Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 04/11/2017

Risarcimento e cause di giustificazione: le diverse tipologie dell’errore e i differenti modi d’incidenza

Il codice penale “parifica”, la situazione di chi agisce effettivamente in presenza di una causa di giustificazione alla situazione di chi confida erroneamente nella sua esistenza (cd. scriminante putativa: l'erronea supposizione circa l'esistenza di una causa di giustificazione non ha, invece, alcun effetto scriminante, se l'errore attenga all'esistenza od all'efficacia obbligatoria di una norma giuridica): l’ultimo comma dell’art. 59 c.p. stabilisce infatti che “se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui”; così, per fare un primo esempio, la c.d. legittima difesa putativa richiede i medesimi presupposti della reale, con la sola diversità che nella prima la situazione di pericolo non esiste obiettivamente, ma è erroneamente supposta dall'agente a causa dell'inesatta valutazione delle contingenti circostanze del fatto: si vedano, in dettaglio, i capitoli primo e secondo del trattato: "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017.

Interessante risulta verificare a quale tipo di errore si riferisca l’art. 59, 4° comma, c.p. e, in tal senso, sono astrattamente ipotizzabili tre tipi di errore: (1) l’agente può figurarsi una causa di giustificazione non contemplata dall’ordinamento; (2) l’agente può immaginare erroneamente una causa di giustificazione con limiti più ampi di quelli entro cui è prevista dalla legge; (3) l’agente può supporre erroneamente l’esistenza nella realtà degli estremi di una causa di giustificazione riconosciuta dall’ordinamento.

Quanto ai primi due tipi di errore, essi insistono sulla legge, risultando così irrilevanti (salvo l’approccio ispirato dalla Corte Cost. n. 364/1988 all’interpretazione dell’art. 5 c.p.): una loro ipotetica rilevanza, infatti, finirebbe col considerare inoperante, sul terreno delle cause di giustificazione, il principio generale “ignorantia legis non excusat”.

Così, esemplificando, l'apposizione di firma falsa, in sede di formazione di "specimen" bancario relativo all'apertura di un rapporto di conto corrente, rientra tra i delitti contro la fede pubblica e, pertanto, l'eventuale consenso dell'avente diritto, ai sensi dell'art. 50 c.p., non vale a rendere lecito il comportamento dell'imputato: è da escludere, pertanto, che possa ricorrere un caso di scriminante putativa ai sensi dell'art. 59, ultimo comma, c.p., atteso che la sua erronea supposizione si fonderebbe su di un "error juris" e, come tale, priva di rilievo; la situazione di necessità prevista dall'art. 384 c.p. non è costituita da un evento di pericolo, come per la difesa legittima e la scriminante generale dello stato di necessità, ma da un evento di danno, per cui ad integrare l'esimente speciale prevista per i reati contro l'amministrazione della giustizia occorre un effettivo nocumento nella libertà e nell'onore, evitabile solo con la commissione di uno dei reati contro l'amministrazione della giustizia, in relazione ai quali opera la esimente predetta: ecco perché l'erronea convinzione che anche una semplice situazione di pericolo, specie se eventuale, sia scriminante, si risolve in un errore sui limiti di applicabilità della fattispecie scriminante, e quindi in un errore di diritto, non rientrante nella fattispecie prevista ex art. 59 c.p.; nel caso di occupazione di azienda, l'erroneo convincimento degli occupanti di esercitare un diritto non vale a scriminarli sotto il profilo putativo, trattandosi di errore non sul fatto, bensì sull'efficacia giuridica obbligatoria di una norma penale, come tale costituente ignoranza della legge penale che non scusa; così, infine, anche l'autore di un blocco stradale - anche se effettuato per ragioni di sciopero - non può invocare l'errore, come scriminante del suo illecito comportamento, vertendo l'errore sulla esatta conoscenza degli obblighi derivanti dall'ordinamento.

Particolarmente attuale, in tema di cause di giustificazione, la situazione dello straniero imputato di un delitto contro la persona o contro la famiglia (nella specie: maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale, violazione degli obblighi di assistenza familiare) non può invocare, neppure in forma putativa, la scriminante dell'esercizio di un diritto correlata a facoltà asseritamente riconosciute dall'ordinamento dello Stato di provenienza, qualora tale diritto debba ritenersi oggettivamente incompatibile con le regole dell'ordinamento italiano, in cui l'agente ha scelto di vivere, attesa l'esigenza di valorizzare - in linea con l'art. 3 Cost. - la centralità della persona umana, quale principio in grado di armonizzare le culture individuali rispondenti a culture diverse, e di consentire quindi l'instaurazione di una società civile multietnica.

Rileva, invece, solo l’ultimo tipo di errore sopra descritto, configurantesi quando l’agente suppone erroneamente l’esistenza nella realtà degli estremi di una causa di giustificazione riconosciuta dall’ordinamento; così come deciso, ad esempio, nella seguente pronuncia, ove viene è ribadito come la legittima difesa putativa postuli gli stessi requisiti di quella reale, con la sola diversità che nella prima, la situazione di pericolo non esiste obiettivamente, essendo erroneamente supposta dall'agente.

