Lavoro - Generalità, varie -  Elena Feresin - 16/03/2020

Smartworking e pubblica amministrazione

Da facoltà a obbligo.
Sì, lo smart working diventa regola(1).
Ma cosa significa ciò?
Significa che molto dovrà essere ripensato, riprogettato, riadattato a questo cambiamento epocale (potremmo etichettarlo shock society, mutuando il termine da quello economico di shock economy).
Il catalizzatore sintetico “emergenza sanitaria” ci ha traghettato in poche settimane, nessuno escluso, dalla fase sperimentale dello smart working (modalità lavorativa già presente nel nostro ordinamento fin dalla legge 124/2015 art. 14, commi 1° e 2°; legge 81/2017 artt. 18-24; Direttiva n. 3 del 2017(2)) a quella dell’attuale (3) con deroga, seppur temporanea (emergenza COVID-19), alla normativa che lo disciplinava fin ad ora(4).
Ciò che era in potenza ora è in atto e parrebbe che lo sarà anche post periodo emergenziale.
Esemplifichiamo le questioni: il T.U. 81/2008 e s.m.i. che impone al datore di lavoro l’adozione di misure a tutela della sicurezza e salute del lavoratore che fine farà? Gli obblighi rimarranno a carico del datore di lavoro anche se il lavoratore sarà delocalizzato a casa propria? O saranno a carico del lavoratore che se vorrà tutelare se stesso dovrà accollarsi la relativa spesa? Oppure nessuno obbligo per le due parti del rapporto lavorativo nei termini di cui sopra (sicurezza e salute)?
Ci si riferisce alle attrezzature ergonomiche (sedie, scrivania, tende antiriflesso, salva schermo del PC ecc.) rimarranno a carico del datore di lavoro in ogni caso?
Ancora gli infortuni in itinere si ridurranno drasticamente, perché l’unico infortunio possibile sarà quello verificabile lungo il tragitto tra la camera da letto e la scrivania dell’home worker.
Inoltre, in una famiglia con tre smart workers tutti dipendenti pubblici in quali spazi lavoreranno? Uno in camera da letto, uno in soggiorno e uno in cucina? Con che riservatezza e concentrazione?
Certo tutto ciò comporterà un notevole risparmio per la PA.
Basti pensare che gli affitti per la locazione delle sedi delle PA verranno depennati dalla voce “spese” senza più gravare sulle casse dell’erario.
Gli edifici di proprietà della PA potranno essere alienati ad acquirenti solidi (banche, assicurazioni o gruppi societari) in grado di sostenere economicamente la compravendita che rappresenterà flusso in “entrata” da convertire (si spera) in nuove tecnologie così essenziali in questo momento e alla luce di queste normative che avanzano.
Che dire poi dei costi per le utenze degli uffici pubblici? (luce, acqua, gas, carta igienica, salviette per mani, sapone, ecc.) e quelli per i servizi di manutenzione (caldaie, condizionatori, timbratori presenze ecc.)? Tutti costi di cui la PA si libererà.
Così pure dicasi per i buoni pasto.
Le imprese di pulizie perderanno la clientela pubblica almeno quella che delocalizzerà i dipendenti pubblici vuotando gli edifici.
Dalla normativa in questione parrebbe che i dipendenti pubblici potranno utilizzare i propri PC per svolgere lo smart working.
A questo punto chi si assumerà la sicurezza dei dati(5)?
I PC privati potrebbero essere carichi di virus, utilizzati da più componenti della medesima famiglia, contenenti documenti personali, per cui chi garantirà la privacy della pubblica amministrazione e del lavoratore, nonché privato cittadino in questa commistione di dati e informazioni?
E’ certo che tutti gli enti pubblici potranno utilizzare lo smart working?
E’ sufficiente pensare a un piccolo Comune in montagna ove la connessione non arriva agevolmente che la risposta diventa intuitiva.
Se da un lato vi è un forte risparmio di spesa dall’altro si richiede un forte investimento ma tutto ciò come si concilia con la clausola d’invarianza finanziaria (si cambino le cose lor signori ma a costo 0) inserita di default nei testi normativi degli ultimi anni?
Ma quali vantaggi per il lavoratore? Il fine nobile dello smart working lo leggiamo nella legge 124 richiamata che lo individua nell’intento di “conciliare  i tempi di vita e di lavoro dei dipendenti”.
Ai posteri l’arduo responso.

 1. Circolare ministero per la pubblica amministrazione n. 1/2020 del 04 marzo 2020 la quale recita: “per effetto delle modifiche apportate al richiamato articolo 14 della legge n.124 del 2015 dal recente decreto-legge 2 marzo 2020 n. 9, recante “Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, è superato il regime sperimentale dell’obbligo per le amministrazioni di adottare misure organizzative per il ricorso a nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa con la conseguenza che la misura opera a regime”.

2.  La Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3 del 2017 riprendendo i contenuti dell’art. 14, della legge 124/2015 prevede che “le misure da adottare devono permettere, entro tre anni, ad almeno il 10 per cento dei dipendenti, ove lo richiedano, di avvalersi delle nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa, garantendo che i dipendenti che se ne avvalgono non subiscano penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera”. Ne consegue una considerazione in ordine alle caratteristiche del lavoro agile lì previsto: 1) la sua gradualità nell’introdurlo (si fa riferimento a tre anni e al 10% dei lavoratori); 2) l’iniziativa del lavoratore che ne condizionava la sua applicabilità.

3.  Decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6 art. 1, comma 2 lettera o).

4.  DPCM 1 marzo 2020, art. 4, 1° comma lettera a) che prevede come “la modalita' di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81, puo' essere applicata, per la durata dello  stato  di  emergenza  di  cui  alla  deliberazione  del Consiglio dei ministri 31 gennaio 2020, dai datori di lavoro  a  ogni
rapporto di lavoro subordinato, nel  rispetto  dei  principi  dettati dalle  menzionate  disposizioni,  anche  in  assenza  degli   accordi individuali ivi previsti. Gli obblighi di informativa di cui all'art. 22 della legge 22 maggio 2017, n. 81, sono assolti in via  telematica anche  ricorrendo  alla  documentazione  resa  disponibile  sul  sito dell'Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro”; contenuti confermati dal successivo DPCM del 4 marzo 2020 all’art. 1 1° comma lettera n) e dal DPCM del 08 marzo 2020 art. 2, 1 ° comma lettera n); infine nell’art. 1, 1° comma punto 6) del DPCM 11 marzo 2020 la formula sul lavoro agile muta e s’inizia a parlare di ordinarietà nel senso che “(…) le pubbliche amministrazioni assicurano lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile (…)”.

5.  Circolare ministero per la pubblica amministrazione n. 1/2020 del 04 marzo 2020 punto 3 che prevede che “Tra le misure e gli strumenti, anche informatici, a cui le pubbliche amministrazioni, nell’esercizio dei poteri datoriali e della propria autonomia organizzativa, possono ricorrere per incentivare l’utilizzo di modalità flessibili di svolgimento a distanza della prestazione lavorativa, si evidenzia l’importanza: (…) del ricorso alle modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa anche nei casi in cui il dipendente si renda disponibile ad utilizzare propri dispositivi, a fronte dell’indisponibilità o insufficienza di dotazione informatica da parte dell’amministrazione”.