Cultura, società - Cultura, società -  Maria Rita Mottola - 17/03/2018

Riflessioni post voto

Riflessioni post voto

 

Avevo offerto un mio modesto contributo per riflettere sul momento politico, sociale e economico del nostro Paese alla ricerca di possibili vie di “discernimento” per la scelta, contributo diretto a quattro categorie di cittadini a cui appartengo. Ora mi sembra necessario continuare su questa strada. Lo richiede il momento attuale che, seppur con diversi sentimenti, tutti noi percepiamo come denso di aspettative, di paure, di incertezze e di grandi speranze. Quindi cercherò di rispondere a questa domanda: cosa ci aspettiamo da qualsiasi Governo che verrà formato?

Per me cattolica: occorre partire da quella che viene definita la dottrina sociale della Chiesa. Chi ne ha letto gli scritti? Ve li suggerisco, iniziando dall’enciclica di Papa Leone XIII Rerum Novarum. È un attacco serio, documentato, ragionevole all’allora insorgente capitalismo. Indica la strada per la creazione di regole di tutela dei fanciulli e delle donne sul lavoro, di tutela dell’orario di lavoro, di riduzione dello sfruttamento. Insomma, le basi per quel capitalismo secondo Olivetti per così dire, un capitalismo che tiene in conto dei vari rapporti di produzione, dando a tutti il giusto riconoscimento. Getta le basi per quelli che saranno i criteri che porteranno all’approvazione di quell’articolo 1 della Carta costituzionale. Quella costruzione della democrazia e della libertà sul lavoro diritto-dovere non è di matrice liberale o ancor meno comunista è prettamente cattolica. Il Signore lavorò 30 anni prima di iniziare a parlare di altro e nacque in una famiglia di lavoratori. Egli non esclude alcuno dei lavori dal più umile al più elevato nella gerarchia (la prima visita la riceve dai pastori gli ultimi emarginati e criticati (nella Bibbia si narra che gli Egiziani avevano in gran spregio i pastori) e accanto a sé vuole Nicodemo, dottore della legge, fariseo e membro del Sinedrio). Viene per distruggere la schiavitù, qualsiasi schiavitù, anche quella dalla povertà (se non voluta e non accolta, la povertà è miseria e non libera scelta di uno stile di vita sobrio). Cito me stessa (in Responsabilità civile diretto da P. Cendon – Nuova concezione del lavoro, Cap. CLI, Vol. I Utet Giuridica): “Considerare il lavoro come una merce significa rimuovere tutto d’un colpo, il fondamento etico sul quale dovrebbe poggiare il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro, rendendo la cosiddetta legge del mercato l’unico regolatore. Il salario del lavoratore deve essere considerato come lo strumento indispensabile per il suo mantenimento in uno stato di salute fisica, di sicurezza materiale e di tranquillità morale, tale che gli consenta di continuare a prestare il suo servizio alla società e di preparare una nuova generazione allo stesso servizio[1]Alla fine del secolo XIX il lavoro, sfruttato e non regolamentato, fu oggetto di grande dibattito a più livelli coinvolgendo e plasmando il pensiero politico e sociale, con interventi significativi anche provenienti dalla Santa Sede. In particolare, l’enciclica Rerum Novarum non può essere dimenticata per l’apporto che diede alla discussione e al progresso di una visione del lavoro non astratta e separata dall’uomo, scritto che non teme le parole e che parla di capitale e lavoro, di proprietari e proletari. In essa si trovano le radici della dottrina sociale della Chiesa che verrà elaborata e rielaborata nei decenni a venire, e si parla già di giusta mercede, di rispetto della dignità del proletario, di giustizia, di limitazione del carico di lavoro, di adeguatezza al sesso all’età, di non usare l’uomo a scopo di guadagno, offrendo infine una visione della proprietà privata come bene comune «l’uomo non deve possedere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi all’altrui necessità»[2].

E se questo non bastasse pensiamo che secondo la nuova concezione di lavoro-non lavoro, il lavoro è pure lavoro senza riposo, “senza il sabato” o se preferite “senza domenica” ( https://www.personaedanno.it/articolo/3-comandamento-riposo-e-lavoro-maria-rita-mottola).

