Persona, diritti personalità - Onore, decoro, reputazione -  Alex Zorzini - 05/07/2017

Rilievi critici alla legge sul cyber bullismo (l. 71/2017)

La legge 71/2017 (cd. Legge Ferrara) si propone di prevenire e contrastare il fenomeno del cyberbullismo.

Il cyberbullismo è così definito: qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione e qualunque forma di furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica (art. 1, co. 2).

Tale definizione fa riferimento alle condotte normalmente realizzate da uno o più ragazzi per umiliare e isolare la vittima: l’invio di insulti e minacce via sms, wzp e post, la pubblicazione e la condivisione di foto e video volgari e/o compromettenti riguardanti sui social network; le richieste di denaro per non diffondere tali foto, l’apertura di falsi profili fb (ma non solo!), o l’uso del profilo di quest’ultima, senza alcuna sua autorizzazione.

Deve precisarsi che la citata definizione non introduce un nuovo reato ma descrive un fenomeno che ha sicuramente conseguenze penali. A seconda dei casi, infatti, i comportamenti poc’anzi descritti possono integrare i reati di minaccia (612 cp), ingiuria (art. 4, co. 1, lett. a del d.lgs 7/2016 che ha trasformato il reato di ingiuria in un illecito civile), diffamazione (595 cp), realizzazione e diffusione di materiale pornografico con un minore (600 ter cp), detenzione (all’interno della memoria del proprio smartphone) di materiale pornografico (600 quater cp), accesso abusivo a un sistema informatico (615 ter cp), estorsione (629 cp) e trattamento illecito di dati (167 del T.U. sulla privacy).

Si faccia attenzione: la definizione si riferisce espressamente e unicamente al bullismo on line, non anche al bullismo cd. di strada che si realizza dal vivo (per strada, appunto, nelle stazioni delle autocorriere, in classe, nei bagni della scuola, ecc.). Non rientrano, quindi, nella definizione citata, tutti quei reati – normalmente commessi dal bullo e dalla sua corte di sostenitori come continuazione o ante-fatto delle sue gesta divulgate con il telefonino – quali le percosse (581 cp), le lesioni personali gravi e gravissime (582 e 583 cp), la violenza sessuale (609 bis cp), lo stalking (612 bis cp), il furto (614 cp), la rapina (628 cp), il danneggiamento (630 cp).

Definito il fenomeno, la legge si prefigge due scopi: la sua prevenzione (§ 1) e il suo contrasto (§ 2).

§ 1. La prevenzione del cyberbullismo è assicurata mediante la creazione di un Tavolo tecnico che coinvolga i social network, i cittadini, gli insegnanti, gli studenti e le organizzazioni di volontariato.

Il Tavolo è composto da: (1) rappresentanti del Ministero dell’interno, (2) del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, (3) del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, (4) del Ministero della giustizia, (5) del Ministero dello sviluppo economico, (6) del Garante per l’infanzia e l’adolescenza, (7) del Comitato di applicazione del codice di autoregolamentazione media e minori, (8) del Garante per la protezione dei dati personali e (9) delle organizzazioni non governative già coinvolte nel programma nazionale del Safer internet center (art. 3, co. 1).

Non sono pochi!

Tutti tali signori, la cui attività è gratuita, avranno il compito di predisporre un “piano di azione integrato per il contrasto e la prevenzione del cyberbullismo”, come richiesto dalla decisione 1351/2008/CE sulla protezione dei bambini che usano internet e altre tecnologie di comunicazione (art. 3, co. 2).

Tale Piano d’azione si rivolge innanzi tutto alle società che gestiscono i social network come Facebook, Youtube, Instagram, Whatsapp, i cui servizi di messaggistica e diffusione video sono decisamente gettonati tra gli adolescenti (e non solo).

Il Piano dovrà comprendere anche il codice di autoregolamentazione per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, rivolto agli operatori che forniscono servizi di social networking e agli altri operatori della rete (art. 3, co. 3). Tali operatori, inoltre, riceveranno un marchio di qualità qualora si conformino ai progetti elaborati dal Tavolo (art. 3, co. 3).

