; si prescinde, in questo primo momento oggettivo, dalla peculiare situazione dell’agente, che rileverà, invece, nel momento, soggettivizzante, dell’attribuibilità dell’inosservanza al soggetto (rileverà, cioè, nel terzo momento della colpa).

La ricerca della regola obiettiva cautelare violata, proprio perché avulsa da ogni contesto diretto alla soggettivizzazione dell’accaduto (che, si ripete, rileverà invece nella terza fase), terrà, necessariamente, conto della miglior scienza ed esperienza riferibile alle situazioni in cui opera l’agente.