Dobbiamo sperare in un reddito di cittadinanza per aiutare i tanti, tantissimi in difficoltà? No, certamente, l’elemosina non è un vero esercizio di carità, la condivisione è carità: “la carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità” (Paolo let. 1 Cor. 13).

Dobbiamo sperare in un Governo che riabiliti il lavoro, quello pagato, non quello gratuito, non il lavoro remunerato con rimborsi spese fasulli a fronte di scontrini raccattati ovunque, (fonte di umiliazione per i giovani, e non più giovani, che il Ministro della “Cultura” ha impiegato nei Musei) un lavoro pagato due o tre € l’ora (scandalo dei call center) il lavoro affidato a immigrati irregolari fonte di sfruttamento e di rancore sociale. Noi dobbiamo volere, dico volere, quel lavoro che è fonte di dignità, libertà e quindi consente l’esercizio della democrazia. Basta rileggere quanto disse Calamandrei: 'L'art. 34 dice: I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere più alti gradi degli studi". Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra Costituzione c'è un articolo che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l'avvenire davanti a Voi. Dice così: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell'articolo primo – L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c'è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un'uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società' (Pietro Calamandrei, discorso 26 gennaio 1955, Milano).

E per vedere in pratica cosa è il reddito di cittadinanza godetevi il film di Ken Loach, Palma d’oro a Cannes e David di Donatello 2017, “Io Daniel Blake” vi spiegherà che cosa è e quanto è lontana questa misura del Welfare inglese, spietatamente e poeticamente narrata in una Newcastle dei nostri giorni, dall’idea di dignità del lavoratore o quanto sia contraria all’art. 38 della nostra Carta Cost.

Necessita una riconciliazione tra lavoro e dignità, tra lavoro e riposo, tra lavoro e ambiente, tra lavoro e capitale.

Per me avvocato: qualche sera fa ero a cena con un professore e consulente di procure e tribunali, personaggio molto noto anche al pubblico televisivo. Egli diceva che gli avvocati ormai sono ai margini del processo penale (in quello civile invece sono considerati un fastidio, aggiungo io). Con lui mi sono confrontata su una mia riflessione che egli ha condiviso appieno: nella Unione Sovietica gli avvocati erano dipendenti dello Stato e così nella Cina maoista. La democrazia si basa sugli avvocati liberi, su avvocati consapevoli del loro ruolo e dell’importanza della difesa dei diritti del singolo. Che cosa hanno di speciale gli avvocati? Semplicemente osservano la realtà da un punto di vista non soggettivo. Devono guardare le cose con gli occhi dei loro clienti. Questo consente loro di avere una visione più ampia, di non arroccarsi, di spaziare.

Domenica scorsa un amico, alla mi affermazione che non desideravo altro se non andare in pensione, mi ha risposto che molti suoi conoscenti avvocati, giovani e non, non ne possono più della situazione.

Dobbiamo seriamente interrogarci: il nostro malessere non è altro che lo specchio di una situazione giudiziaria e legislativa, sociale e giuridica, etica e personale, da declino di una nazione. Dobbiamo pretendere che vi sia una revisione seria dei provvedimenti degli ultimi 15-20 anni,  ragionata, diretta a semplificare e armonizzare, a eliminare e integrare, e a depurare di ogni superfetazione la Carta Costituzionale.

Costruire, in altre parole, una legislazione utile al progresso sociale, economico e umano. Vogliamo una riforma seria del processo civile e penale. Un processo che abbia un unico rito semplice, celere, improntato all’oralità e all’immediatezza delle decisioni. Insomma, più simile al rito del lavoro che a quanto scaturito dalle più recenti riforme  che hanno costruito un sistema complesso e il più delle volte dannoso per la parte debole del processo, molto spesso in aperta violazione del diritto di difesa.