Alla luce dei concetti sopra espressi, è chiaro che non escluderà il dolo l’erroneo convincimento dell’agente che esista una causa di giustificazione in realtà non prevista dall’ordinamento (si tratterebbe di errore sul divieto, che lascia sussistere il dolo e ricade nell’ambito di applicazione dell’art. 5 c.p.): così, per fare un esempio, dalla natura pubblicistica della convenzione che lega le farmacie alle U.S.L, della obbligatorietà di essa per tutti i farmacisti, dalle caratteristiche che il servizio farmaceutico ha assunto, discende che la convenzione suddetta ha la natura di concessione traslativa di pubblico servizio, attualmente regolato dagli art. 28 e 48 della l. 23 dicembre 1978 n. 833 e dall'accordo nazionale stipulato ai sensi dell'art. 48 cit. e reso esecutivo con d.P.R. 15 settembre 1979: questo accordo consente agli assistiti il prelievo dei medicinali presso qualsiasi farmacia aperta al pubblico, senza pagamento diretto (cioè gratuitamente) o con il versamento della sola quota di partecipazione (cosiddetto ticket); in virtù di tale disciplina incorre nel reato di interruzione di servizio pubblico il farmacista che pretenda da tutti gli assistiti indiscriminatamente il pagamento per intero dei farmaci, quando la pretesa attuata come protesta, perduri per un congruo periodo di tempo turbando la regolarità e la continuità del servizio stesso: in tal caso, esclusa l'applicabilità del diritto di sciopero ai farmacisti per la prevalenza della caratteristica di attività imprenditoriale organizzata alla commercializzazione di prodotti farmaceutici su quella di organo indiretto della pubblica amministrazione, la protesta può trovare giustificazione nel diritto dei medesimi al pagamento di quanto loro dovuto nei tempi stabiliti o quantomeno congrui; il mancato adempimento delle U.S.L costituirà causa di giustificazione soltanto quando sia gravissimo, si risolve cioè un pregiudizio grave per l'attività e la posizione economica del farmacista stesso e purché quest'ultimo abbia preventivamente espletato tutti i mezzi e gli strumenti di diritto comune atti allo scopo.

Non escluderà il dolo neppure l’errore sui limiti delle facoltà o dei doveri discendenti dalla norma scriminante; per esempio, non escluderà il dolo l’erroneo convincimento che l’uccisione del ladro in fuga sia “proporzionata” e quindi lecita ex art. 52 c.p.: anche in questo caso si tratta di errore sul divieto; nella pronuncia infra indicata, ad esempio, è appunto precisato come, in tema di uso legittimo delle armi, nel caso di resistenza posta in essere con la fuga, manchi il rapporto di proporzione tra l'uso dell'arma ed il carattere non violento della resistenza opposta al pubblico ufficiale: in tale ipotesi il pubblico ufficiale che abbia fatto uso dell'arma non può invocare l'esimente "de qua" sotto il profilo della putatività, assumendo di aver ritenuto di agire in presenza di una causa di giustificazione, essendo incontrovertibile che l'errore sull'esistenza delle circostanze di esclusione della pena spiega efficacia discriminante quando investe i presupposti di fatto che integrano la causa di giustificazione o una norma extrapenale integratrice di un elemento normativo della fattispecie giustificante e non quando si risolve in un errore di diritto, sfociante nell'erronea ed inescusabile convinzione che la situazione (nella specie: un uomo in fuga) nella quale l'agente si trova ad operare rientri tra quelle cui l'ordinamento giuridico attribuisce efficacia scriminante, giacché diversamente si finirebbe con il considerare inoperante, sul terreno delle cause di giustificazione, il principio generale, posto dall'art. 5 c.p. secondo cui l'ignoranza (inescusabile) della legge non scusa (Cass. Pen., sez. IV, 5 giugno 1991, Rizzo, CP, 1993, 576; GP, 1992, II, 299, in fattispecie in cui un carabiniere, allo scopo di arrestare la fuga di un ciclomotorista che non aveva ottemperato all'invito di fermarsi, aveva esploso vari colpi d'arma da fuoco in direzione delle gomme del veicolo ed uno di tali colpi, rimbalzando, aveva attinto il conducente cagionandone la morte; ancora, in argomento, è stato deciso che “l'esimente putativa dell'uso legittimo delle armi può ravvisarsi quando l'agente abbia ritenuto per errore di trovarsi in una situazione di fatto tale che ove fosse stata realmente esistente egli sarebbe stato nella necessità di fare uso delle armi. Tale esimente non può ravvisarsi, invece, quando l'errore sia caduto sulla efficacia della norma perché in tal caso l'errore si risolve nella ignoranza della legge penale che non scusa. (Nella specie un poliziotto aveva sparato colpi d'arma da fuoco su una persona in fuga ritenendo che la norma lo autorizzasse a fare uso dell'arma anche in una tale situazione di fatto)” (Cass. Pen., sez. I, 30 settembre 1982, Curreri, CP, 1984, 571).