Famiglia, relazioni affettive - Separazione, divorzio -  Redazione P&D - 10/06/2020

Restituzioni tra ex coniugi: nuovo principio informatore - Calogero Lo Giudice

L’art.194 c.c. e la sua contrarietà al principio di uguaglianza responsabile dei coniugi.

Un volta estinto il regime di comunione legale, i coniugi possono chiedere la divisione dei beni comuni.

L’attivo e il passivo vanno divisi in parti uguali, a termini dell’art. 194 c.c. e, secondo la giurisprudenza, non rileva il maggior contributo apportato alla comunione da un coniuge rispetto all’altro.

E’ stato, infatti,  chiarito ( Cass. I, 24/7/2003  n. 11467) che  “La divisione dei beni oggetto della comunione legale fra coniugi, conseguente allo scioglimento di essa, con effetto ex nunc, per annullamento del matrimonio o per una delle altre cause indicate nell'art. 191 c.c., si effettua in parti eguali, secondo il disposto del successivo art. 194, senza possibilità di prova di un diverso apporto economico dei coniugi all'acquisto del bene in comunione, non essendo applicabile la disciplina della comunione ordinaria, nella quale l'eguaglianza delle quote dei partecipanti è oggetto di una presunzione semplice (art. 1101 c.c.), superabile mediante prova del contrario”.

Si comprende agevolmente che il legislatore ha inteso attuare il principio di parità “assoluta” tra i coniugi.

La conseguenza è che se un coniuge è venuto meno ai doveri reciproci di collaborazione e contribuzione,  posti dall’art. 143 c.c., mostrando, nel corso della vita matrimoniale, completo disinteresse o abbia addirittura ostacolato, anche indirettamente,  la crescita  patrimoniale comune, frutto dell’esclusivo impegno e sacrificio dell’altro che, dal canto suo,  abbia, per giunta, ecceduto nella contribuzione,   avrà comunque garantita la metà dell’attivo della comunione.

Come chiarito in un precedente scritto (Calogero Lo Giudice, “Uguaglianza dei coniugi: nuovo significato”),  il principio di parità assoluta trovava giustificazione in un contesto sociale in cui i ruoli dei coniugi erano predeterminati e dell’incremento patrimoniale conseguito dal marito che svolgeva, all’esterno, il lavoro retribuito non poteva non divenire parimenti contitolare  la moglie, costretta a rimanere a casa,  per dedicarsi esclusivamente  alla cura della famiglia.

Sennonché, il contesto socio-economico che giustificò l’intervento del legislatore del 1975 è oggi mutato. 

La scomparsa della netta diversificazione dei ruoli tra i due coniugi e del modello gerarchico della famiglia, nonché l’affermazione della donna in ambito extradomestico non possono non condurre  ad una differente concezione ed applicazione del principio di uguaglianza. Diversa è, infatti, la visione della coppia, composta, più che da moglie e marito,  da “persone” capaci di autodeterminarsi e responsabili delle scelte e comportamenti adottati.

Le novità sono state poste in luce e  considerate  dalle Sezioni Unite della Cassazione, nella storica sentenza 11/7/2018 n.18287, la cui vis innovativa è stata erroneamente  ristretta al tema dell’assegno divorzile.

Le profonde mutazioni nella società civile, l’affermazione del principio di autodeterminazione ed autoresponsabilità, da ritenere determinante anche nelle scelte relazionali, oltre che l’evoluzione del ruolo femminile all’interno della famiglia e nella società, sono le nuove basi per ritenere ormai superato il principio di uguaglianza assoluta tra i coniugi.

Le Sezioni Unite, stigmatizzando comportamenti deresponsabilizzanti, ostruzionistici e parassitari, hanno valorizzato il contributo personale ed economico di ciascun coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune.

E’ stato, pertanto, superato l’orientamento che riconosceva carattere spiccatamente assistenziale all’assegno post-matrimoniale (Cass. SS.UU. 29/11/1990 n.11490).

L’assoluta preminenza della comparazione delle condizioni patrimoniali degli ex coniugi, fotografata al momento della crisi,  comportava la deresponsabilizzazione di quello tra loro che,  ancorché non avesse offerto il minimo contributo,  avrebbe beneficiato, per il futuro, di un sostegno economico, talora considerevole e superiore all’effettivo tenore di vita condotto in costanza di matrimonio (c.d. tenore di vita potenziale).

Per altro verso, il criterio della attuale autosufficienza economica, propugnato da altra  successiva giurisprudenza (Cass. I, 10/5/2017 n.11504), trascurava l’effettività della vissuta relazione matrimoniale e delle scelte compiute dai coniugi.

