Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Alceste Santuari - 13/10/2020

Semplificazione non fa rima con riduzione (degli enti non profit)

La riforma del terzo settore ha indubbiamente contribuito ad imprimere un passo di tipo evolutivo alle organizzazioni non profit. Ancorché sarà necessario attendere qualche anno prima di poter apprezzare l’impianto riformatore nella sua completezza, in alcune aree del Paese si sono cominciati a sviluppare percorsi, progetti, interventi e azioni che coinvolgono più soggetti non lucrativi. Questi ultimi – spesso attraverso un ente capofila – partecipano ad azioni di co-progettazione ovvero partecipano a bandi regionali ed europei.

L’idea di fondo è che l’aggregazione tra diverse organizzazioni, che condividono le medesime finalità solidaristiche, civiche, di mutuo aiuto e di utilità sociale, possa rappresentare una risposta efficace (e spesso anche efficiente) alle diverse istanze sociali che un determinato territorio esprime.

Si pensi a quanto è stato avviato nel periodo del lockdown dovuto alla pandemia in corso: diverse associazioni hanno costituito reti attraverso cui organizzare gli interventi (si pensi, per tutti, alla consegna dei pasti), anche in collaborazione con gli enti pubblici responsabili dei servizi.

In questa prospettiva, il Codice del Terzo Settore ha inteso apprezzare e favorire la costituzione delle reti associative, quali formule capaci di svolgere alcune importanti funzioni, sia nei confronti dei propri aderenti sia nei confronti del sistema complessivo di welfare. Le reti non esercitano soltanto una funzione di controllo nei confronti delle organizzazioni aderenti, ma anche una importante funzione di “accreditamento” degli aderenti nei confronti delle pubbliche amministrazioni, che possono individuare la rete quale ente di rappresentanza con il quale sottoscrivere, inter alia, convenzioni e protocolli di intesa per lo svolgimento di attività di interesse generale.

Purtroppo, può capitare che gli enti pubblici territoriali confondano questa valorizzazione che il legislatore nazionale ha inteso inserire nella riforma del terzo settore. Si tratta di una declinazione della semplificazione volta a ridurre gli enti che operano in un dato territorio affinché la P.A. abbia meno interlocutori non lucrativi e renda più facile il dialogo con gli stessi.

A tacere della (ormai decennale) avvertita esigenza di semplificare procedure, adempimenti et similia, la tendenza testé descritta rischia di generare due effetti negativi. Il primo riguarda l’esistenza stessa delle organizzazioni non profit: esse – in forza del combinato disposto del principio di libertà di formazioni sociali ex art. 2 e principio di sussidiarietà ex art. 118 u.c. Cost. – sono chiamate ad esprimere tutta la loro capacità progettuale e di azione. Il secondo è quello di “dirigere” fusioni, aggregazioni, incorporazioni che non sempre sono in grado di produrre gli effetti sperati (si pensi, per tutti, al comparto dei servizi pubblici locali).

Sebbene si possa condividere la necessità che in taluni ambiti di intervento si possano raggiungere livelli adeguati di coordinamento, soprattutto considerando la scarsità di risorse finanziarie a disposizione, l’esito di tale aspettativa non può tradursi in una unilaterale e arbitraria decisione della P.A.

La riforma del terzo settore, sia attraverso la costituzione delle reti associative sopra richiamate, sia attraverso le procedure di co-programmazione, co-progettazione e accreditamento (libero), ha inteso disciplinare processi partecipativi in cui il coordinamento tra diversi enti non profit sia il frutto di una condivisione bottom up. Alcuni interessanti casi di co-progettazione, in specie nell’area delle attività e dei servizi a favore delle persone con disabilità, registrano l’approccio di pubbliche amministrazioni che incentivano le associazioni a coordinarsi, a lavorare insieme, ad individuare un soggetto capofila proprio per semplificare i rapporti con la P.A. Ciò richiede un lavoro sul fronte della capacità delle pubbliche amministrazioni di condurre, coordinare, favorire, sostenere percorsi di confronto tra enti non lucrativi che risultano coinvolti (meglio, coinvolgibili) nella risposta ad un determinato bisogno.

La P.A. può incentivare le aggregazioni tra enti non profit – che peraltro in alcuni territori sembrano essere oggi più numerose che in passato – al fine di efficientare il sistema di risposta ai bisogni, ma non può imporre alcun obbligo. Al riguardo, giova rammentare che gli enti non profit sono organizzazioni di diritto privato, le cui regole sono nella disponibilità degli associati, nel caso delle associazioni e del/dei fondatore/i, nel caso delle fondazioni. Le loro decisioni, organizzazioni, finalità e modalità di intervento non possono pertanto essere oggetto di eterodestinazione.

Auspicare una più efficiente, efficace e coordinata azione degli enti non profit, soprattutto quando trattasi di servizi soggetti ad accreditamento socio-sanitario, significa agire nella direzione di favorire percorsi di confronto e dialogo tra gli enti non profit e tra questi e le P.A.

Altre modalità devono essere respinte in quanto lesive dell’autonomia, della storia, della organizzazione, nonché dell’identità dei singoli enti non profit. A questi ultimi, il compito di dimostrare di avere la volontà di cooperare tra gli stessi e, conseguentemente, di ipotizzare anche forme agili, flessibili e reversibili (si pensi al contratto di rete o forme similari) attraverso cui realizzare attività e interventi in forma associata.