Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 18/12/2017

Rilevanza putativa delle cause di giustificazione: diritto di cronaca, legittima difesa, stato di necessità, violazioni amministrative

Intuitivamente copiosa la giurisprudenza esistente sull’argomento; così, in ambito di responsabilità del giornalista, tipica palestra ove chiedere il risarcimento del c.d. danno all’immagine o alla reputazione, la scriminante configurata dall'art. 51 c.p., sotto il profilo putativo ex art. 59, comma 1, c.p. può ritenersi configurabile in relazione alla narrazione di un fatto obiettivamente falso, qualora il cronista abbia assolto all'onere di controllare accuratamente la notizia data; la scriminante deve essere, pertanto, esclusa nell'ipotesi in cui il cronista abbia appreso la notizia da un'unica fonte, nemmeno sottoposta a verifica; più diffusamente, è stato in argomento chiarito come la configurabilità del requisito della verità della notizia, che, insieme alla continenza ed all'interesse pubblico scrimina il contenuto diffamatorio di notizie divulgate a mezzo stampa, imponga al giornalista di controllare l'attendibilità della fonte informativa, a meno che non provenga dall'autorità investigativa o giudiziaria, e di accertare la verità del fatto pubblicato, restando altrimenti responsabile dei danni derivati dal reato di diffamazione a mezzo stampa, salvo che non provi l'esimente di cui all'art. 59, ultimo comma, c.p. e, dunque, la sua buona fede: a tal fine, la cosiddetta verità putativa del fatto non sussiste per la mera verosimiglianza dei fatti narrati, in quanto necessaria la dimostrazione della involontarietà dell'errore, dell'avvenuto controllo della fonte e dell'attendibilità di essa, onde vincere dubbi o incertezze in ordine alla verità dei fatti narrati; d’altro canto, risulta intuitivo come l'allegazione, da parte dell'agente, dell'erronea supposizione della sussistenza di un'esimente putativa, nella specie del diritto di cronaca, debba basarsi non già su un mero criterio soggettivo, bensì su dati di fatto concreti, i quali siano tali da giustificare l'erroneo convincimento in capo al predetto di trovarsi in tale stato.

Il principio vale, naturalmente, anche per l’esimente putativa del diritto di cronaca giudiziaria, la quale può essere invocata in caso di affidamento del giornalista su quanto riferito dalle sue fonti informative, non solo se abbia provveduto comunque a verificare i fatti narrati, ma abbia altresì offerto la prova della cura posta negli accertamenti svolti per stabilire la veridicità dei fatti: così, in fattispecie nella quale la Suprema Corte ha negato la sussistenza dell'esimente putativa "de qua" in relazione alla pubblicazione di una notizia risultata non vera, è stato confermato come l'esimente putativa del diritto di cronaca giudiziaria non possa essere affermata in ragione del presunto elevato livello di attendibilità della fonte, se il giornalista non abbia provveduto a sottoporre al dovuto controllo la notizia.

Altro ambito intuitivamente battuto dalla giurisprudenza risulta essere quello della legittima difesa putativa, laddove il principio generalmente accolto è quello, secondo cui l'errore scusabile, nell'ambito della legittima difesa putativa, deve trovare adeguata giustificazione in qualche fatto che, sebbene malamente rappresentato o compreso, abbia la possibilità di determinare nell'agente la giustificata persuasione di trovarsi esposto al pericolo attuale di un'offesa ingiusta; più dettagliatamente, la legittima difesa putativa, ex artt. 52, 59 c.p., può ravvisarsi nella sola ipotesi in cui sussistano gli stessi elementi costitutivi della legittima difesa reale, con la sola eccezione che lo stato di pericolo attuale di offesa ingiusta anziché essere esistente nella realtà, deve essere erroneamente ritenuto esistente dal soggetto in base ad una errata valutazione della situazione obiettiva; in tal senso, tuttavia, non è sufficiente che tale erronea rappresentazione della realtà sia semplicemente prospettata dall'agente o sia frutto delle convinzioni soggettive dello stesso, occorrendo invece necessariamente che la pretesa erronea opinione circa l'esistenza del pericolo trovi una giustificazione nell'esistenza di una situazione di fatto, tale da ingenerare il ragionevole convincimento circa la necessità di un'azione difensiva, non essendo a tal fine rilevanti né lo stato d'animo dell'agente, né il semplice timore che altri commetta un fatto lesivo del suo diritto; l'ingannevole percezione della realtà, nella quale si sostanzia la legittima difesa putativa, deve, pertanto, poter trovare adeguata giustificazione in qualche fatto che, sebbene malamente rappresentato o compreso, abbia la possibilità di determinare nell'agente la persuasione di trovarsi esposto al pericolo attuale di un'offesa ingiusta; e la suddetta esimente non può ritenersi quindi sussistente puramente in considerazione dello stato d'animo alterato dell'agente o del semplice timore di essere aggredito, ma deve essere adeguatamente considerata la situazione obiettiva nel quale il soggetto si sia venuto a trovare, per modo che essa può configurarsi se ed in quanto l'erronea opinione della necessità di difendersi sia fondata su dati di fatto concreti, di per sé inidonei a creare un pericolo attuale, ma tali da giustificare, nell'animo dell'agente, la ragionevole persuasione di trovarsi in una situazione di vero ed attuale pericolo.

