Danni - Generalità, varie -  Luca Tortora - 01/11/2019

Responsabilità ex art. 2087 c.c. del datore di lavoro; c.d. danno differenziale e c.d. danno biologico terminale - Tribunale di Trieste 25.2.2019

La sentenza n. 26 del 25.02.2019 del Tribunale di Trieste fa “buon uso” dei principi regolatori del c.d. danno differenziale. Nella sentenza viene riconosciuto come danno complementare il c.d. danno biologico terminale.
Gli eredi di un soggetto deceduto per adenocarcinoma convengono il datore di lavoro dinanzi al Tribunale di Trieste, in funzione di giudice del lavoro,  per sentirlo condannare al risarcimento dei danni non patrimoniali patiti dal de cuius e trasmissibili jure hereditatis, nonché richiedono la condanna della società convenuta al risarcimento dei danni non patrimoniali da loro stessi sofferti e, quindi, iure proprio.
Il Tribunale accoglie entrambe le domande ritenendo che le stesse siano state provate nel corso del giudizio. I ricorrenti hanno, infatti,  innanzitutto dedotto la violazione da parte del datore di lavoro dell’art. 2087 c.c.v. ed, in particolare, poi, dalla prova testimoniale espletata è risultato che il prestatore di lavoro era esposto durante l’attività lavorativa all’amianto ed anche alle polveri di amianto. Il datore di lavoro, invece, non ha assolto al suo onere probatorio in quanto non ha fornito alcuna prova di aver posto in essere tutte quelle misure di sicurezza e protezione necessarie ed atte ad impedire la malattia del prestatore di lavoro.  Le regole sul riparto dell’onere probatorio seguono quelle previste in tema di inadempimento contrattuale ex art. 1218 in quanto la responsabilità ex art. 2087 c.c.v. è da ritenersi di natura contrattuale. Il Tribunale sul punto richiama la giurisprudenza di legittimità e difatti la Cassazione Civile nella sentenza n. 28205 /2011 così scrive: “Secondo il costante insegnamento di questa Corte di legittimità (cfr., ex plurimis, Cass. 13 agosto 2008 n. 21590) la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 cod. civ. è di carattere contrattuale, atteso che il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge, ai sensi dell'art. 1374 cod. civ., dalla disposizione che impone l'obbligo di sicurezza e lo inserisce nel sinallagma contrattuale. Ne consegue che il riparto degli oneri probatori nella domanda di danno da infortunio sul lavoro si pone negli stessi termini dell'art. 1218 cod. civ., circa l'inadempimento delle obbligazioni, da ciò discendendo che il lavoratore il quale agisca per il riconoscimento del danno differenziale da infortunio sul lavoro deve allegare e provare l'esistenza dell'obbligazione lavorativa, l'esistenza del danno ed il nesso causale tra quest'ultimo e la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all'obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno”. Va ancora sottolineato che l’obbligo di protezione a carico del datore di lavoro si estende sino a ritenere che in capo allo stesso vi sia un obbligo di vigilanza sul rispetto delle misure di scurezza da parte del lavoratore: “... Sotto altro, connesso, profilo la sentenza impugnata ha compiuto un secondo errore di diritto laddove ha ritenuto di escludere ogni responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell'art. 2087 cod. civ., in base al rilievo che il lavoratore aveva posto in essere una condotta certamente imprudente e che questa non era stata richiesta dal responsabile di cantiere. Ed infatti, secondo i principi enunciati da questa Corte di legittimità (cfr., da ultimo, Cass. 25 febbraio 2011 n. 4656; Cass. 10 settembre 2009 n. 19494) le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l'imprenditore, all'eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l'esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell'abnormità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell'evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell'indipendenza de comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, dell'estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere” ( in Cassazione Civile 28205/2011). Analizzato il profilo della responsabilità civile del datore, la sentenza in commento si dedica al riconoscimento dei danni risarcibili ed in particolare a quello che la giurisprudenza ha denominato danno biologico terminale; se l’evento dannoso ha provocato la morte dopo un certo apprezzabile lasso di tempo dalla lesione dell’integrità psicofisica, il danneggiato subisce inevitabilmente, nell’arco temporale che intercorre tra l’evento dannoso e la successiva perdita della vita, tutto un complesso di pregiudizi di carattere non patrimoniale che la giurisprudenza giudica risarcibili in favore degli eredi del de cuius. E’ necessario, quindi, per aversi un danno risarcibile che la vittima non sia morte immediatamente, ma solo dopo un lasso di tempo “giuridicamente