“Una estensione del rito del lavoro al processo ordinario già dagli anni ’70 avrebbe potuto, con alta probabilità, apportare una serie di virtuosi risultati in termini di celerità ed efficienza processuali. Quindi, nel mentre sarebbero stati inevitabili, ove tale estensione fosse realmente intervenuta, la continuazione e l’inasprimento delle critiche all’impronta inquisitoria che caratterizzava il nuovo rito, con gli opportuni aggiustamenti esso avrebbe potuto apportare risultati benefici in tutto il processo, con un sacrificio tutto sommato accettabile (Cfr. G. TARZIA, Manuale del processo del lavoro, Milano, 1980, p. 39) dei poteri riservati alle parti rispetto a quelli preponderanti riservati al giudice, in quanto ormai collaudato, e di fatto accettato senza traumi anche dagli addetti (giudici e avvocati). A noi sembra che la generalizzata applicazione del rito lavoratizio fin dagli anni ’70 avrebbe potuto apportare anche nel normale vivere civile quei risultati di anticipato miglior rispetto della normativa sostanziale, che si era potuto constatare fin dall’inizio dell’introduzione della l. 533/73 nell’ambito dei rapporti di lavoro; infatti la semplice introduzione del nuovo rito aveva riequilibrato le situazioni sostanziali, che oggettivamente prima del 1973 avevano visto una sperequazione non lieve a favore della parte “datoriale”. [3]

Ridare forza agli avvocati è ridare forza ai diritti, dar voce ai cittadini per non trattarli da sudditi. Ancora una volta dobbiamo citare Calamandrei: “I giudici dovrebbero essere i più strenui difensori dell’avvocatura: poiché solo là dove gli avvocati sono indipendenti, i giudici possono essere imparziali; solo là dove gli avvocati sono rispettati, sono onorati i giudici: giudici ed avvocati sono ugualmente organi della giustizia, sono servitori ugualmente fedeli dello Stato, che affida loro due momenti inseparabili della stessa funzione.”

Ma il male fatto in questi anni è tanto e così grave quasi da pretendere una sorta di Tribunali di riconciliazione, luoghi di incontro per coloro che sono stati maltrattati dalla giustizia e dallo Stato, ove non si decidano risarcimenti economici ma ove sia possibile una ricucitura degli strappi, una ricostruzione del principio di legalità, una nuova e rinnovata fiducia reciproca.

 Per me di origini meridionali: parto da un episodio accaduto domenica scorsa. Abbiamo partecipato ad una conferenza tenuta da un amico, storico che ha cercato con tenacia di far emergere una storia dimenticata e, tra le altre cose, ha scoperto la presenza monferrina in Sicilia nel medioevo, conferenza avvenuta in concomitanza della chiusura di una perview di una mostra di arte contemporanea organizzata da una associazione culturale siciliana. Era presente la sua presidente che, tra l’altro, ha ricordato le iniziative assunte a seguito del terremoto del Belìce. Uno spettatore (si tenga conto che si trattava di un pubblico di un certo livello) ha affermato “tutti soldi mal spesi” lasciando sottintendere, tutti soldi nostri., ovviamente, E, ovviamente, così ha inteso la relatrice che con semplice e ferma argomentazione ha spiegato che i denari utilizzati per una presunta, mai compiuta e, comunque, tardiva ricostruzione sono stati tutti addebitati ai siciliani che, in aggiunta pagano le accise sulla benzina estratta nei loro mari per la quale ricevono poco o nulla. Le royalties pagate dai petrolieri è, infatti, ben posa cosa pari al 7% http://www.linkiesta.it/it/article/2016/04/09/tasse-basse-per-i-petrolieri-come-negli-anni-cinquanta/29908/. Ma quanto va veramente ai siciliani di questa bassissima tassa? (certamente Gheddafi che richiedeva royalties altissime aveva un buon motivo per essere eliminato). Non è dato sapere o almeno non da questa tabella http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/royalties/2014/2014.asp,  che non riporta i dati disaggregati e quindi non indica quanto del ricavato possa andare alla Sicilia.

Questa la contro-narrazione  http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-08-02/royalties-petrolifere-boomerang-sicilia-081328.shtml?uuid=ABs6DhgB.

Ma l’intemperante piemontese ha solo fatto emergere una semplice verità. Chi deve essere informato sulle condizioni del Sud e sulla sua storia non sono i meridionali. Loro la conoscono benissimo la loro storia ed ora, dopo anni di ricerca, analisi, confronto e incontri ne conoscono anche le motivazioni. Conoscono ciò che accadde 150 anni fa, ora ne conoscono anche le ragioni. Conoscono una storia durata 150 anni ed ora ne conoscono anche le motivazioni. Correttamente il Vescovo di Pescara ha interpretato il voto del 5 marzo nella sua città. Durante un’intervista radiofonica, al giornalista che voleva portarlo a dire che era stato un voto di paura, ha risposto con semplice onestà intellettuale che il leghista votato era conosciuto sul territorio, un buon amministratore. Ecco cosa vuole il Sud essere governato finalmente dopo 150 anni da gente veramente loro, da amministratori e politici che  amano la loro terra e non rispondono a logiche della gerarchia ma lavorano per il loro territorio.