Ulteriormente, sempre in tema di legittima difesa e avuto riguardo alle modifiche apportate dalla legge 13 febbraio 2006, n. 59 all'art. 52 c.p., è stato precisato come esse abbiano riguardato solo il requisito della proporzione, fermi restando gli ulteriori requisiti in presenza dei quali è invocabile la legittima difesa, così permanendo la necessità che la difesa sia la risposta ad una aggressione in atto o ad un concreto pericolo che questa possa avvenire; quest'ultima, anche secondo la Corte d’Assise di Milano, è l'unica ulteriore novità portata dalla modifica normativa: la difesa è legittima anche se vi è solo pericolo di aggressione e, nell'ipotesi, quindi, in cui il soggetto agisca nella convinzione, erronea, di trovarsi in una situazione di pericolo di aggressione, andrà esente da responsabilità a norma dell'art. 59, ultimo comma, c.p., a meno che l'errore sia determinato da colpa.

Quanto allo stato di necessità, premesso che anche le condizioni di attualità o inevitabilità del pericolo, che integrano i presupposti di operatività dell'esimente, possono costituire oggetto dell'errore cui è subordinata la configurabilità della scriminante stessa sotto il profilo "putativo" in materia di circostanze non conosciute ed erroneamente supposte, ai fini della configurabilità della causa di giustificazione dello stato di necessità, ai sensi degli articoli 59, comma 4 e 54, del codice penale, l'erronea supposizione di uno stato di necessità, non può basarsi su un mero criterio soggettivo, riferito al solo stato d'animo dell'agente, ma deve essere sostenuta da dati di fatto concreti, che siano tali da giustificare l'erroneo convincimento di trovarsi in tale situazione.

E’ per tal motivo, ad esempio, che integra il delitto di sequestro di persona la condotta di chi tenga legato per giorni a letto, con cinghie di contenzione, un familiare non autosufficiente (nella specie: la madre adottiva), in assenza di una specifica situazione di imminente pericolo di cadute o gesti di autolesionismo idonea a configurare gli estremi dello stato di necessità: in motivazione, infatti, la Suprema Corte ha ritenuto non configurabile la scriminante di cui all'art. 54 cod. pen. neppure in forma putativa, avendo lo stesso imputato fatto riferimento alla possibilità di ricorrere all'ausilio di personale sanitario e di un letto a sponde e dovendo quindi escludersi un suo erroneo convincimento di trovarsi in uno stato di necessità; ulteriormente, è stato ritenuto che non può applicarsi, con riferimento agli artt. 54 e 59 c.p., la scriminante putativa, qualora dal quadro processuale e dalle risultanze raccolte, sia palese che l'imputato, al quale sia stato ascritto il reato di cui all'art. 574 c.p., ha agito consapevolmente e coscientemente ben potendo, tra l'altro, evitare il danno temuto, agendo in altro modo nel rispetto della legge: ne consegue che, come accaduto nel caso in esame, la sottrazione del figlio minorenne da parte del padre, in rapporto conflittuale con la madre dello stesso, non può essere ricondotta alla necessità di evitare al figlio un intervento chirurgico, ritenuto pericoloso e superfluo, essendo sufficiente per evitare tale operazione, la semplice negazione del consenso richiesto dai medici ad entrambi i genitori (il che stride inesorabilmente con l'inevitabilità dell'evento temuto anche solo a livello putativo e rende chiaro che la sottrazione è avvenuta per motivi di altra natura).

Sempre in tema di cause di giustificazione, ribadendo che l'allegazione da parte dell'imputato dell'erronea supposizione della sussistenza dello stato di necessità deve basarsi non già su un mero criterio soggettivo, riferito al solo stato d'animo dell'agente, bensì su dati di fatto concreti, tali da giustificare l'erroneo convincimento in capo all'imputato di trovarsi in tale stato, la Suprema Corte ha altresì reputato corretta la condanna di due coniugi, dei relativi genitori e di due parroci i quali, in concorso tra loro, avevano rifiutato di consegnare una bambina bielorussa ai responsabili dell'organizzazione che doveva curarne il rimpatrio, per evitare alla minorenne un trauma psicologico nel timore che, una volta tornata in Bielorussia, la stessa avrebbe subito violenze di cui aveva già narrato di essere restata vittima prima dell'affidamento temporaneo in Italia.

