Consumatori - Banca, servizi finanziari -  Gianluca Tarantino - 05/11/2018

Responsabilità della banca per omessa vendita del titolo pignorato? Cass. sez. VI, ord. 24382/18

La buona fede oggettiva rappresenta una fonte di integrazione del contratto in essere tra le parti, dovendosi realizzare ed attuare per il tramite di una serie di comportamenti non codificati nè pattuiti nel regolamento contrattuale. La buona fede oggettiva, peraltro, si distingue dalla buona fede soggettiva, che rappresenta, invece, la situazione di una persona che, in relazione ad un dato comportamento, ignora di ledere una situazione giuridica altrui. La buona fede oggettiva, quindi, costituisce la fonte di regolamentazione – ulteriore – tra le parti rispetto a quanto pattuito, andando ad incidere, in maniera variamente modulata, sulla nozione di inadempimento.
Con la sentenza in esame, la Cassazione assume la buona fede oggettiva come elemento costitutivo del contratto di pegno tra le parti, giungendo ad ipotizzare, seppur in temini dubitativi, una possibilità responsabilità per violazione di tale canone, indipendentemente – ed è qui che risiede l’interesse della pronuncia – dalla presenza o meno di un inadempimento contrattuale.
Nel caso di specie, in primo grado era stata accertata la responsabilità della banca, nella sua qualità di creditore pignoratizio, per non avere provveduto, sulla scorta dell’art. 2795 c.c., alla liquidazione dei titoli oggetto di pegno, nonostante questi avessero perso gran parte del loro valore; responsabilità accertata dal Tribunale in base all’art. 1375 c.c. Tale decisione è stata peraltro riformata in appello, sul rilievo che la banca pignoratizia non potesse essere considerata responsabile di un inadempimento, in assenza di specifica violazione dell’invocata norma di cui all’art. 2795 c.c. Avverso tale decisione viene proposto ricorso per Cassazione, ribadendo, in sostanza, le argomentazioni che hanno condotto il tribunale ad accogliere la domanda in primo grado.
L’articolo del codice civile sul quale verte la questione è individuato, come visto sopra, nell’art. 2795 c.c. – rubricato “vendita anticipata” - il quale, al primo comma, prevede che “se la cosa data in pegno si deteriora in modo da far temere che essa divenga insufficiente alla sicurezza del creditore, questi, previo avviso a colui che ha costituito il pegno, può chiedere al giudice l’autorizzazione a vendere la cosa”. Analogamente, il terzo comma prevede invece che “il costituente può del pari, in caso di deterioramento o di diminuzione di valore della cosa data in pegno, domandare al giudice l’autorizzazione a venderla oppure chiedere la restituzione del pegno, offrendo altra garanzia reale che il giudice riconosca idonea”.
La Corte di Appello, secondo quanto desumibile nella sentenza di Cassazione, ha ritenuto che il debitore non si sia avvalso della facoltà prevista dal terzo comma e, di consuenza, non ha ravvisato alcun inadempimento e quindi alcuna responsabilità della banca pignoratizia.
La Cassazione, invece, affronta la questione sotto una diversa angolazione, non fornendo una effettiva soluzione ma offrendo alla sezione che discuterà la questione in una pubblica udienza, alcuni spunti per una riflessione.
In primo luogo, il S.C., nell’affrontare la questione, afferma che “ Il ruolo del canone di buona fede rispetto alla fattispecie di vendita con funzione conservativa del valore del bene dato in pegno, presenta, in realtà, numerosi e complessi profili problematici”, domandosi, in particolare, “se il creditore garantito abbia l’onere di richiedere l’autorizzazione al giudice per la vendita del bene anche nell’ipotesi in cui consti il consenso – ovvero l’autorizzazione – del datore di pegno”. Il punto effettivamente centrale della questione, ad avviso della Corte, risiede nella rilevanza della buona fede oggettiva quale integrazione dell’art. 2795 c.c., ed in particolare “se la disciplina formulata dalla norma dell’art. 2795 c.c. esprima un contenuto disciplinare a tal punto ispirato dal canone di buone fede da assorbire in se stesso ogni eventualità di ulteriori sviluppi in proposito, secondo quanto sembrerebbe  essere il pensiero della sentenza impugnata. O se, per contro, anche in questa ipotesi il canone della buona fede venga a svolgere la sua normale funzione di fonte di integrazione degli obblighi e dei doveri previsti da singole, specifiche, disposizioni”.
Del resto, la questione non può dirsi meramente teorica o priva di risvolti operativi, posto che “la fattispecie concretamente in esame non manca di sottoporre ad attenzione il quesito se il creditore garantito non debba essere ritenuto destinatario – anche in quanto investito del possesso del bene – di un dovere di protezione nei confronti del datore circa la tempestiva liquidazione del bene in garanzia, che sta via via perdendo valore” soprattutto “nell’ipotesi in cui il datore abbia manifestato l’oggettiva esigenza di procedere alla liquidazione del bene”.
Al termine delle suddette riflessioni, il S.C. evidenzia che non si ravvisano precedenti in termini e, per tale ragione, ritiene opportuno rimettere per la decisione alla sezione competente, all’esito della discussione in pubblica udienza.