Responsabilità civile - Colpevolezza imputabilità -  Annalisa Gasparre - 20/07/2018

Responsabilità veterinaria: risarcita la proprietaria per il decesso post operatorio della gatta malata – Trib. Rimini 11.11.2016

Due medici veterinari erano convenuti in giudizio dal proprietario di una gatta che aveva subito un intervento chirurgico.
Durante una visita di routine, il veterinario aveva riscontrato due nodulini sul lato sinistro dell’addome e ne aveva consigliato l’asportazione chirurgica onde evitare che si trasformassero in tumori alle mammelle.
L’intervento di mastectomia della linea mammaria veniva eseguito in anestesia generale senza attendere il referto delle analisi e consultare le radiografie. Il campione bioptico veniva inviato per gli accertamenti istologici. Dagli esami postoperatori il veterinario si convinse ad effettuare una terapia postoperatoria specifica.
Dopo l’intervento la gatta presentava ipotermia e tale sintomatologia (abbattimento, decubito laterale, disidratazione, ipotensione, incapacità di termoregolazione) persistette anche al ritorno a casa dove, pochi giorni dopo l’intervento, l’animale decedeva.
Tra l’intervento e la morte il gatto venne sottoposto ad accertamenti diagnostici, quindi tenuto sotto controllo clinico e con terapie ambulatoriali e domiciliari.
Nominato un CTU, si accertava che l’approccio dei veterinari curanti era stato imprudente: nel caso di un gatto anziano affetto da neoplasia maligna e probabilmente affetto da patologie dismetaboliche, malattie endocrine e da una probabile cardiopatia, si sarebbero dovuti disporre controlli diagnostici collaterali, stabilizzare la paziente e solo successivamente intervenire chirurgicamente, pianificando con cura l’operazione.
Inoltre, essenziale era un controllo pre-anestetico che fa parte di ogni protocollo anestesiologico a prescindere dall’età e che, nel paziente anziano, diventa ancora più importante per rilevare patologie concomitanti.
Nel caso in esame il controllo pre-anestestitco venne eseguito nella seduta operatoria senza tentare la stabilizzazione del paziente.
Quanto al nesso di causalità tra la condotta imprudente dei veterinari e il decesso del gatto, il CTU afferma che, in mancanza di autopsia, non è possibile stabilire con certezza quale sia stata la “causa” della morte. Senz’altro, però, l’esecuzione dell’intervento chirurgico ha determinato un peggioramento delle condizioni cliniche della paziente che l’ha condotta alla morte.
Anche il mancato intervento avrebbe comportato il decesso nell’arco di un anno.
Dal punto di vista dell’onere della prova del danno da contratto, il Tribunale afferma che il danneggiato ha provato la difformità della prestazione ricevuta rispetto al modello realizzato da una condotta improntata alla dovuta diligenza. Di contro, i veterinari convenuti non hanno provato di aver regolarmente adempiuto la propria obbligazione e che il decesso del gatto sia da attribuire ad altre cause.
Il Tribunale conclude affermando la responsabilità dei veterinari nella produzione dell’evento lesivo. L’inadempimento – aggiunge – è di tale gravità da giustificare la risoluzione del contratto di opera intellettuale, con accoglimento della domanda di restituzione del corrispettivo versato.
Inoltre, la proprietaria del gatto ha chiesto anche il risarcimento del danno. Il Tribunale riconosce che, a causa dell’inadempimento posto in essere dai veterinari, si è prodotta la lesione di un diritto inviolabile della persona (il diritto alla salute) avendo la stessa sofferto un “perturbamento psicologico”. Le ripercussioni funzionali patite sono rappresentate da Disturbo post traumatico da stress acuto (la morte traumatica e inaspettata dell’animale).
Il Tribunale aggiunge che i veterinari erano certamente consapevoli del grave turbamento che il decesso della gatta avrebbe potuto provocare e tale da poter degenerare anche in una patologia psichica, alla luce della attuale “realtà sociale” ove la perdita dell’animale da affezione è vissuta dal proprietario con una sofferenza certo ben maggiore di quella derivante dal mancato godimento della visione della partita di calcio, dall’errato taglio di capelli, o dalla rottura del tacco della scarpa da sposa, o da attesa stressante in aeroporto. Ne è prova il sempre maggiore dispendio di tempo e denaro che i padroni dedicano ai loro cosiddetti animali da compagnia, con i quali instaurano generalmente vere e proprie relazioni sentimentali totalmente indipendenti dal valore intrinseco dell’animale (che, ipoteticamente, potrebbe essere anche insussistente), suscettibili di arricchirsi nel corso del tempo secondo schemi paragonabili a quelli delle relazioni umane.

Sui rapporti diritto-persone-animali, cfr. collana a cura di Annalisa Gasparre, Diritto e animali. Verso l’affermazione di un nuovo “soggetto debole”, Key editore