Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 01/10/2017

Sottrazione di minorenne e atti sessuali: quando c’è la minore gravità? – Cass. pen. 43458/17 - A.G.

L’imputato era stato condannato per i reati di atti sessuali con minore di anni 14 e per sottrazione di minore. L’uomo aveva trattenuto la minore senza il consenso dei genitori e aveva compiuto con la ragazzina atti sessuali.
Esiste l’attenuante della minore gravità? La Suprema Corte ha ricordato i parametri secondo i quali valutare la presenza o meno dell’attenuante che può ravvisarsi in presenza di una più lieve compromissione della libertà sessuale della vittima e dello sviluppo del minore, facendosi riferimento al fatto nella sua globalità. Poiché l’attenuante concerne la minore lesività del fatto in concreto rapportata al bene giuridico tutelato, assumono particolare importanza: la qualità dell’atto compiuto (più che la quantità di violenza fisica, se del caso esercitata), il grado di coartazione esercitato sulla vittima, le condizioni (fisiche e mentali) di quest’ultima, le caratteristiche psicologiche (valutate in relazione all’età), l’entità della compressione della libertà sessuale ed il danno arrecato alla vittima anche in termini psichici.
Nessuna attenuante è stata riconosciuta: i giudici hanno valutato la notevole differenza di età tra i soggetti coinvolti (20 anni), la breve frequentazione intercorsa e la giovane età della ragazza (poco più di 13 anni) nonché la condotta di sottrazione della minore.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 4 maggio – 21 settembre 2017, n. 43458 - Presidente Blaiotta – Relatore Izzo
Ritenuto in fatto
1. Con sentenza 31/1/2014 la Corte di Appello di Catania, in sede di giudizio abbreviato, confermava la pronuncia di colpevolezza con la quale il G.i.p. aveva condannato G.S. alla pena di anni tre di reclusione per i delitti di cui all’articolo 609 quater codice penale per aver compiuto atti sessuali con R.S.C., minore degli anni quattordici; nonché per il reato previsto dagli articoli 574, 61, n. 2, codice penale, per sottrazione della predetta minore avvenuta nella notte tra l’(omissis), avendola trattenuta senza il consenso degli esercenti la potestà genitoriale al fine di commettere gli abusi sessuali.
2. In data 27/10/2015 la terza sezione della Corte di Cassazione annullava la sentenza impugnata limitatamente al punto concernente l’omesso riconoscimento dell’ipotesi di minore gravità ed al trattamento sanzionatorio; rigettava il ricorso nel resto.
Osservava la Corte di legittimità che, per negare l’applicazione della diminuente, la Corte d’appello aveva affermato che le analisi chimiche della biancheria intima della vittima, compiute dal reparto di investigazioni scientifiche dei Carabinieri avevano consentito di riscontrare il genotipo in una miscela atletica di saliva di tipo misto, maschile e femminile, indicativo del compimento di atti sessuali che non potevano farsi rientrare in una ipotesi di minore gravità.
Nel pervenire a tale conclusione, la Corte territoriale non si era attenuta al principio di diritto più volte affermato dalla giurisprudenza, secondo il quale, in tema di atti sessuali con minorenne, l’attenuante speciale prevista dall’art. 609-quater, quarto comma, cod. pen., non può essere esclusa sulla scorta della valutazione dei medesimi elementi costitutivi della fattispecie criminosa (età della vittima e atto sessuale), essendo, invece, necessario considerare tutte le caratteristiche oggettive e soggettive del fatto idonee ad incidere in termini di minore lesività rispetto al bene giuridico tutelato (Sez. 3, n. 45179 del 15/10/2013, L., Rv. 257626).
In particolare, la corte di merito, nel respingere la richiesta dell’attenuante, aveva focalizzato la propria attenzione solo sull’atto sessuale, avendo stimato che vi fosse stato un quid pluris rispetto ai soli baci e carezze scambiate tra il ricorrente e la persona offesa, ritenendo tale fatto incompatibile con l’invocata circostanza, senza considerare e valutare gli ulteriori e attenuativi aspetti della vicenda prospettati dalla difesa, quali il l’esistenza di un rapporto amoroso e l’assenza di costrizione fisica.
3. Con sentenza del 24/6/2016 la Corte di Appello di Catania, giudicando in sede di rinvio, confermava la pronuncia di primo grado di diniego dell’attenuante, ma riduceva la pena ad anni due e mesi otto di reclusione.
4. Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore dell’imputato, lamentando la violazione di legge per non avere il giudice di rinvio rispettato il principio di diritto indicato dalla cassazione in sede di annullamento. Ancora una volta, infatti, il diniego era stato basato sulla valutazione della età della minore e su un presunto atto sessuale di cui non vi era prova in atti. Infatti nulla in tal senso provava la presenza di tracce di saliva sulle mutandine della ragazza, considerato che quest’ultima aveva negato di avere avuto rapporti sessuali con l’imputato.