Irrilevanti diventavano le decisioni concordate ed il contributo offerto alla famiglia e all’altro coniuge.

Si perdeva quella che era stata la “sostanza “ del matrimonio, quale effettivamente rivelatasi nel corso dello stesso.

Le Sezioni Unite hanno, dunque,  ridefinito il principio di uguaglianza dei coniugi, non più fondato sulla parità assoluta degli stessi, bensì sulla autodeterminazione ed autoresponsabilità,  come rivelatesi nel corso del rapporto matrimoniale.

E’, quindi, alla effettività della vita matrimoniale che bisogna guardare, frutto delle decisioni prese e dei ruoli assunti e concretamente svolti.

Malgrado l’invito alla valutazione equiordinata degli indicatori elencati nella legge, ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile, il Collegio ha ritenuto espressamente di “attribuire primaria e peculiare importanza” a quello perequativo-compensativo, relativo all’apporto fornito da ciascun coniuge nel corso della vita matrimoniale.

Il contributo dato al soddisfacimento delle esigenze nell’ambito domestico è stato ritenuto, tuttavia, di per sé  insufficiente,  tanto più che nelle attuali famiglie i relativi compiti vengono generalmente ripartiti tra i coniugi, o svolti da collaboratori esterni,  occorrendo, per contro,  che sia stato tale da costituire la causa della formazione o dell’incremento del patrimonio comune o dell’altro coniuge.

In altri termini, se i compiti discendenti dai doveri familiari, anche verso i figli, vengono divisi o svolti congiuntamente dai coniugi, il mero squilibrio economico-patrimoniale non dà diritto ad alcuna pretesa.

Rilevante è che il coniuge richiedente dimostri il collegamento causale tra lo squilibrio ed il sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali, per il ruolo consumato all’interno della famiglia. 

Se l’impegno familiare non ha condotto alla esclusione o limitazione di quello diretto alla costruzione di un proprio percorso professionale-reddituale, la semplice inadeguatezza dei mezzi non comporta alcun riconoscimento economico futuro.

Un nuovo “equilibrio” viene, quindi,  ad affermarsi, diverso da quello sostenuto dalle precedenti interpretazioni giurisprudenziali ed estensibile al di là del riconoscimento dell’assegno divorzile.

Il nuovo principio, che si desume dalla sentenza del 2018 delle SS.UU. è il seguente: ogni attribuzione economico-patrimoniale a favore degli ex coniugi deve avere una giustificazione causale, collegata alla effettività della relazione matrimoniale, nel senso che deve  eziologicamente ricondursi alle scelte ed ai ruoli endofamiliari, che siano stati tali da consentire o agevolare la formazione o l’accrescimento del patrimonio familiare o dell’altro coniuge, con rinuncia alle proprie aspettative professionali e reddituali.

Novità e  merito delle Sezioni Unite del 2018 sono da ascrivere alla sostituzione, in via interpretativa, della regola paritaria assoluta con quella dell’uguaglianza responsabile.

La tutela viene assicurata, non al coniuge economicamente più debole, in quanto tale, in dipendenza della mera comparazione, e per un riequilibrio delle condizioni patrimoniali,  ma a quello che dimostra di avere dato il suo contributo alla famiglia, con sacrificio delle proprie potenzialità realizzative.

Il nuovo equilibrio, per considerarsi giusto, non può prescindere dalla “sostanza” del matrimonio, dalla effettività della vita matrimoniale, con ciò valorizzando scelte e responsabilità personali, anche in ambito relazionale.

Non è (soltanto) la sperequazione reddituale e patrimoniale che individua il coniuge economicamente più debole, ma quella conseguente alla rinuncia,  per l’impegno familiare assunto,    alle proprie aspettative  reddituali e professionali.

L’art.192 c.c. e la sua nuova interpretazione, costituzionalmente orientata.

Se quelle appena esposte sono  le nuove premesse che conducono ad una rilettura del principio di uguaglianza dei coniugi, la regola dell’assoluta parità di cui all’art. 194 c.c.,  non può che ritenersi costituzionalmente illegittima.

La soluzione del problema potrebbe rinvenirsi in una differente interpretazione dell’art. 192, c.3 c.c. 

In esso si stabilisce che,  al momento dello scioglimento della comunione, ciascuno dei coniugi può richiedere la restituzione delle somme prelevate dal patrimonio personale ed impiegate in spese ed investimenti del patrimonio comune.

La divisione paritaria ex art. 194 c.c. entrerà in gioco, dunque,  soltanto dopo che si è proceduto  alle restituzioni, nel senso che si esporrà.

