Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 19/03/2020

Rilevanza penale delle false dichiarazioni al tempo del Covid-2019. L’interpretazione della Proc. della Rep. presso il Tribunale di Genova - Mattia Sgarbossa

L’attuale emergenza sanitaria che il Paese soffre a seguito del dilagare dell’epidemia di Covid-19 ha comportato la più intensa – sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo - limitazione alle libertà personali di tutti noi cittadini dal dopo guerra a oggi.
Comportamenti fino a poco tempo fa assolutamente normali nel nostro vivere quotidiano sono oggi impediti e penalmente sanzionati.
Occorre quindi analizzare le conseguenze penali che lo scostamento dal comando dell’Autorità può comportare così come stabilito dal D.L. 23 Febbraio 2020 n. 6 e dai successici D.P.C.M. dell’8,9,10 Marzo 2020, che fortemente limitano alcune libertà fondamentali (di circolazione, di associazione, di culto, per citarne alcune).
Premesso che solo nei prossimi mesi sarà possibile svolgere un esame approfondito e lucido di tutte le questioni sottese, un primo e utile intervento interpretativo giunge dalla Procura della Repubblica di Genova che, con la propria circolare n. 849 del 16 marzo 2020 (qui allegata), tenta di indicare l’indirizzo interpretativo da seguire nel perseguimento di condotte che mai ci saremmo sognati avrebbero potuto un giorno assumere rilevanza penale.
Per quanto di maggiore interesse, i pm genovesi forniscono un indirizzo interpretativo circa la rilevanza penale della condotta di chi, sorpreso nel circolare senza che lo spostamento sia legittimato da esigenze di salute, lavoro o stato di necessità, fornisca alle autorità di polizia una falsa dichiarazione circa la ragione di detto spostamento, simulando una delle predette condizioni.
Le fattispecie di reato prima facie ipotizzabili (e nell’esperienza degli ultimi giorni concretamente ipotizzate dalle autorità di polizia) parrebbero quelle di cui all’art. 483 c.p. (falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico), oppure al successivo art. 495 c.p. (Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri).
L’art. 483 c.p., al primo comma, prescrive che chiunque attesti falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, sia punito con la reclusione fino a due anni.
Il successivo art. 495 c.p., al primo comma, dispone poi che chiunque dichiari o attesti falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona, sia punito con la reclusione da uno a sei anni.
La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Genova con indirizzo, almeno a parere di chi scrive, assolutamente condivisibile, ritiene non configurabile il delitto di cui all’art. 483 c.p., stante l’impossibilità di qualificare come “attestazione” penalmente valutabile la dichiarazione resa dal cittadino in tale frangente, non potendosi ritenere la stessa finalizzata a provare la verità dei fatti esposti.
Questa interpretazione pare conforme al senso attribuito generalmente a tale precetto penale, il quale persegue la falsa dichiarazione o attestazione proveniente da un soggetto che ha il dovere giuridico di dire la verità e resa ad un pubblico ufficiale che sta redigendo o deve redigere un atto pubblico.
Parimenti non configurabile parrebbe il delitto di cui all’art. 495 c.p., dal momento che lo stesso verrebbe integrato esclusivamente dalle false attestazioni aventi a oggetto l’identità, lo stato o altre qualità della persona; chiaramente, dichiarare il motivo del proprio spostamento non rientrerebbe nelle ipotesi descritte dalla norma.
Contrariamente a quanto affermato e pubblicizzato anche dai media negli ultimi giorni, ad oggi l’unico reato ipotizzabile nei confronti di chi falsamente dichiari di circolare per ragioni di salute, lavoro o stato di necessità, è la contravvenzione di cui all’art. 650 c.p. (Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità), il quale punisce con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a duecentosei euro chiunque non osservi un provvedimento legalmente dato dall'Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d'ordine pubblico o d'igiene, salvo che il fatto non costituisca un più grave reato.