Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 15/02/2018

Società partecipate e compensi agli amministratori – Corte conti Veneto 31/18

Con la deliberazione n. 31 del 5 febbraio 2018, la Corte dei conti, sez. regionale di controllo per la Regione Veneto è intervenuta sul seguente quesito sottopostole da un sindaco: “In quale modo debba essere interpretata la previsione di cui al D.L. n. 95/2012 art. 4 c. 4 che stabilisce che “a dar corso dal primo gennaio 2015 il costo annuale sostenuto per i compensi degli amministratori di tali società (controllate direttamente o indirettamente dalla amministrazioni pubbliche di cui al D.Lgs. 165/01 art. 1 c.2 n.d.r.), ivi compresa la remunerazione di quelli investiti di particolari cariche, non può superare l’80% del costo complessivamente sostenuto nell'anno 2013" laddove il costo sostenuto nell’anno 2013 risulti essere pari ad € 0,00 in quanto l'Amministratore Unico incaricato nell’anno 2013 abbia volontariamente rinunciato a qualsivoglia, seppur previsto, emolumento. In tal senso si chiede se possa essere individuato un ulteriore parametro di riferimento per la corretta determinazione del compenso da corrispondersi all'Amministratore Unico successivamente nominato, qualora 1o stesso non intendesse prestare la propria attività professionale a titolo gratuito".

La Sezione, in via preliminare, ricorda che, ai sensi dell’art. 11, comma 7, D.lgs. 175/2016, recante il “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica”, il regime vincolistico di cui al d.l. 95/2012, rimane in vigore fino all’emanazione del decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze avente a oggetto, per le società a controllo pubblico, la definizione di “indicatori dimensionali quantitativi e qualitativi al fine di individuare fino a cinque fasce per la classificazione delle suddette società. Il trattamento economico annuo onnicomprensivo da corrispondere agli amministratori, ai titolari e componenti degli organi di controllo, ai dirigenti e ai dipendenti, non potrà comunque eccedere il limite massimo di euro 240.000 annui al lordo dei contributi previdenziali e assistenziali e degli oneri fiscali a carico del beneficiario, tenuto conto anche dei compensi corrisposti da altre pubbliche amministrazioni o da altre società a controllo pubblico.

I giudici contabili riconoscono che non può “adottarsi un’interpretazione meramente matematica della disposizione in esame, che determinerebbe appunto l’impossibilità di affidare all’esterno tali incarichi, atteso che tale effetto pare eccedere le finalità della norma.”

Si pone – sostiene la Sezione di controllo veneta – un problema di coordinamento della norma medesima con la disciplina civilistica: l’art. 2389, infatti, non ammette la gratuità dell’incarico, ma l’onerosità della prestazione fornita dai componenti dei Consigli di amministrazione delle società, in ossequio, tra l’altro, al principio di corrispettività delle prestazioni. Un tale effetto, ultroneo ed eccessivo, ribadiscono i giudici contabili non risulta essere “rispondente, peraltro, alla ratio della norma, che è quella di determinare il contenimento dei costi delle società pubbliche strumentali non di eliminare i compensi degli amministratori” (cfr. Sezione del Veneto, deliberazione n. 28/2016/PAR, ripresa dalla Sezione Lombardia con deliberazione n. 160/2016/PAR, a sua volta confermativa della precedente impostazione adottata da quest’ultima Sezione con deliberazione 71/2016/PAR).

In ultima analisi, la Sezione esclude che si possa seguire “un’interpretazione strettamente letterale” che potrebbe “condurre a effetti ultronei rispetto a quelli previsti dalla disciplina di diminuzione della spesa pubblica.” Conseguentemente, la Corte dei Conti opera un richiamo affatto marginale al “criterio fondamentale di utilità e ragionevolezza che deve guidare ogni spesa pubblica dal quale non può esimersi la determinazione del compenso degli amministratori di una società in mano pubblica.”