Finché dura il vincolo valgono le regole della comunione: nessuna rilevanza ha l’entità del contributo di  ciascun coniuge (a non voler sollevare la questione, pur posta, dell’eccesso contributivo). 

Si consideri, tuttavia, il caso più frequente dello scioglimento della comunione, in seguito, alla crisi di coppia,  allorché è pure possibile richiedere l’assegno di separazione e divorzile.

Venuta meno la comunione di vita e di affetti che giustificava ed era la causa del regime patrimoniale legale, l’ultrattività dello stesso potrebbe avere come conseguenza l’arricchimento ingiustificato di una sola parte.

Monito delle Sezioni Unite del 2018 è eliminare ogni rischio di deresponsabilizzazione ed ingiustificata locupletazione che, se pur non rileva in costanza di rapporto, in conseguenza  del regime scelto,  giammai  potrà ammettersi con  la cessazione della convivenza e l’alterazione dei rapporti personali ed affettivi tra i coniugi.

La differente situazione pre e post crisi della coppia rileva a tal punto che la Cassazione ( Sez. III, Ord. 4/10/18 n. 24160) è giunta  a mutare la causa di un medesimo  negozio, ove eseguito prima della separazione (qualificandolo come donazione) e dopo (escludendo la finalità di liberalità) e ammettendo,  in conseguenza, la restituzione della metà dell’esborso.

Pur non potendosi approvare il percorso ermeneutico, poiché non di donazione si tratta  ma di communionis causa (la volontà, infatti, non è di spogliarsi di un bene giuridico per arricchire l’altra parte   ma per  condividerlo  con essa),  quel che qui interessa, è la netta distinzione dei due momenti, governati e disciplinati da principi necessariamente differenti, perché differenti sono le situazioni in essere,  tranne che si intenda, ad ogni costo,   equiparare la vita coniugale alla sua cessazione.

Quel che importa, per l’art. 192 c.c., per ottenere la restituzione, è da un canto,  la provenienza delle somme, che siano “prelevate dal patrimonio personale” e, dall’altro, l’impiego in “spese ed investimenti del patrimonio comune”.

Secondo la giurisprudenza,  “somme prelevate dal patrimonio personale”  sono quelle derivanti dai “beni personali” di cui all’art. 179 c.c. e, l’espressione “spese ed investimenti del patrimonio comune” sta ad indicare le migliorie (come le ristrutturazioni) apportate ad un bene già in comunione, quindi al patrimonio comune già costituito.

I proventi dell’attività separata non possono essere restituiti se impiegati nell’acquisto di un bene caduto in comunione legale e, anche  il valore degli immobili provenienti dal patrimonio personale di uno dei coniugi non potrà essere oggetto di restituzione, ove si verifichi la “trasformazione” dei beni personali in beni comuni.

L’esclusione del coacquisto di un bene immobile può avvenire solo nei casi e ove siano state rispettate le modalità di cui all’art. 179 c.c.

Questo significa che il bene comune dovrà essere diviso in base al principio inderogabile di cui all’art. 194 c.1, il quale impone che l’attivo e il passivo siano ripartiti in parti uguali, indipendentemente dalla misura della partecipazione di ciascuno dei coniugi agli esborsi necessari per l’acquisto dei beni caduti in comunione.

Come dianzi osservato, però,  bisogna tenere distinta la fase della convivenza da quella in cui è intervenuta la  crisi di coppia.

Non v’è dubbio che, stando alla normativa attuale,  il bene acquistato con i proventi dell’attività separata cada in comunione immediata e che si realizzi la contitolarità di entrambi coniugi e che questa permanga al momento dello scioglimento del vincolo.

Prima di applicare la regola dell’art. 194 c.c. , tuttavia,  l’art. 192 c.c. , che disciplina la fase successiva alla crisi di coppia,  prevede testualmente che possa sorgere  un diritto di credito che tenga conto della provenienza delle somme impiegate, non soltanto per le migliorie,  ma anche per l’acquisto del bene immobile comune,  residuato, ed in quanto in essere allo scioglimento della comunione  e da dividere. 

Nell’ampia dizione di “spese” a favore del patrimonio comune  possono indubbiamente ricomprendersi anche quelle che si sono rese necessarie alla sua formazione.

Se prevalesse la regola della divisione paritaria assoluta, il rischio di deresponsabilizzazione e di ingiustificata locupletazione sarebbe innegabile.

Ferma la contitolarità del bene comune, ove si negasse il diritto di credito alla restituzione delle somme spese per l’incremento patrimoniale, il coniuge che non avesse dato alcun contributo, verrebbe a conseguire un (ulteriore) ingiustificato vantaggio economico, pur essendo mutati i presupposti per la sua permanenza in condivisione.

