Responsabilità civile - Risarcimento, reintegrazione -  Agostino Bighelli - 14/10/2020

Risarcimento danni da sinistro stradale - Nota a Trib. Verona, n. 1559/2020

La sentenza annotata del Tribunale di Verona (Sez. I Civ. pubbl. il 14.10.2020) si caratterizza innanzitutto per la cura e l'attenzione posta dall'estensore sia nella ricostruzione dei fatti di causa e sia nell'analisi e valutazione, all'esito delle risultanze istruttorie, delle diverse voci di danno -patrimoniali e non- chieste in ristoro dalla parte danneggiata "macrolesa" - intendendosi per tale il soggetto avente riportato un grado di invalidità permanente superiore al 9% (16% nel caso di specie).
 
Alcune annotazioni circa la pronuncia in commento che sono senz'altro di interesse e che meritano adesione:
 
- nel fare applicazione dei valori monetari portati dalla c.d. "tabelle milanesi" con riguardo al periodo di invalidità temporanea, il giudice ha ritenuto equo quantificare nel massimo (€ 147,00) il ristoro giornaliero per il periodo di invalidità totale, mentre il periodo di invalidità parziale è stato risarcito con valore medio (€ 120,00) della forbice prevista dalle tabelle (da € 98,00 ad € 147,00);
- una personalizzazione, seppur minima, è stata riconosciuta alla danneggiata in ragione del mutamento in peius delle abitudini di vita quale conseguenza dei postumi delle lesioni riportate nel sinistro: nel caso di specie è stato ritenuto che l'impossibilità di continuare l'attività costituita da camminate impegnative in collina di 2-3 ore la volta per 3-4 volte la settimana costituisca conseguenza non ordinaria, quindi peculiare, meritevole di specifico ristoro (v., tra le altre, Cass. Civ., n. 14364/2019);
- nell'affrontare la tematica del ristoro del danno alla sfera lavorativa, il Tribunale ha rimarcato che la c.d. "cenestesi lavorativa" si risolve in una compromissione biologica dell'individuo da ristorare non già sul versante patrimoniale (in quanto "non incidente, neanche sotto il profilo delle opportunità, sul reddito della persona offesa") bensì come componente non patrimoniale (nel caso di specie si è fatto ricorso al consolidato criterio dell'appesantimento del valore monetario del punto biologico - cfr. Cass. Civ., n. 5840/2004).
 
Non si ritiene di sposare, invece, l'affermazione del Tribunale per la quale l'importo liquidato attraverso l'applicazione dei valori monetari delle Tabelle di Milano alle risultanze medico-legali (invalidità permanente e temporanea) relative al pregiudizio fisico "deve ritenersi già comprensivo del cd. danno morale".
 
In questo modo, infatti, la voce "morale" del complessivo danno non patrimoniale finisce con l'essere assorbita nella componente "biologica" del pregiudizio, e ciò in violazione dell'orientamento che va sempre più consolidandosi nella giurisprudenza della Corte di Cassazione che "esclude che si possa omettere il calcolo del danno morale o non patrimoniale in quanto detta voce di danno non è ricompresa mai nel danno biologico e va liquidata autonomamente non solo in forza di quanto espressamente stabilito sul piano normativo dall'art. 5, lettera C del d.P.R. 3 marzo 2009 n. 37 ed ora 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni Private ma soprattutto in ragione della differenza ontologica esistente tra di essi, corrispondendo infatti tali danni a due momenti essenziali della sofferenza dell'individuo, il dolore interiore e la significativa alterazione della vita quotidiana" (in tal senso, da ultimo, Cass. Civ., Sez. III, Ord., 12.10.2020, n. 21970).
 
Ed infatti, in presenza di un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione di somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perché non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé, la paura, etc.), cosicché ove sia dedotta e provata (con ogni mezzo istruttoria, ivi incluso il notorio, le massime di comune esperienza e le presunzioni semplici) l’esistenza di uno di tali ultimi pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione (cfr. tra le altre Cass. Civ., Sez. III, sentenza 04.02.2020, n. 2461 ed ordinanza 27.03.2018, n. 7513).
 
Afferma poi il giudice scaligero che non vi sarebbe spazio per la componente morale del danno "non potendosi ravvisare lesione della dignità umana e del decoro nella necessità di ricorrere ad assistenza, anche personale, a seguito delle lesioni subite nel sinistro".
 
Tale argomentazione non la si ritiene condivisibile in quanto la situazione della persona danneggiata che -in quanto incapace di badare a sé stessa dal punto di vista fisico durante tutto il lungo periodo di malattia- debba ricorrere all’aiutodi terzi, siano pur essi familiari, per tutte le necessità quotidiane (in quel “tutte” ricadendo anche l’aspetto della cura igienica intima quali fare la doccia, il bidet, occuparsi della pulizia del proprio corpo dopo l’espletamento dei bisogni fisiologici e via discorrendo) costituisce all'evidenza (con i risvolti processuali del notorio ex art. 115 c.p.c.) fonte quantomeno di imbarazzo, vergogna e disistima quindi di lesione della dignità e del decoro personali da risarcire specificamente (cfr. Cass. Civ., Sez. III, Ord., 26.05.2020, n. 9865).