Secondariamente, il Piano conterrà le iniziative di informazione e di prevenzione del fenomeno del cyberbullismo, rivolte ai cittadini (art. 3, co. 4).

In terzo luogo, è previsto il coinvolgimento degli insegnanti - in ogni scuola ci sarà un professore-referente in materia di cyberbullismo (a cui, si spera, potranno rivolgersi gli studenti per segnalare tutte le storie di sopraffazione) - e degli studenti.

In particolare, il MIUR adotterà delle linee guida per la formazione, la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo nelle scuole, prevedendo che i corsi di formazione del personale scolastico, ai quali ogni autonomia scolastica assicura la partecipazione di un proprio referente, garantiscano l’acquisizione di idonee competenze teoriche e pratiche, anche per il sostegno ai minori vittime del cyberbullismo (art. 4, co. 1).

Vi sarà poi la possibilità di partecipare a bandi per il finanziamento di progetti in collaborazione con gli enti locali (il Comune, verosimilmente), organizzazioni di volontariato (ad esempio, l’Associazione Italiana Prevenzione Bullismo) e Polizia postale (art. 4, co. 2).

Gli studenti, a seconda dei casi vittime o carnefici, saranno educati all’uso consapevole della rete: nel web, purtroppo, nulla si distrugge (art. 4, co. 3).

In quarto luogo, è previsto il finanziamento delle attività di formazione in ambito scolastico e territoriale finalizzate alla sicurezza dell’utilizzo della rete e prevenzione e contrasto al cyberbullismo. Questo è il punto più debole della legge: per il solo 2016, ad esempio, è stato stanziato un finanziamento di 220.000 €. Se si considera che in Italia ci sono circa 8.200 scuole superiori, a ciascuna di esse spetta un finanziamento di quasi 27 €!

§ 2. I risultati del Tavolo si potranno apprezzare solo tra venti anni. Il cyberbullismo è anche un fenomeno culturale, per cui ci vorrà tempo prima di educare le persone.

Nel frattempo, la legge consente di difendersi tre modi.

Il primo consente a ciascun genitore (o comunque, al soggetto esercente la responsabilità genitoriale) del minore vittima di cyberbullismo di chiedere alla società che gestisce i social network (nella legge si parla di titolare del trattamento), l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso nella rete internet, previa conservazione dei dati originali. La predetta società ha ventiquattro ore di tempo per attivarsi (art. 2, co. 1).

Sul punto sono necessarie quattro precisazioni.

-  Tale richiesta è consentita anche qualora le condotte dei cyberbulli non integrino il reato di trattamento illecito di dati (sanzionato, tra l’altro, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi), di cui all’art. 167 del codice della privacy (art. 2, co. 1).

-  Astrattamente, la misura de qua non è di poco conto se si considera la pressione psicologica create dalla diffusione di immagini e video che ritraggono scene in cui si è esposti a varie forme di violenza, o di umiliazione, o di derisione, o con forti connotazioni sessuali a proprio danno.

- Concretamente, la legge mostra la sua debolezza più evidente: a fronte del diritto del genitore di rivolgersi alla società che gestisce i social network, non è previsto il corrispondente obbligo di quest’ultima di attivarsi. Conseguentemente, il rispetto del termine delle 24 ore (decorrenti dall’istanza del genitore) non è assicurato in nessun modo e le foto o i video realizzati in danno della vittima continueranno a circolare fin tanto che Facebook, Youtube (o altri) non si attiveranno di propria sponte.

- Si pone, in ogni caso, il tema della responsabilità civile delle citate società in caso di ritardo o di omissione nel dare esecuzione alla richiesta del genitore, il che non esclude il problema della diffusione di tali video.

Secondariamente, il genitore della vittima che, entro 24 ore dalla sua istanza, non ha ottenuto la rimozione delle foto o del video, o nel caso in cui non sia stato possibile identificare il cyberbullo (il cd. titolare del trattamento), può depositare un reclamo, segnalazione o ricorso al Garante per la privacy.

