Interessi protetti - Obbligazioni, contratti -  Riccardo Mazzon - 16/02/2021

Responsabilità contrattuale e danno risarcibile: valutazione equitativa e difficoltà oggettiva nella quantificazione del danno

La valutazione equitativa del danno può aver luogo, da parte del giudice, solamente ne caso in cui il danno medesimo non possa esser provato nel suo preciso ammontare; più precisamente, la facoltà, per il giudice, di liquidare in via equitativa il danno esige due presupposti: (a) in primo luogo, che sia concretamente accertata l'ontologica esistenza di un danno risarcibile - prova il cui onere ricade sul danneggiato e che non può essere assolto, ad esempio, semplicemente dimostrando che l'illecito ha soppresso una cosa determinata, se non si dimostri altresì che questa fosse suscettibile di valutazione economica -; (b) in secondo luogo, il ricorso alla liquidazione equitativa esige che il giudice di merito abbia previamente accertato che l'impossibilità di una stima esatta del danno dipenda da fattori oggettivi - e non già dalla negligenza della parte danneggiata nell'allegare e dimostrare gli elementi dai quali desumere l'entità del danno - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -.

Tengasi, infatti, in argomento ben presente come l'esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa - conferito al giudice dall’artt. 1226 c.c. ed espressione del più generale potere di cui all'art. 115 c.p.c. - dia luogo - non già ad un giudizio di equità (con l’ovvia conseguenza che la sentenza, pronunciata dal giudice nell'esercizio di tale potere, non è assoggettata ai limiti di appellabilità, previsti per le sentenze pronunciate secondo equità, dall'art. 339 cod. proc. civ.), ma - ad un giudizio di diritto, caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva od integrativa; in tal modo, ben si comprende perché: (a) da un lato, esso sia subordinato alla condizione che risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile, per la parte interessata, provare il danno nel suo preciso ammontare; (b) dall'altro, esso non ricomprenda anche l'accertamento del pregiudizio della cui liquidazione si tratta (presupponendo già assolto l'onere della parte di dimostrare la sussistenza e l'entità materiale del danno medesimo; ripetesi: il danno deve essere allegato e provato, pur potendosi ricorrere al suo accertamento attraverso presunzioni semplici o mediante ricorso al notorio ed alle nozioni di comune esperienza: la liquidazione equitativa, a norma dell'art. 1226 c.c., è infatti ammissibile, conformemente ai principi generali, alla condizione che siano allegati e che siano addotti gli elementi costitutivi e le circostanze di fatto da cui dedurre, sia pure in via presuntiva, l'esistenza del danno in parola).

L’esistenza di tale facoltà non esonera, inoltre, la parte lesa dal fornire gli elementi probatori e i dati di fatto dei quali essa possa ragionevolmente disporre, affinché l'apprezzamento equitativo sia, per quanto possibile, ricondotto alla sua funzione, ossia colmare solo le lacune insuperabili nell'iter della determinazione dell'equivalente pecuniario del danno; e il giudice, naturalmente, è tenuto a dar conto dell'esercizio dei propri poteri discrezionali e, per far sì che la liquidazione equitativa del danno non risulti arbitraria, è necessario che spieghi le ragioni per cui la applica al caso concreto, indicando tutti i criteri assunti.

In ogni caso, l'impossibilità di provare l'ammontare preciso del danno va intesa in senso relativo, ritenendosi sufficiente anche una difficoltà solo di un certo rilievo: in tali casi, non è, invero, consentita al giudice del merito una decisione di non liquet, risolvendosi tale pronuncia nella negazione di quanto, invece, già definitivamente accertato in termini di esistenza di una condotta generatrice di danno ingiusto e di conseguente legittimità della relativa richiesta risarcitoria; si pensi, in argomento, ad esempio in relazione ai danni da mancato tempestivo esercizio dell'attività amministrativa, come spetti al ricorrente fornire, in modo rigoroso, la prova dell'esistenza del pregiudizio, specie quando ha natura patrimoniale, non potendosi invocare il cd. principio acquisitivo in quanto surroga l'onere di allegazione dei fatti; e se anche può ammettersi il ricorso alle presunzioni semplici, per fornire la prova dell'esistenza del danno e della sua entità, è comunque ineludibile l'obbligo di allegare circostanze di fatto precise e, quando il soggetto onerato di tale allegazione non vi adempie, non può darsi ingresso alla valutazione equitativa del danno a norma dell'art. 1226 c.c. perché tale norma presuppone l'impossibilità di provare l'ammontare preciso del pregiudizio subito, né può essere invocata una consulenza tecnica d'ufficio, diretta a supplire al mancato assolvimento dell'onere probatorio da parte del privato.

Si presti, ancora, particolare attenzione a come il criterio equitativo ex art. 1226 cod. civ. sia norma eccezionale, applicabile ai fini della liquidazione del danno ma non della determinazione del corrispettivo di obbligazioni contrattuali, salvi i casi specificamente previsti dalla legge; ad esempio, in tema di conto corrente bancario, l'accertata nullità della clausola concernente la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal correntista non travolge l'intero credito azionato dalla banca in via monitoria, bensì la sola parte di esso riguardante gli interessi, imponendo al giudice un nuovo calcolo degli stessi, sempre che sussista la prova del credito nella sorte capitale e senza che sia possibile ricorrere all’art. 1226 c.c..