Responsabilità civile - Causalità -  Antonello Negro - 02/11/2018

Responsabilità professionale e preponderanza dell’evidenza - Cass., VI sez. civ., ord. 27720/2018

Una società presentava opposizione avverso il decreto ingiuntivo ottenuto da un avvocato per il pagamento delle proprie prestazioni professionali.

Detta società sosteneva che la somma ingiunta non era dovuta in quanto l’avvocato aveva agito senza la necessaria diligenza e, in via riconvenzionale, chiedeva il risarcimento dei danni subiti.

In primo grado, veniva accolta la domanda della società attrice ed il legale veniva condannato al pagamento di circa 97 mila Euro quale danno cagionato dalla non diligente condotta professionale.

La Corte di Appello riduceva l’importo dovuto dall’avvocato a titolo di risarcimento del danno (fino alla somma di circa 37 mila Euro) e rilevava che, per le cause erroneamente coltivate o trascurate dal professionista, non ricorreva la probabilità di esito favorevole.

Adita la Suprema Corte, la stessa ha osservato che la responsabilità professionale si fonda sulla regola del “più probabile che non” (ovvero della preponderanza dell’evidenza) e non sulla prova certa dell’esito favorevole del giudizio.

Quanto alla responsabilità per colpa professionale da condotta omissiva, la Cassazione ha precisato che la citata regola del “più probabile che non” si applica sia all’accertamento del nesso di causalità fra l’omissione e l’evento di danno, sia all’accertamento del nesso tra quest’ultimo e le conseguenze dannose risarcibili.

Trattandosi di un evento non verificatosi proprio a causa dell’omissione – ha proseguito la Corte di Cassazione – lo stesso può essere indagato solo mediante un giudizio prognostico sull’esito che avrebbe potuto avere l’attività professionale omessa.

E’ stato quindi ribadito il principio per cui, nell’accertamento del nesso causale in materia di responsabilità civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza, a differenza del processo penale, in cui vige la regola della prova oltre il ragionevole dubbio.

Pertanto, il giudice, accertata l’omissione di un’attività dovuta in base alle regole della professione praticata, nonché l’esistenza di un danno che probabilmente (più probabilmente che non) ne è la conseguenza, può ritenere, in assenza di fattori alternativi, che tale omissione abbia avuto efficacia causale diretta nella determinazione del danno.

La posizione della Cassazione è chiara, ma personalmente non credo che una stretta applicazione della regola del più probabile che non (ovvero una regola in cui basta il 51% di probabilità per ritenere provato il nesso causale) sia condivisibile, essendo preferibile e più razionale (il 49% di incertezza è l’elefante nella stanza) ancorare la prova - anche nel giudizio civile - al principio dell’elevato grado di credibilità razionale.