Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valeria Cianciolo - 28/09/2018

Se l’ex coniuge ha beneficiato dell’assegno una tantum, niente pensione di reversibilità. Nota a Cass. civile, sez. un., sent. 24 settembre 2018, n. 22434

L’abbondanza di sentenze pronunciate dalla Cassazione in tema di attribuzione del trattamento pensionistico di reversibilità al divorziato, disciplinato dall’art. 9, comma 3°, l. div., esprime l’esistenza, sebbene siano passati oltre trent’anni dalla riforma del divorzio, di un quadro esegetico complesso ed incerto.

A dirimere i dubbi, è intervenuta pochi giorni fa la sentenza della Cassazione che qui brevemente si annota.

Il caso. La Corte d'appello di Messina, confermando la pronuncia di primo grado, rigettava la domanda avanzata da Tizia, dopo il decesso di Caio, suo ex coniuge divorziato, ed avente ad oggetto il diritto di ottenere una quota della pensione di reversibilità spettante alla vedova Prima, seconda moglie del de cuius.

A sostegno della decisione, la Corte d'Appello precisava che Tizia aveva ottenuto di percepire l'assegno divorzile in un'unica soluzione avendo così perso il requisito della titolarità attuale del diritto all'assegno previsto dalla legge (L. n. 898 del 1970, art. 5, commi 8 e 9 e art. 9, commi 2 e 3).

La Corte ha evidenziato che vi sono due orientamenti contrapposti: uno che sottolinea il profilo previdenziale del diritto in questione, tanto che soggetto destinatario della domanda è l'ente erogatore. In questo quadro la precedente corresponsione dell'assegno una tantum non esclude il diritto a richiedere la pensione di reversibilità, in quanto tale avvenuta corresponsione evidenzia la titolarità del diritto e, di conseguenza, la sussistenza del requisito di legge per il riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità.

L'orientamento contrario, invece, individua la condicio legis nella titolarità attuale del diritto all'assegno da ritenersi insussistente in quanto consumatasi con la corresponsione dell'una tantum. Secondo questo orientamento deve essere in atto un'erogazione economica periodica in favore del richiedente da sostituire con la quota di pensione di reversibilità.

La Corte d'Appello, nel condividere quest'ultimo orientamento, ha osservato che la previsione, contenuta nella L. n. 898 del 1970, art. 9- bis di un assegno a carico dell'eredità, non indebolisce la soluzione adottata, dal momento che la titolarità attuale del diritto, comprovata dalla corresponsione periodica del contributo, costituisce una delle condizioni anche dell'assegno a carico dell'eredità. L'art. 5, co. 8, stabilisce, infatti, espressamente che la corresponsione in unica soluzione esclude che possa essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico. L'interpretazione preferita non si pone in contrasto con l'art. 3 Cost. nè con gli artt. 27 e 38 attesa la sostanziale differenza che corre tra corresponsione periodica e corresponsione una tantum la quale garantisce anche per il futuro i mezzi adeguati al sostentamento del coniuge così realizzando una condizione del tutto diversa da quella della corresponsione periodica. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione Tizia.

La prima sezione della Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria n. 11453/2017 del 19 gennaio - 10 maggio 2017, ha disposto la trasmissione degli atti al Primo Presidente per l'eventuale rimessione alle Sezioni Unite; ha, infatti, rilevato l'esistenza di un contrasto negli orientamenti della giurisprudenza di legittimità circa la natura giuridica del diritto alla pensione di reversibilità e la interpretazione della norma (art. 9, comma 3, L. n. 898/1970) che pone come presupposto per il diritto alla pensione di reversibilità la titolarità dell'assegno di cui all’art. 5.

Gli Ermellini con la sentenza in commento, nel rigettare il ricorso presentato dall’ex moglie,  enunciano il principio di diritto: “il contrasto giurisprudenziale che ha determinato il rinvio della controversia a queste Sezioni Unite deve risolversi con l'affermazione del principio di diritto per cui, ai fini del riconoscimento della pensione di riversibilità, in favore del coniuge nei cui confronti è stato dichiarato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ai sensi della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9 nel testo modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 13 la titolarità dell'assegno, di cui all'art. 5 della stessa L. 1 dicembre 1970, n. 898, deve intendersi come titolarità attuale e concretamente fruibile dell'assegno divorzile, al momento della morte dell'ex coniuge, e non già come titolarità astratta del diritto all'assegno divorzile che è stato in precedenza soddisfatto con la corresponsione in un'unica soluzione.”

Una continuità giurisprudenziale, questa, che rende pienamente compatibile con le disposizioni degli artt. 3, 37 e 38 Cost. l'interpretazione che considera la titolarità dell'assegno come titolarità attuale, mediante la concreta corresponsione di una contribuzione periodica sino al momento della morte dell'ex coniuge obbligato.

