Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 01/01/2019

Signora, pensi di andare a casa e di preparare un buon pranzo per suo marito - Elena Cerkvenic

Uno dei primi psichiatri da cui sono stata seguita mi ha detto una frase che mi ha fatto scendere ancora più giù nel baratro della mia sofferenza psichica. Mi trovavo agli inizi degli anni ’90, dopo un primo ricovero in Clinica Psichiatrica di Trieste, in una situazione psichica di vuoto esistenziale totale. Era esploso da poco a Monaco di Baviera il mio primo terribile scompenso psicotico. Arrivata a Trieste, sono stata ricoverata a San Giovanni nella Clinica Psichiatrica per una ventina di giorni, se ricordo bene. Dopo il ricovero, sono tornata a casa, la ripresa è stata molto dolorosa, lunga e impegnativa. Mi recai al regolare colloquio terapeutico dallo psichiatra e le sue ultime parole con cui si rivolse a me, pensando, credo, di darmi un buon consiglio, erano le seguenti: Signora, pensi di andare a casa e di preparare un buon pranzo per suo marito. Era la cosa più terribile che lo psichiatra avesse potuto dirmi. Io stavo malissimo, non avevo né la volontà né la voglia né la forza né il piacere di fare assolutamente nulla né per me, né per nessun altro. Non avevo ancora il figlio, se avessi avuto il figlio, sarebbe stato, credo, diverso. Stavo malissimo. Avevo la consapevolezza che dopo l’episodio psicotico il mio mondo esistenziale era andato tutto in frantumi, in frantumi, irrecuperabilmente. Lo psichiatra, magari anche convinto di fare per me del bene, mi dava l’ordine di pensare a ciò che egli stesso riteneva fosse per me importante. Ma io venivo considerata? I miei bisogni venivano ascoltati? Sapeva lo psichiatra se avessi avuto bisogno di qualcosa? Esplorava lo psichiatra le mie necessità? I miei desideri, sempre se li avevo, venivano esplorati, venivano incoraggiati? Forse desideri non ne avevo, ma aveva capito questo lo psichiatra che mi dava l’ordine di pensare a fare un buon pranzo a mio marito? Che bisogni avrei potuto avere nelle condizioni in cui mi trovavo? Si è mai posto lo psichiatra questa domanda? Che importanza poteva avere per me sentirmi dire di pensare a fare un buon pranzo a mio marito, quando dentro di me regnavano il buio totale e il vuoto esistenziale? Quando non avevo né la forza, né la volontà di fare niente né per me stessa, né per nessuno al mondo? Quando mi risultava essere impegnativo e difficile anche solo il dover semplicemente scegliere se indossare un paio o l’altro paio di scarpe e avevo bisogno di tantissimo tempo per prendere una decisione relativamente a questa azione così semplice e banale? Quando vivere la normalità della quotidianità con i suoi gesti, le sue azioni, le attività era un’impresa per me impossibile? Quando tutto anche il più piccolo il più banale gesto della vita quotidiana significava per me fatica, fatica, solo ed esclusivamente grandissima fatica? Anche semplicemente fare la scelta di quale paio di scarpe calzare e poi decidere di calzarle rappresentava per me una terribile fatica; in queste condizioni, avrei dovuto a parere dello psichiatra pensare a cucinare un buon pranzo a mio marito. E per me? Chi avrebbe pensato a me e per me?