In tal caso, il Garante, entro quarantotto ore dal ricevimento dell’atto (si noti che è un termine ordinatorio e, quindi, non c’è alcuna garanzia che sia rispettato), avvia una istruttoria preliminare e, a seconda dei casi, può ordinare il blocco del trattamento dei dati ex art.143 e 144 del T.U. privacy (art. 2, co. 2).

Anche in tal caso si rendono necessarie due precisazioni.

- il termine delle 48 ore entro cui il Garante deve attivarsi è solo ordinatorio, per cui nel concreto non è assicurato il suo rispetto;

- dopo il deposito del reclamo le foto o i video che umiliano la vittima del cyberbullismo continueranno a circolare tra i telefonini e i social network, fino alla conclusione dell’istruttoria.

Da ultimo, la legge citata ha esteso l’applicazione della procedura di ammonimento da parte del questore (di cui all’art. 8 del d.l. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla l. 38/2009).

In particolare, fino a quando non è stata proposta querela o non è stata presentata denuncia per taluno dei reati di cui agli artt. 594 (purtroppo, il legislatore non si è accorto che tale reato è stato abrogato), 595 e 612 del codice penale o 167 del codice della privacy, commessi, mediante la rete internet, da minorenni di età superiore agli anni quattordici nei confronti di altro minorenne, la persona offesa – o meglio, il genitore – può esporre i fatti al questore (art. 6).

Quest’ultimo, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti (ad es. i compagni di classe della vittima), ove ritenga fondata l'istanza, ammonisce oralmente il cyberbullo e lo invita a tenere una condotta conforme alla legge.

Si tratta, sostanzialmente, di una tirata d’orecchie che, forse perché si svolge al di fuori dalle mura scolastiche, o della cerchia di ragazzini più o meno corresponsabili del cyberbullismo, dovrebbe essere il primo indizio per questi ultimi e i loro genitori di considerare il male fatto non più come una ragazzata.

§ 3. Conclusioni.

La legge 71/2017 ha il merito di disciplinare per la prima volta un fenomeno sociale che costringe a ricordare quei ragazzi che si sono suicidati a causa dalla pressione psicologica esercitata dalle umiliazioni (fisiche, morali, sessuali) loro inflitte dai propri coetanei.

Tuttavia, la legge si riferisce esclusivamente al cyberbullismo e per nulla al bullismo, tralasciando di considerare che il primo è solo un aspetto del secondo e che nella vita quotidiana tale distinzione non ha senso.

La legge 71/2017 ha il merito di coinvolgere le associazioni di volontariato nella formazione degli insegnanti e nella sensibilizzazione degli studenti.

Tuttavia, i fondi stanziati sono pochi spiccioli, il che impedisce la realizzazione concreta di tali attività, contravvenendo allo scopo stesso della legge.

La legge 71/2017 ha il merito di individuare nella circolazione incontrollata di video e foto che ritraggono la vittima in situazioni o pose altamente lesive della propria dignità un effetto moltiplicatore del bullismo vero e proprio. Per tale motivo essa prevede che i genitori delle giovani vittime possano rivolgersi alle società che gestiscono servizi internet (nella fattispecie le società di social networking) per rimuovere tali filmati.

Purtroppo, in questo caso la legge mostra la debolezza più evidente: a fronte della richiesta del genitore non c’è alcun obbligo della società internet di attivarsi. Tutto è lasciato alla discrezionalità di quest’ultima, esattamente come accadeva prima dell’approvazione della legge.

Deve concludersi, pertanto, che la l. 71/2017 ha solo una funzione cosmetica: copre il cyberbullismo di fondotinta, ma concretamente non è in grado di bloccare la diffusione di foto e video di pestaggi, di ragazzi trascinati per strada al guinzaglio, di sputi di gruppo, di rapporti sessuali veri o presunti favoriti dall’ubriachezza (indotta) della vittima.

Eppure è stata introdotta proprio a tale scopo.