Interessi protetti - Obbligazioni, contratti -  Riccardo Mazzon - 05/02/2021

Responsabilità contrattuale e danno risarcibile: esempi di perdita subita dal creditore (c.d. danno emergente) e mancato guadagno (c.d. lucro cessante)

I principi sottesi all'argomento - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 - hanno dato vita, intuitivamente, a copiosa, variegata ed interessante giurisprudenza, siccome applicati a singole, determinate fattispecie contrattuali; si pensi, ad esempio, a come sia stato deciso che:

- il risarcimento del danno, dovuto al promissario acquirente, per la mancata stipulazione del contratto definitivo di vendita di bene immobile, imputabile al promittente venditore, consiste nella differenza tra il valore commerciale del bene medesimo al momento della proposizione della domanda di risoluzione ed il prezzo pattuito: il risarcimento, infatti, deve porre il creditore nella situazione in cui si sarebbe trovato se l'inadempimento non si fosse verificato e l'importo, come sopra determinato, va rivalutato al tempo della liquidazione del danno, al fine di compensare gli effetti del diminuito potere di acquisto della moneta verificatosi nelle more del giudizio; gli interessi, invece, che hanno la diversa funzione di compensare il creditore per il ritardo dell'adempimento, devono essere computati sulla somma originaria rivalutata anno per anno, ovvero sulla somma rivalutata in base ad un indice medio; nell’ipotesi inversa, allorché il promittente venditore, in presenza dell'inadempimento del promissario acquirente, abbia domandato la risoluzione del preliminare e non l'esecuzione in forma specifica di esso, il pregiudizio subito dal primo, consistente nelle spese ed imposte correlate al possesso del bene rimasto nella sua disponibilità, non è, secondo la pronuncia che segue, ex art. 1223 cod. civ., conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento del secondo, atteggiandosi lo stesso non a causa giuridica, quanto a mera occasione del preteso danno di cui si chiede il risarcimento;

- quanto alle convenzioni urbanistiche (ad esempio quelle stipulate ai sensi della legge 6 agosto 1967, n. 765), che consentono l'esercizio in forma contrattata dei poteri autoritativi di controllo dell'attività edilizia, anche sotto forma d'impegno ad un futuro atto di esercizio del potere di pianificazione urbanistica, esse conservano il loro carattere contrattuale, con la conseguenza che, in caso di risoluzione per inadempimento della P.A., il privato ha diritto al risarcimento dei danni che, sebbene non commisurabili alle utilità che egli si poteva aspettare da una puntuale esecuzione della convenzione, comprendono il costo delle opere di urbanizzazione inutilmente eseguite in forza della convenzione inadempiuta, in quanto funzionalmente collegate alla programmata edificabilità dell'area, come effetto ripristinatorio della situazione antecedente alla conclusione del contratto, stante la regola della retroattività della risoluzione;

- nell’ipotesi di risoluzione del contratto di locazione per inadempimento del conduttore, intervenuto il rilascio del bene locato, la mancata percezione da parte del locatore dei canoni che sarebbero stati esigibili fino alla scadenza convenzionale o legale del rapporto, ovvero fino al momento in cui il locatore stesso conceda ad altri il godimento del bene con una nuova locazione, non configura di per sé un danno da “perdita subita”, né un danno da “mancato guadagno”, non ravvisandosi in tale mancata percezione una diminuzione del patrimonio del creditore - locatore rispetto alla situazione nella quale egli si sarebbe trovato se non si fosse verificato l'inadempimento del conduttore, stante il carattere corrispettivo del canone rispetto alla privazione del godimento; un danno correlato alla mancata percezione del canone dopo il rilascio può, invece, configurarsi se, per le concrete condizioni in cui si trova l'immobile, la restituzione del bene non abbia consentito al locatore di poter esercitare, né in via diretta né in via indiretta, il godimento di cui si era privato concedendo il bene in locazione, commisurandosi, in tal caso, la perdita al tempo occorrente per il relativo ripristino, quale conseguenza dell'inesatto adempimento dell'obbligazione di rilascio nei sensi dell'art. 1590 cod. civ.; si tenga altresì conto, in argomento, della circostanza secondo cui, mentre ai fini degli obblighi di manutenzione e di riparazione - ai sensi degli art. 1575 e 1576 c.c. - alla allegazione dell'inadempimento del locatore si accompagna naturalmente la domanda di risarcimento dei danni, la domanda risarcitoria di cui all'art. 1578, comma 2, c.c., relativa ai danni derivati da vizi della cosa locata, oltre a non essere autonomamente proponibile rispetto a quella di risoluzione del contratto o di riduzione del corrispettivo, non è concepibile in caso di vizi sopravvenuti, non potendo di questi valutarsi la conoscenza da parte del conduttore o la colpevole ignoranza da parte del locatore al momento della consegna;

-in caso di domanda di risarcimento del danno subito da un veicolo, se vi è notevole differenza tra il valore commerciale dello stesso ed il costo richiesto per le riparazioni necessarie, il giudice potrà, in luogo di quest'ultimo, condannare il danneggiante al risarcimento del danno per equivalente; in ogni caso, poiché il risarcimento del danno patrimoniale si estende agli oneri accessori e consequenziali, se esso è liquidato in base alle spese da affrontare per riparare un veicolo, il risarcimento comprende anche l'i.v.a., pur se la riparazione non è ancora avvenuta - e a meno che il danneggiato, per l'attività svolta, abbia diritto al rimborso o alla detrazione dell'i.v.a. versata - perché l'autoriparatore è tenuto per legge ad addebitarla, a titolo di rivalsa, al committente (art. 18 d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 633);

- in materia di appalto di opere pubbliche, in caso di rescissione del contratto da parte della P.A. e successivo riappalto dell'opera, il danno risarcibile, ai sensi dell'art. 340, secondo comma, della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. F, può consistere anche nella maggiore spesa determinata dalla sola incidenza sfavorevole del fenomeno inflattivo nel frattempo intervenuto, in quanto l'incremento del corrispettivo del secondo contratto, conseguente all'adeguamento ai prezzi di mercato, è destinato ad incidere negativamente sulle finanze pubbliche, mentre il tempestivo adempimento del primo contratto avrebbe consentito di elidere gli effetti depauperativi dell'inflazione; a tal proposito, non è deducibile un concorso di colpa dell'amministrazione medesima, per non avere questa tempestivamente bandito una nuova gara per il riappalto dei lavori, in considerazione, tra l'altro, della insindacabilità del suo potere discrezionale di indire o no una nuova gara e, in caso affermativo, di stabilirne tempi e modalità;

- il danno derivante da demansionamento e dequalificazione professionale non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale, ma può essere provato dal lavoratore, ai sensi dell'art. 2729 c.c., attraverso l'allegazione di elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti, potendo a tal fine essere valutati la qualità e quantità dell'attività lavorativa svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione;

- la liquidazione del danno permanente da incapacità di lavoro, patito da un fanciullo, deve avvenire dapprima moltiplicando il reddito annuo, che si presume sarà perduto, per un coefficiente di capitalizzazione corrispondente alla presumibile età in cui il danneggiato avrebbe iniziato a produrre reddito; e poi riducendo il risultato così ottenuto attraverso la moltiplicazione di esso per un coefficiente di minorazione, corrispondente al numero di anni con cui la liquidazione viene anticipata, rispetto al momento di presumibile inizio, da parte della vittima, dell'attività lavorativa.