Ma tornando al nostro piemontese, egli non è razzista come facilmente si potrebbe etichettare, è il frutto di una narrazione durata 150 anni. Un danno immane al nord quanto al sud, perché è un danno ai sentimenti, alla vita sociale, al rispetto reciproco, un danno irrisarcibile. Cosa mi aspetto? che si inizi a fare una diffusione capillare della verità storica. Al sud da vent’anni questa ricerca è stata fatta e ha portato frutti di rinnovata dignità e coesione, di un comune sentire. Ma i partiti vincitori al nord non devono andare al sud, vestendo un abito nuovo. Devono piuttosto parlare con la loro gente, qui nel profondo nord, spiegare ai piemontesi cosa è accaduto 150 anni fa e cosa è continuato ad accadere per 150 anni. https://www.personaedanno.it/articolo/150-anni-di-italia-maria-rita-mottola

Nel libro “Giù al Sud” di Pino Aprile si narra di una giornata particolare. In un paese delle mie zone, Cisterna d’Asti (ironia della sorte una bella trattoria, che frequentiamo dal vota,  è dedicata all’eroe dei due mondi https://www.personaedanno.it/articolo/fake-news-garibaldi-eroe-dei-due-mondi) alla fine della presentazione dell’altro libro inchiesta “Terroni”, un anziano signore si avvicina all’autore e dice che deve andare assolutamente in questi paesi ove 150 anni fa i suoi antenati hanno compiuto simile nefandezze e chiedere scusa. E che non sia un’eccezione. Perché sono convinta che se sapessero i piemontesi in cuor loro chiederebbero scusa e poi con semplicità ricomincerebbero la loro vita (non amano i cambiamenti) ma certamente cambierebbero il loro atteggiamento, capirebbero …

Anche così potrebbe esserci riconciliazione. Potremmo iniziare a costruire il nostro paese. L’Italia non è nata 150 anni fa, ha iniziato a nascere dopo la seconda guerra mondiale, ma tutto a un certo punto si è fermato, anzi è tornato indietro, ora dobbiamo per la terza volta, veramente costruire l’Italia. Il Paese più bello del mondo, non perché ricco di ogni benedizione, perché è abitato dagli italiani.

Per me nata negli anni ’50: vorrei che il mio Governo si ricordasse delle questioni internazionali, dei rapporti con gli altri stati, del così detto Sud del mondo, non per vuota retorica ma per costruire ponti, veri ponti. Siamo sempre stati capaci di farlo (certamente nell’orbita degli USA, del resto avevamo perso una guerra) ma con dignità, abbiamo ostacolato il precipitare verso le barbarie del così detto occidente. Cosa è accaduto, perché la nostra generazione ha smesso di guardare al mondo? A smesso di indignarsi per gli orrori che avvengono ,costruiti sempre e solo per depredare e distruggere? In Libano nel 1982 i nostri bersaglieri vennero derisi all’arrivo dai soldati inglesi e statunitensi, per le piume di gallo cedrone. Ma compirono la missione a loro affidata, di estrema delicatezza consistente nel ricondurre i guerriglieri OLP per 70 km tra le forze militari israeliane, con competenza e intelligenza. Tornarono in Libano dopo l’orribile strage di Sabra e Chatila, costruirono un ospedale, divennero gli eroi del popolo libanese. Erano soldati di leva. Io rivoglio un esercito di leva: è presidio di democrazia. E la storia dei golpe militari ne è prova.

