Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 04/05/2018

Società in house: sì al controllo analogo plurifrazionato – Cons. St. 2599/18

Il Consiglio di Stato, sez. V, con sentenza 30 aprile 2018, n. 2599, ha accolto l’appello di una società in house pluripartecipata, alla quale il Tar Abruzzo, sez. staccata di Pescara, Sez. I, con sentenza n. 346/2016, aveva disconosciuto la possibilità di rendere effettivo il controllo analogo, considerata la pletora di enti comunali partecipanti e le loro quote di partecipazione.

La società ricorrente ha evidenziato, tra l’altro, che il requisito del controllo analogo proprio dell’in house providing “non può essere apprezzato secondo una stretta logica dominicale, incentrata sull’entità della partecipazione al capitale sociale della società in house e che, con riguardo specifico alla fattispecie in cui la società sia partecipata da più enti pubblici (c.d. in house plurifrazionato o pluripartecipato), il controllo analogo sussiste se esercitato congiuntamente dalle amministrazioni pubbliche partecipanti.”

In quest’ottica, la società ricorrente ha segnalato che lo statuto della società in house prevede un “comitato assembleare per il controllo analogo”. A quest’ultimo organismo interno, di rappresentanza dei soci pubblici, è attribuito “un effettivo condizionamento sull’amministrazione della società attraverso poteri di valutazione preventiva di tutte le proposte di delibera di quest’ultimo e di deliberazione sugli indirizzi strategici e sui principali atti di gestione della società, tra cui lo schema dei contratti per la gestione del servizio di igiene urbana.”

Da tale capacità di controllo discende che, a differenza di quanto sostenuto dai giudici amministrativi abruzzesi, non rileva il fatto che la compagine sociale sia composta sia da comuni che hanno affidato il servizio di igiene urbana sia da quelli che nella società detengono soltanto una quota di partecipazione senza affidamento del servizio. In altri termini, la non omogeneità degli interessi pubblici rappresentati in seno alla società non impedisce l’effettivo esercizio del controllo analogo, che deve intendersi “in senso funzionale” e perciò “valutato in relazione «ai servizi erogati» dalla società partecipata.”

I giudici di Palazzo Spada convengono sul fatto che non è esigibile che ciascuno degli enti pubblici soci “eserciti individualmente un controllo «totale e assoluto» sull’ente in house, ma è sufficiente che vi possa concorre su base paritaria con le altre amministrazioni partecipanti.”

Interessante, inoltre, segnalare che il Consiglio di Stato ha valorizzato la valutazione fatta dal comune in ordine alla scelta del modello gestorio (in house): la relazione prodromica all’affidamento in house (contestato) ha esplicitato sia le caratteristiche tecniche del servizio sia i risparmi economici dallo stesso attesi rispetto all’alternativa fornita dal ricorso al mercato.

Infine, degno di nota il passaggio finale della sentenza in cui la Sezione ribadisce che non può rilevarsi alcuna illegittimità “per il fatto che l’affidamento del servizio sia avvenuto contestualmente all’approvazione delle modifiche regolamentari” (che riguardavano il controllo analogo). Sul punto, ha confermato il Consiglio di Stato, non vi è alcuna disposizione normativa che prescriva che le modifiche regolamentari interne delle società a partecipazione pubblica debbano precedere l’affidamento del servizio alle società in house.

In ultima analisi, sembra di poter affermare che la sentenza de qua abbia apprezzato il grado di “autogestione” delle modalità attraverso cui svolgere e rendere effettivo il controllo analogo nella società in house, in uno con il riconoscimento della “bontà” di questo specifico modello giuridico-organizzativo a disposizione degli enti locali per realizzare finalità di interesse generale.