Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 23/08/2017

Società partecipate: quale destino?

Il variegato mondo delle società partecipate – come è noto – è stato dapprima interessato dal d. lgs. n. 175/2016 e, successivamente, dal d. lgs. correttivo n. 100/2017. Il quadro normativo ora può dirsi completo e, conseguentemente, gli enti locali controllanti e/o partecipanti e le società da essi controllate/partecipate possono procedere (continuare) con le verifiche e gli adempimenti previsti dalla normativa richiamata.

Tra le “raccomandazioni” che il T.U. contiene – peraltro, riprendendo indicazioni già presenti nelle numerose normative precedenti alla sua approvazione – quella relativa alle aggregazioni tra società partecipate, anche in un’ottica di razionalizzazione delle partecipazioni.

Forse anche in ossequio a questa disposizione, gli enti locali (e con essi le società partecipate) sembrano abbandonare l’idea di addivenire a fusione di carattere sovra regionale, per concentrarsi invece su formule di aggregazione ma anche di collaborazione/partnership nell’ambito dei territori regionali.

Si tratta di un’opportunità da cogliere, soprattutto per gli enti pubblici proprietari/soci. Le società partecipate dagli enti locali operano in un contesto definito dal diritto all’universalità ed accessibilità dei servizi pubblici ed al livello essenziale delle prestazioni, ex art. 117, comma 2, lett. m) Cost.

Il contesto europeo contiene in linea generale un favor legis per la liberalizzazione dei mercati dei servizi pubblici. In questo contesto evolutivo, agli enti locali spetta giocare un ruolo da protagonisti nella definizione di quelli che potranno essere gli assetti futuri delle public utilities. Protagonismo che si colloca oggi in un quadro istituzionale caratterizzato dalle competenze intrecciate di Regioni, comuni, singoli ma soprattutto in forma associata, nonché delle città metropolitane.

La ricerca di terreni di confronto comune e di cooperazione tra le società che operano nei settori delle public utilities non solo rappresenta la cifra di territori alla ricerca di alleanze da costruire, ma altresì un elemento di interesse, da cogliere e non da ignorare per valutare ipotesi di ulteriore espansione delle attività erogate. Si tratta di un approccio che richiede valutazioni, ovviamente attente e oculate, ma soprattutto strategiche, attesa la valenza di investimento che simili forme di aggregazioni possono rappresentare per gli enti locali. Questi ultimi possono anche scendere sotto il 50% del capitale sociale delle società da essi partecipate, ma tale “disimpegno” non necessariamente deve preludere ad una loro minore importanza in termini di controllo e monitoraggio della qualità dei servizi erogati.

Già la legge di Stabilità 2015, da un lato, obbligava gli enti locali a delineare piani di razionalizzazione delle società partecipate, in specie valorizzando quelle sane e indispensabili a realizzare le propri finalità istituzionali e, dall’altro, ad aggregarsi in ambiti territoriali ottimali per organizzare e gestire i servizi pubblici locali a rete. Disposizioni queste che erano contemplate anche nello schema di decreto legislativo in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica, che, soprattutto a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 251 del 2016, non è stato più approvato dal Governo.

Nel percorso di approfondimento delle diversità giuridico-organizzative esistenti tra le diverse società, la verifica di possibili investimenti da parte di soggetti privati, occorre anche definire modalità e percorsi di coinvolgimento degli utenti. Tra gli obiettivi principali delle aggregazioni dovrebbe registrarsi la volontà di migliorare l’offerta di servizi a favore della cittadinanza, sia in termini qualitativi sia in termini di convenienza economica. Un piano industriale accompagnato da una seria analisi degli impatti sull’utenza, anche attraverso la partecipazione delle rappresentanze di quest’ultima, potrebbe rappresentare un aspetto positivo.

Il processo di aggregazione/joint venture/collaborazione tra enti locali e società partecipate potrebbe altresì prevedere un’analisi volta a semplificare ovvero a rendere maggiormente efficiente il sistema dei controlli societari. In quest’ottica, per esempio, si possono rivedere gli strumenti, quali il “modello 231”, al fine di rendere gli stressi opportunità e occasioni a livello “centrale”, così da permettere un più efficace controllo e monitoraggio delle attività svolte e dei servizi erogati.

Le forme giuridiche conseguono alle strategie di sviluppo: sviluppo che richiede una valutazione attenta della governance dei servizi da erogare: le alleanze – come insegnano le esperienze già maturate – richiedono la condivisione previa di una chiara linea di indirizzo a livello istituzionale e, pertanto, un rinnovato ruolo da protagonisti degli enti locali.



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