Inoltre nessuna lesione della libertà della persona offesa vi era stata, considerato che si era allontanata da casa spontaneamente. Infine, la compromissione del suo percorso formativo era una affermazione meramente apodittica.
Considerato in diritto
1. Il ricorso è infondato.
2. Va premesso che questa Corte, nel rigettare il ricorso, ha confermato la sussistenza della responsabilità dell’imputato, limitando l’annullamento al solo punto concernente l’attenuante della minore gravità ed il conseguente trattamento sanzionatorio.
Ne consegue che non possono essere mosse censure alla ricostruzione del fatto, anche con riferimento alla consumazione di atti sessuali, in quanto le doglianze sul punto sono coperte dal giudicato ed in ogni caso esprimono solo un dissenso di merito rispetto ad una ricostruzione della vicenda (conforme in primo e secondo grado di giudizio di merito) che regge al sindacato di legittimità, non apprezzandosi nelle argomentazioni proposte quei profili di macroscopica illogicità, che soli, potrebbero qui avere rilievo.
Ciò detto, questa Corte di legittimità, nel disporre l’annullamento con rinvio, ha precisato i parametri secondo i quali valutare la presenza o meno dell’attenuante, ricordando che la minore gravità del fatto può ravvisarsi in presenza di una più lieve compromissione della libertà sessuale della vittima e dello sviluppo del minore, resta fermo che deve farsi riferimento al fatto nella sua globalità (Sez. 3, n. 965 del 26/11/2014, dep. 13/01/2015, N., Rv. 261635) con la precisazione che, nell’utilizzare i parametri di cui all’art. 133 cod. pen., (ai fini del riconoscimento dell’attenuante speciale in parola), si deve avere riguardo solo agli elementi di cui al primo comma in quanto, quelli del secondo comma, possono essere impiegati solo per la commisurazione complessiva della pena (Sez. 3, n. 31841 del 02/04/2014, C., Rv. 260289). Invero, poiché l’attenuante in parola non risponde ad esigenze di adeguamento del fatto alla colpevolezza del reo, ma concerne la minore lesività del fatto in concreto rapportata al bene giuridico tutelato, assumono particolare importanza: la qualità dell’atto compiuto (più che la quantità di violenza fisica, se del caso esercitata), il grado di coartazione esercitato sulla vittima, le condizioni (fisiche e mentali) di quest’ultima, le caratteristiche psicologiche (valutate in relazione all’età), l’entità della compressione della libertà sessuale ed il danno arrecato alla vittima anche in termini psichici (Sez. 3, n. 19336 del 27/03/2015, G., Rv. 263516).
3. La Corte di merito, in sede di giudizio di rinvio, nel negare la sussistenza dell’ipotesi attenuata, ha evidenziato:
- la rilevante disparità di età tra l’imputato e la vittima, 33 anni il primo, 13 anni e 4 mesi la seconda;
- che il preteso innamoramento, dopo solo un mese di conoscenza, era viziato dalla giovane età della ragazza;
- la condotta sulla minore era stata accompagnata dalla sottrazione ai genitori, essendo esplicito il dissenso di costoro al loro rapporto;
- dalle indagini del RIS di Messina era emerso che i rapporti erano stati invasivi della sfera sessuale.
Ne ha dedotto il giudice di appello che erano stati provocati gravi danni al percorso educativo e di maturazione della minore, così negando l’applicazione del quarto comma dell’art. 609 quater.
4. Ritiene questa Corte che la decisione del giudice di merito non merita censura in ragione della coerenza della motivazione e della corretta applicazione dei principi di diritto fissati in sede di rinvio.
Invero la rilevante distanza di età tra la vittima (13 e 4 mesi) e dell’imputato (33 anni), connota il rapporto tra costoro intrattenuto (caratterizzato dalla consumazione di atti invasivi della sfera sessuale) di estrema innaturalità, con idoneità del fatto a compromettere il percorso formativo della personalità della minore nella percezione del ruolo delle persone adulte.
Ciò è tanto più grave considerato che, come evidenziato dalla Corte distrettuale, l’imputato con il suo comportamento ha indotto la giovane S.C. a contrapporsi ai genitori, determinando un evidente squilibrio e compromissione dello sviluppo formativo della minore.
Si desume da ciò la correttezza della decisione del giudice di merito che ha riconosciuto l’assenza dei connotati della minore gravità del fatto.
Al rigetto del ricorso segue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Dispone l’oscuramento dei dati personali.