D’altra parte – va aggiunto -  se fosse sufficiente dimostrare la mera provenienza delle somme, altrettanto innegabile sarebbe il rischio di vanificare l’uguaglianza sostanziale e responsabile  dei coniugi.

Chi ha dato, dedicandosi alla famiglia, con rinuncia alle proprie aspettative professionali e reddituali,   non vedrebbe compensato il suo sacrificio.

Bisogna, allora,  fare ricorso alla nuova visione del rapporto di coppia e al  principio interpretativo propugnati dalle Sezioni Unite del 2018.

Considerare l’effettività della vita matrimoniale e applicare,   non in senso astratto ed assoluto,  il principio di uguaglianza  significa,  ai fini delle restituzioni,  nel caso dell’acquisto di bene immobile caduto in comunione,  che bisognerà, anzitutto,  dimostrare la provenienza delle somme (dal “patrimonio personale”),  con onere dell’altra parte di provare che  quella “provenienza”  è solo apparente e formale,  in quanto frutto del proprio personale apporto, diretto o indiretto, totale o parziale.

Prova e controprova della provenienza delle somme,  non sono escluse dall’art. 192 c.3 c.c. per le pretese creditorie di restituzione.

Né la difficoltà di offrire una prova siffatta è maggiore di quella richiesta dalle Sezioni Unite per l’ottenimento dell’assegno divorzile.

La prospettata soluzione non impedisce che nell’ampio significato di “patrimonio personale” possano rientrare anche i proventi dell’attività separata che, in costanza di rapporto, peraltro, ossia quando si compie l’acquisto,   non fanno parte della comunione.

Ciò condurrebbe anche ad un impiego responsabile di tali proventi durante la convivenza, in funzione della comunione di vita e di affetti, e ad evitare, soprattutto nell’imminenza della crisi, sperperi od operazioni di occultamento del denaro.

Il coniuge, in regime di comunione, che durante la convivenza, constata disinteresse o  mancata intenzionale partecipazione  dell’altro coniuge, sarebbe poco propenso ad acquistare  un bene o a migliorarlo, con i proventi del proprio lavoro,    se la conseguenza prefigurata, in caso di crisi,   è solo l’attuazione di un’ingiusta locupletazione.

Nessuno tenderebbe a utilizzare senza criterio e misura i proventi della propria attività, una volta adeguatamente soddisfatti gli obblighi contributivi, se avesse la possibilità di offrire responsabilmente di più alla vita di coppia, sapendo di poter recuperare gli esborsi effettuati,  per beni residuati allo scioglimento della comunione.

Orientare verso comportamenti più retti e  responsabili è anche compito del diritto.

La finalità perequativo-compensativa, tenendo conto della effettività della vita matrimoniale,  deve potersi realizzare  dopo la cessazione della stessa, quando è venuta meno la comunione di vita e di affetti    e prevalenti, se non esclusivi,  sono  gli interessi di carattere economico. Il richiamo alla solidarietà familiare è solo una maschera pirandelliana che nasconde il viso della vera natura degli interessi in gioco.

Sostenere oltre misura, anche a livello interpretativo, l’istituto della comunione dei beni e le ragioni ad esso sottese, persino oltre il verificarsi delle cause di scioglimento,   non può avere oggi  altra conseguenza che accelerare la tendenza, già rapida e confermata dalle statistiche, alla fuga dal regime patrimoniale legale.

In attesa di una più ampia riforma legislativa che attui la nuova concezione del principio di uguaglianza dei coniugi,  una più attenta interpretazione delle norme può garantire e soprattutto  promuovere un  più giusto equilibrio,  fondato sulla responsabilità di ciascun coniuge.

Vero è che i giudici non possono sostituirsi al legislatore ma, talora, con le loro sentenze, specie in funzione nomofilattica e provenienti dalla loro massima autorità, possono tracciare un percorso che conduca ad una revisione normativa  o sollecitare una riflessione ed un ripensamento dottrinale, ovvero agevolare, nell’immediato,  una interpretazione giurisprudenziale evolutiva di determinate disposizioni o complessi normativi, per certi versi collegati a quelli esaminati.

 E’ questo l’effetto che potrebbe e, anzi, dovrebbe derivare dalla decisione 11/7/2018 n.18287 delle Sezioni Unite  della Corte di Cassazione, ancorché riferita all’assegno divorzile.

Fino a quando le decisioni dei giudici saranno  “arresti” giurisprudenziali - come vengono oggi denominate -  è difficile che il diritto si evolva.