Interessi protetti - Obbligazioni, contratti -  Riccardo Mazzon - 25/01/2021

Responsabilità contrattuale e danno risarcibile: danno per equivalente e prova del mancato guadagno

Il risarcimento del danno può anche esser concesso “per equivalente” (forma, per così dire, tipica di ristoro del pregiudizio, subito dal creditore, per effetto dell'inadempimento dell'obbligazione da parte del debitore): in tal caso, esso costituisce una reintegrazione del patrimonio del creditore che si realizza mediante l'attribuzione, al creditore, di una somma di denaro pari al valore della cosa - o del servizio - oggetto della prestazione non adempiuta - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -.

Qualora la liquidazione del danno sia effettuata per equivalente e, dunque, con riferimento al valore del bene o servizio perduto – o non conseguito - dal danneggiato, all'epoca dell’inadempimento e tale valore venga, poi, espresso in termini monetari, che tengano conto della svalutazione intervenuta fino alla data della decisione definitiva, è dovuto al danneggiato anche il risarcimento del mancato guadagno che questi provi essergli stato provocato dal ritardato pagamento della suddetta somma.

La prova del mancato guadagno può essere offerta dalla parte - e riconosciuta dal giudice  - anche mediante criteri presuntivi ed equitativi, quale l'attribuzione degli interessi, a un tasso stabilito valutando tutte le circostanze obiettive e soggettive del caso; in siffatta ultima ipotesi, gli interessi non possono essere calcolati dalla data dell'illecito sulla somma liquidata per il capitale, definitivamente rivalutata, mentre è possibile determinarli con riferimento ai singoli momenti con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente – cc.dd. interessi sulla somma via via rivalutata -, in base ai prescelti indici di rivalutazione monetaria, ovvero in base a un indice medio.

Per un particolare esempio, si pensi a come l'autotutela concessa dall'art. 1515 c.c. al venditore che non ottiene il pagamento del prezzo - vendita senza ritardo delle cose, a spese del compratore, a mezzo di persona autorizzata - è lasciata alla libera scelta della parte adempiente per la quale costituisce, quindi, una facoltà e non un obbligo, con conseguente possibilità per la stessa di agire in via ordinaria per il risarcimento del danno, che va determinato nella sua entità dal giudice in base agli ordinari criteri posti dall'art. 1223 c.c., senza che possa trovare applicazione la regola stabilita dall'art. 1518 c.c. - per cui il risarcimento è dato dalla differenza tra il prezzo convenuto e quello corrente nel luogo e nel giorno pattuiti per la consegna, salva la prova di un maggiore danno - ove si tratti di cose non previste in tale norma di carattere eccezionale.

In argomento, atteso che l'obbligo di risarcimento del danno da fatto illecito, contrattuale o extracontrattuale, ha per oggetto l'integrale reintegrazione del patrimonio del danneggiato, si noti anche come nella domanda di risarcimento del danno debba ritenersi implicitamente inclusa la richiesta di compenso per il pregiudizio, subito dal creditore, a causa del ritardato conseguimento dell'equivalente monetario del danno, non incorrendo nel vizio di ultrapetizione il giudice che, in mancanza di espressa domanda, liquidi il conseguente danno da lucro cessante.