apprezzabile” intercorrente tra il fatto e l’evento morte. In tal caso sorge, in capo alla vittima primaria dell’illecito, un credito risarcitorio, anche trasmissibile agli eredi  correlato alla sussistenza di un adeguato spatium vivendi. ” Esulano quindi dal tema che formerà oggetto della presente decisione le questioni relative al risarcimento dei danni derivanti dalla morte che segua dopo un apprezzabile lasso di tempo alle lesioni. Con riferimento a tale situazione, infatti, non c'è alcun contrasto nella giurisprudenza di questa Corte sul diritto iure hereditatis al risarcimento dei danni che si verificano nel periodo che va dal momento in cui sono provocate le lesioni a quello della morte conseguente alle lesioni stesse, diritto che si acquisisce al patrimonio del danneggiato e quindi è suscettibile di trasmissione agli eredi. L'unica distinzione che si registra negli orientamenti giurisprudenziali riguarda la qualificazione, ai fini della liquidazione, del danno da risarcire che, da un orientamento, con "mera sintesi descrittiva" (Cass. n. 26972 del 2008), è indicato come "danno biologico terminale" (Cass. n. 11169 del 1994, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 1704 del 1997, n. 24 del 2002, n. 3728 del 2002, n. 7632 del 2003, n 9620 del 2003, n. 11003 del 2003, n. 18305 del 2003, n. 4754 del 2004, n. 3549 del 2004, n. 1877 del 2006, n. 9959 del 2006, n. 18163 del 2007, n. 21976 del 2007, n. 1072 del 2011) - liquidabile come invalidità assoluta temporanea, sia utilizzando il criterio equitativo puro che le apposite tabelle (in applicazione dei principi di cui alla sentenza n. 12408 del 2011) ma con il massimo di personalizzazione in considerazione della entità e intensità del danno - e,da altro orientamento, è classificato come danno "catastrofale" (con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni). Il danno "catastrofale", inoltre, per alcune decisioni, ha natura di danno morale soggettivo (Cass. n. 28423 del 2008, n. 3357 del 2010, n. 8630 del 2010, n. 13672 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 19133 del 2011, n. 7126 del 2013, n. 13537 del 2014) e per altre, di danno biologico psichico (Cass. n. 4783 del 2001, n. 3260 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 1072 del 2011). Ma da tali incertezze non sembrano derivare differenze rilevanti sul piano concreto della liquidazione dei danni perchè, come già osservato, anche in caso di utilizzazione delle tabelle di liquidazione del danno biologico psichico dovrà procedersi alla massima personalizzazione per adeguare il risarcimento alle peculiarità del caso concreto, con risultati sostanzialmente non lontani da quelli raggiungibili con l'utilizzazione del criterio equitativo puro utilizzato per la liquidazione del danno morale…Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni, invece, si ritiene che non possa essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis. Tale orientamento risalente (Cass. sez. un. 22 dicembre 1925, n. 3475: "se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l'esistenza di un subbietto di diritto") ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 e, come rilevato, anche nella più recente sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 (che ne ha tratto la conseguenza dell'impossibilità di una rimeditazione della soluzione condivisa) e si è mantenuto costante nella giurisprudenza di questa Corte (tra le più recenti, successivamente alla citata sentenza della Corte costituzionale: Cass. n. 11169 del 1994, n. 10628 del 1995, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 3592 del 1997, n. 1704 del 1997, n. 9470 del 1997, n.11439 del 1997, n. 5136 del 1998, n. 6408 del 1998, n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 1633 del 2000, n. 2134 del 2000, n. 4729 del 2001, 4783 del 2001, n. 887 del 2002, n. 7632 del 2003, n. 9620 del 2003, n. 517 del 2006, n. 3760 del 2007, n. 12253 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 15706 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 2654 del 2012, n. 12236 del 2012, n. 17320 del 2012)” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., (ud. 17-06-2014) 22-07-2015, n. 15350. I pregiudizi risarcibili, sempreché la morte non sia stata istantanea e/o immediata, trasmissibili iure hereditario, abbracciano tutti i profili del danno non patrimoniale alla persona e vengono raccolti nelle due espressioni: danno biologico terminale e danno morale catastrofale (o catastrofico, o da agonia). Il primo è la lesione dell’integrità psicofisica patita dalla vittima, a tal punto grave che conduce alla morte; il secondo è lo stato di profonda afflizione vissuto dal de cuius , in caso di morte non istantanea, dalla vittima di un evento illecito letale, la quale abbia, per un apprezzabile lasso di tempo, atteso lucidamente e coscientemente l’estinzione della propria esistenza.