L’impianto normativo. In tema di trattamento economico a favore del coniuge divorziato, ai fini del riconoscimento della pensione di  reversibilità, in caso di morte dell'ex coniuge, occorre distinguere tra l'ipotesi di attribuzione di un assegno divorzile, che costituisce il presupposto necessario per il riconoscimento della pensione di reversibilità, e quella, alternativa, costituita dalla mera erogazione di una somma, anche rateizzata, ovvero dal trasferimento di un altro bene o diritto, il cui conferimento preclude il riconoscimento, per il futuro, di una nuova domanda a contenuto economico, dovendosi ritenere che la suddetta corresponsione una tantum sia idonea a definire stabilmente i rapporti economici tra le parti e tale da determinare un miglioramento della situazione del beneficiario, incompatibile con ulteriori prestazioni aggiuntive, ivi compresi i trattamenti pensionistici.

Tale assunto lo si desume chiaramente dall’art. 9 co. 2 della Legge 898/’70, nel testo modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 13, che prevede, come noto, quanto segue: "In caso di morte dell'ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno a sensi dell'art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza".

Dunque, la norma subordina a due fondamentali condizioni il sorgere del diritto dell'ex coniuge alla pensione di reversibilità: il mancato passaggio a nuove nozze e la titolarità dell'assegno di divorzio. Ulteriore condizione è che il rapporto (contributivo o di impiego) da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza di divorzio.

In tema di diritto alla pensione di reversibilità fra ex coniugi, vi sono orientamenti contrastanti per cui:

  • una parte della giurisprudenza ritiene che il diritto del coniuge divorziato al trattamento di reversibilità sussiste solo nei casi in cui, in sede di pianificazione dei rapporti economici al momento del divorzio, le parti non abbiano concordato la corresponsione di una somma una tantum, ma quella di un assegno periodico del quale il detto coniuge benefici al momento del decesso dell'obbligato;
  • altra parte ritiene, invece, che la corresponsione, in un'unica soluzione, al coniuge "più debole" di somme di denaro (o di altre utilità patrimoniali), soddisfa il requisito della previa titolarità dell'assegno di divorzio che consente al coniuge medesimo di accedere alla pensione di reversibilità o (in concorso con il coniuge superstite) a una sua quota.

La Corte di Cassazione nel 2012[1] optò per la prima interpretazione, risolvendo la questione relativa al diritto alla pensione di reversibilità fra coniugi divorziati, con l'affermazione del seguente principio di diritto: "in tema di divorzio, qualora le parti, in sede di regolamentazione dei loro rapporti economici, abbiano convenuto di definirli in un' unica soluzione, come consentito della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 8, attribuendo al coniuge che abbia diritto alla corresponsione dell'assegno periodico previsto nello stesso art. 5, comma 6, una determinata somma di denaro o altre utilità, il cui valore il Tribunale, nella sentenza che pronuncia lo scioglimento del matrimonio, abbia ritenuto equo ai fini della concordata regolazione patrimoniale, tale attribuzione, indipendentemente dal nomen iuris che gli ex coniugi le abbiano dato nelle loro pattuizioni, deve ritenersi adempitiva di ogni obbligo di sostentamento nei confronti del beneficiario, dovendosi, quindi, escludere che costui possa avanzare, successivamente, ulteriori pretese di contenuto economico e, in particolare, che possa essere considerato, all'atto del decesso dell'ex coniuge, titolare dell'assegno di divorzio, avente, come tale, diritto di accedere alla pensione di reversibilità o (in concorso con il coniuge superstite) a una sua quota".

Quanto spetta? Alcuni chiarimenti. Se il deceduto ha lasciato dei figli (minori, studenti o inabili di qualsiasi età) le quote della pensione di riversibilità vengono assegnate con le normali regole. Al coniuge (o ai coniugi a seconda dei casi ) andrà il 60% e ai figli la parte restante, pari al 20% per un figlio e al 40% per due o più figli. Se, tanto per fare un esempio, il defunto (con una pensione di 1000 euro al mese ) lascia l'ex coniuge e un figlio minore, la pensione viene pagata all'80%, per cui 600 euro vanno al coniuge e 200 al figlio. Mentre se i coniugi sono due (divorziato e partner del secondo matrimonio), la somma è la stessa 60% ai coniugi (ripartito secondo il criterio deciso dal Tribunale ) e 20% al figlio. Se i figli sono due, a prescindere dalla presenza di uno o più coniugi, spetta comunque il 100%, della pensione, vale a dire un assegno di 1000 euro al mese.

Sull'argomento vanno fatte ancora due precisazioni. Se il coniuge superstite è uno solo e dopo aver ricevuto la pensione si risposa non ha più diritto all'assegno, ma in compenso riceve dall'Inps una sorta di liquidazione pari a due annualità di pensione. Se uno dei due coniugi si risposa o muore, quello che resta ha diritto anche all'altra quota della pensione di reversibilità.

[1] Corte di Cassazione, Sent. 3 luglio 2012 n. 11088