Stranieri, immigrati - Generalità, varie -  Francesco Bernicchi - 06/04/2018

Ricorso ex art. 31 D.lvo. 286/1998 e autorizzazione a rimanere in Italia - Tirb. Min. Umbria 429/2018

Si prende in considerazione un recente decreto del Tribunale per i minorenni dell’Umbria (n. 429/2018) in materia di immigrazione e di riconoscimento al diritto a rimanere nel nostro Paese ai sensi e per gli effetti dell’art. 31 D.lvo 286/1998.

Il fatto, in breve: i ricorrenti, madre e padre delle minore Sempronia nata a XXX l’11.12.2016 sono stati costretti a scappare dal proprio paese d’origine, il Marocco, per i motivi di seguito sintetizzati.

La Sig.ra Caia proviene da una famiglia di religione musulmana fortemente legata alla legge coranica e all’islam più radicale. Tale substrato familiare si è concretizzato in un obbligo di totale asservimento al padre e al fratello della odierna ricorrente.

Le rigide regole imposte dal padre e dal fratello di Caia dovevano essere categoricamente rispettate dalla stessa. La madre della ricorrente, anch’essa totalmente sottomessa al volere del figlio e del marito, aveva il ruolo di educare la figlia al rispetto della legge coranica e dell’islam nella sua accezione più estrema.

Pertanto, durante tutta la vita vissuta nella famiglia di origine, la Sig.ra Caia è stata costretta dal padre e dal fratello ad indossare il velo e abiti che coprissero tutto il corpo, a vivere segregata in casa essendole concesso uscire soltanto per frequentare la scuola.

Alle rigide regole di vita che la ricorrente doveva rispettare, si sommavano frequenti maltrattamenti e costrizioni sia di carattere fisico che psicologico.

In tale contesto familiare e sociale, i ricorrenti, Sig.ri Caia e Tizio, si conoscevano e, innamorandosi l’una dell’altro, erano costretti a frequentarsi in assoluto segreto.

Tuttavia, quando la Sig.ra Caia, finita la scuola superiore, raggiungeva l’età di 20 anni, poiché il padre e il fratello ritenevano che la ricorrente avesse la giusta maturità per sposarsi, le vietarono di proseguire gli studi e di iscriversi all’università e la promisero in moglie ad un ricco signore di Casablanca di circa 50 anni, già sposato e con figli.

La Sig.ra Caia, informata dai familiari del matrimonio concordato, mostrava subito il suo fermo rifiuto a sposare il ricco pretendente.

La ricorrente, avendo rifiutato il matrimonio concordato, nelle tre settimane successive subiva continui maltrattamenti, percosse, pugni, calci e minacce dal fratello e dal padre.

Pertanto, gli istanti, non potendo sopportare l’idea di una vita di sofferenza e infelicità decidevano di abbandonare il Paese d’origine e, avendo entrambi il passaporto e il denaro sufficiente ad acquistare i biglietti aerei, scappavano in Turchia.

Dopo un veloce passaggio in questo Paese, con un viaggio in mare su di un barcone raggiungevano la Grecia e successivamente, seguendo la rotta dei Balcani, arrivavano in Austria dove la Sig.ra Caia si accorgeva di essere incinta.

I Sig.ri Caia e Tizio proseguivano il loro viaggio senza avere una reale meta, ma solo nella speranza di non essere fermati e rimpatriati.

Quando, arrivati in Italia, raggiunsero XXX , la ricorrente avvertiva forti dolori all’addome e veniva ricoverata per accertamenti sullo stato della gravidanza.

Così trascorrevano gli ultimi due mesi della gravidanza a XXX dove, l’11.12.2016, è nata la figlia Sempronia.

 

Le difese spiegate dall’Avvocato della piccola e l’istruttoria compiuta dal Tribunale hanno permesso a Sempronia di poter usufruire dell’autorizzazione prevista dall’articolo 31 D.lvo. 286/1998.

 

In sostanza ai genitori e alla minore è stato concesso di rimanere in Italia per un periodo ragionevole stimato in due anni atteso che gli stessi vivono in un buono contesto sociale e sono ben integrati nella comunità che li ospita e visto soprattutto che il ritorno in Marocco sarebbe fonte di pericolo grave e concreto.

La nascita della bimba nata fuori dal matrimonio, in Marocco, è un reato penalmente perseguito e i giovani genitori hanno prodotto numerose comunicazioni dei familiari (telefoniche e messaggi) che minacciavano di morte la coppia.

 

Per questi motivi ed in attesa della decisione relativa alla domanda di protezione internazionale in corso di definizione agli istanti è concesso di rimanere in Italia per due anni.

Il Tribunale pone, tuttavia, anche una condizione chiedendo agli stessi di approfittare del presente permesso per ottenere la regolarizzazione amministrativa del permesso di soggiorno.