Il Tribunale di Trieste per la liquidazione del pregiudizio sofferto applica correttamente le Tabelle del Tribunale di Milano; infatti l’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano  nel 2018 ha inserito, nelle proprie Tabelle di liquidazione,  appositi “Criteri orientativi per la liquidazione del danno c.d. terminale”, i quali, peraltro, contengono l’innovativo inquadramento, all’interno dell’espressione “danno terminale”, di “ogni aspetto biologico e sofferenziale connesso alla percezione della morte imminente”. In pratica, le tabelle milanesi al fine di impedire inutili duplicazioni risarcitorie, stabiliscono che il danno biologico terminale e il danno morale catastrofale sono da considerarsi sottocategorie di un unico “danno terminale”.
Il danno biologico terminale è risarcibile nel nostro caso secondo il Tribunale poiché trattasi di danno differenziale complementare cioè non coperto né indennizzato dall’Inail. Si osserva correttamente nella sentenza che vi è una sostanziale differenza tra la natura giuridica dell’indennizzo e quello della responsabilità civile. L’indennizzo può essere richiesto quando previsto  dalla legge e deriva da un fatto che, pur comportando comunque un pregiudizio, non necessariamente deve essere antigiuridico ma che l’ordinamento per le più svariate ragioni considera meritevole di essere ristorato con una erogazione di carattere economico; nell’indennizzo non viene in rilievo alcuna violazione di obblighi come è, invece, necessario, nella responsabilità civile. L’indennizzo per tale ragione non reintegra del tutto la sfera giuridica del soggetto. In sostanza la fattispecie che stiamo esaminando si caratterizza per la presenza di un solo soggetto responsabile – il datore di lavoro – di una condotta antigiuridica ma di due soggetti obbligati sulla base di titoli  differenti; è l’ipotesi assai frequente di forme di assicurazione privata o pubblica, che accanto all’obbligo risarcitorio dell’autore del danno pone a diverso titolo l’obbligo indennitario in capo a terzi, nel nostro caso in capo all’Inail.
Come è noto l’Inail quando indennizza l’infortunato non segue le regole sulla responsabilità civile né applica i criteri risarcitori previsti da queste ultime regole: l’assicuratore sociale verifica che le modalità di accadimento dell’evento possano farlo considerare un infortunio sul lavoro e opera la liquidazione secondo i criteri predefiniti dalla legge sia  per il danno biologico permanente che per il danno da perdita della capacità di lavoro e di guadagno, nel caso l’invalidità superi il 16%; il datore di lavoro risponde del danno  secondo i criteri risarcitori stabiliti dal codice civile  in materia di responsabilità contrattuale o extracontrattuale; il datore di lavoro, anche ove ricorra una ipotesi in cui è operante l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, resta debitore e titolare dal lato passivo dell'obbligazione di risarcire il danno differenziale che la giurisprudenza ha poi distinto in danni complementari e danni differenziali in senso stretto. I danni complementari sono quelli richiesti dal lavoratore che non siano riconducibili alla copertura assicurativa; il danno biologico terminale rappresenta proprio un atipica ipotesi di danno differenziale complementare : “Il danno non patrimoniale spettante iure hereditatis non rientra tra le voci indennizzabili dall'Inail e si colloca, pertanto, tra i danni cd. complementari, rispetto ai quali non si pone un problema attinente ai criteri di scomputo; peraltro, la prestazione economica che la legge pone a carico dell'ente previdenziale in caso di morte del lavoratore assicurato, cioè la rendita in favore dei superstiti, costituisce risarcimento del danno patrimoniale subito in dipendenza della morte del congiunto (cfr. Cass. n. 6306 del 2017; n. 19560 del 2003), ed attiene quindi ad una voce eterogenea rispetto al danno non patrimoniale riconosciuto nel caso in esame iure hereditatis, come tale neanche astrattamente scomputabile secondo l'indirizzo consolidato sopra richiamato che esige, comunque, la omogeneità dei pregiudizi e delle corrispondenti poste” in Cassazione Civile 8580/2019”.I danni differenziali in senso stretto sono quelli coperti dall’assicurazione sociale ma non in misura esaustiva.
Infine, il Tribunale di Trieste accoglie la domanda avanzata dagli eredi iure proprio per i danni non patrimoniali subiti. Il danno da c.d. perdita parentale è egregiamente definito dalla Suprema Corte nella sentenza n. 7272 del 11.05.2012: “La liquidazione del danno derivante dalla perdita di un congiunto è stata oggetto, dapprima, delle sentenze di questa Corte nn. 8827 e 8828 del 2003, le quali hanno affermato che il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della morte di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l'incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, sia dall'interesse all'integrità morale, e ciò in quanto l'interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost..”.