Vorrei che si tornasse a discutere dell’Africa e dei suoi misteri: perché i cinesi costruiscono strade? Per esempio. Che ci fanno in Africa i francesi? Ricchezze enormi da rubare a qualsiasi prezzo, per gli uni terre da rendere fertili e far coltivare (in Cina ha vinto una folle urbanizzazione che ha distrutto le campagne e l’agricoltura) per gli altri minerali preziosi. L’emigrazione è una ricchezza? No, è povertà assoluta perché priva anche dei propri ricordi, dei colori e dei profumi inconfondibili di casa. Sradica e destabilizza. Solo la disperazione porta l’uomo ad abbandonare la propria casa. E chi parte volontariamente ha nostalgia del ritorno, 10 anni per Itaca.

Vorrei che il mio Governo smettesse di considerare l’uomo a seconda delle preferenze sessuali. Che follia. È così folle che cominciano a ribellarsi coloro che in modo surrettizio si vorrebbe difendere. “Mi sembra incredibile che ancora oggi si usi questo termine: sono biologicamente un maschio: lo stesso vale per una donna, che è una donna punto e basta, al di là di tutto. La parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali” (così lo stilista Gabbana in una recente intervista” https://it.aleteia.org/2017/12/18/stefano-gabbana-non-chiamatemi-gay/).

Vorrei un Governo che tutelasse le donne nella loro vera essenza, non con leggi da riserva indiana. La donna è madre ed è madre, come tutti gli altri esseri viventi che sono madri. È la natura che lo esige, per la propagazione della specie. È un dovere essere madre ma è anche un dovere che non deve essere imposto, a nessuno, neppure alle donne povere che pensano di poter ottenere un facile guadagno (e non si dica che la surrogata è gratuita, è offensivo pensare che una donna possa portare in grembo un figlio di un'altra-altro per nove mesi e poi abbandonarlo, solo chi non è stato madre può sostenerlo). Le femministe francesi, prima, le spagnole dopo hanno detto basta http://www.glistatigenerali.com/diritti-umani/studiose-lesbiche-e-femministe-a-parigi-per-dire-no-alla-maternita-surrogata/

 Si potrebbe dire che il politicamente corretto è antiquato, parafrasando il titolo di un’opera del filosofo tedesco Günther Anders “L’odio è antiquato”.

Vorrei infine un Governo che tuteli la libertà di stampa. Veramente. Ridia credibilità all’informazione pubblica. Escluda una legge liberticida (direbbe Pannella) come quella sulle fack news. Ci ridia la verità. Perché la verità rende liberi. E non è una finzione letteraria. Solo la verità rende liberi.

https://www.personaedanno.it/articolo/aldo-moro-terremoti-statistiche-verit-giornalismo-maria-rita-mottola

Anche qui quindi una riconciliazione, questa volta con noi stessi e con la logica.

 

[1] John Kells Ingram, economista irlandese si dedicò, tra l’altro alla stesura di un’opera di storia dell’economia A history of political economy, traduzione italiana, Torino, 1892. (Per una lettura analitica degli scritti di Ingram vedasi O’ Higgins P., Il lavoro non è una merce, un contributo irlandese al diritto del lavoro, in Giornale dir. lav. e relazioni ind., 1996, 295). Era l’epoca della rivoluzione industriale, dello sfruttamento ad oltranza dei lavoratori e delle istanze di miglioramento delle loro condizioni di vita provenienti da più parti e con motivazioni ideologiche, politiche, sociali e religiose. Non si può dimenticare a tale proposito l’enciclica di Leone XIII. Sia l’enciclica e, curiosamente, l’espressione di Ingram sono richiamate nel ben noto romanzo «Diario di un curato di campagna», curato a cui Georges Bernanos fa dire «Cette idée simple que le travail n’est pas une marchandise, soumise à la loi de l’offre et de la demande, qu’on ne peut pas spéculer sur les salaires, sur la vie des hommes, comme sur le blé, le sucre ou le café, ça bouleversait le cosciences, crois tu? Pour l’avoir expliqué en chaire à mes bonshommes, j’ai passé pour un socialiste et les paysans bien-pensants m’ont fait envoyer en disgrâce à Montreuuil».

[2] Rerum Novarum lettera enciclica di S.S. LEONE XIII, 1891, seconda parte: «Relazioni tra le classi sociali» in traduzione dal latino http://w2.vatican.va/.

[3] Bassi P. Le lungaggini del processo civile alla luce delle riforme del 2005/2006, http://ojs.uniurb.it/index.php/studi-A/article/download/277/269