Quanto al tema degli illeciti amministrativi, anche qui l'esclusione della responsabilità per le violazioni commesse, derivante da stato di necessità, secondo la previsione dell'art. 4 della L. n. 689/1981, postula, in applicazione degli artt. 54 e 59 c.p., che fissano i principi generali della materia, una effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile, ovvero l'erronea persuasione di trovarsi in tale situazione, in base alla verificazione di circostanze oggettive; ad esempio, qualora un medico, alla guida di un'autovettura, abbia utilizzato un telefono cellulare, non dotato di auricolare né in modalità vivavoce, la circostanza che abbia risposto a una telefonata urgentissima del proprio diretto superiore, il quale intendeva ricevere informazioni su un paziente in pericolo di vita, non è idonea a escludere la responsabilità per la violazione amministrativa, posto che, trattandosi di una chiamata in entrata, non sono configurabili lo stato di necessità, nemmeno in forma putativa, o l'adempimento del dovere; e non costituisce, ex art. 4 della legge n. 689 del 1981, circostanza scriminante la responsabilità per violazioni dell'art. 142 C.d.S., è stato deciso, la necessità del guidatore di raggiungere il feretro della propria madre per poterle rendere l'estremo saluto: in tal senso, rilevato, invero, che il disposto di cui al richiamato art. 4 è suscettibile di interpretazione alla luce de principi di cui agli artt. 54 e 59 c.p., nel senso che la situazione di danno grave o di pericolo imminente debba essere effettiva e non altrimenti evitabile, non può rinvenirsi alcuna situazione di danno grave o di pericolo imminente, ovvero la erronea convinzione del soggetto di trovarsi in una di tali condizioni nella descritta circostanza erroneamente dedotta quale scriminante.

Anche in tema di sanzioni amministrative, dunque, ai fini dell'esclusione della responsabilità del trasgressore per l'erronea supposizione della sussistenza dello stato di necessità, di cui all'art. 4 della legge 24 novembre 1981, n. 689, è necessario che essa si concretizzi in un incolpevole errore sul fatto, e cioè su una percezione o in una ricognizione della percezione incolpevolmente difettosa che, cadendo su un elemento materiale della violazione amministrativa, la rende non punibile a norma dell'art. 3, secondo comma, della citata legge n. 689 del 1981: motivo per il quale, la Suprema Corte ha cassato la sentenza del giudice di pace che aveva ritenuto non sanzionabile la contestata violazione del codice della strada per eccesso di velocità, attribuendo erroneamente rilievo esimente ad una mera esigenza personale e soggettiva del trasgressore, quale l'eliminazione dello stato di ansia che l'aveva colto per aver lasciato la propria figlia piccola presso altra famiglia al fine di recarsi a sostenere un colloquio di lavoro, così da dover "fare il più in fretta possibile" per poter rivedere al più presto la figlia medesima; e, sempre in tema di esclusione della responsabilità per violazioni amministrative, è stato ribadito che, affinché ricorra, ai sensi dell'art. 4 della legge n. 689 del 1981, l'esimente dello stato di necessità, occorre - in conformità a quanto disposto dagli artt. 54 e 59 cod. pen. - che sussista un'effettiva situazione di pericolo imminente di un grave danno alla persona, non altrimenti evitabile, ovvero l'erronea convinzione, provocata da circostanze oggettive, di trovarsi in tale situazione; ne consegue che detta esimente non è invocabile quando la situazione di pericolo riguardi un animale: così, nella specie, la Suprema Corte ha confermato la sentenza di merito che, a seguito dell'irrogazione della sanzione prevista dal codice della strada per l'eccesso di velocità, aveva escluso l'applicabilità dell'esimente in relazione al trasporto d'urgenza, presso un veterinario, di un gatto gravemente ferito e raccolto poco prima.

Da ultimo, in ottica di completezza, si segnala la pronuncia secondo la quale risponde del reato di molestia, e non anche di ingiuria in forza dell'esimente della provocazione putativa, una moglie che effettui più telefonate a carattere molesto, di cui alcune a contenuto ingiurioso, ad una donna ragionevolmente considerata possibile amante del proprio marito (Si veda, in dettaglio, il trattato: "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017).