Amministrazione di sostegno - Interdizione, inabilitazione -  Fabio Rispoli - 06/05/2020

SPUNTI DI RIFLESSIONE PER LA PROTEZIONE DEL “SOGGETTO FRAGILE”, IL MALATO DI MENTE. L’Interdizione Giudiziale e l’Inabilitazione sono ancora necessari?

Ripercorro preliminarmente e brevemente, la storia che ha interessato le persone considerate “malate di mente”, partendo da Ippocrate, medico, geografo e aforista greco che visse nel 460 a.c. e che rivoluzionò il concetto di medicina, tradizionalmente associata con la teurgia e la filosofia, stabilendo la medicina come professione; lo stesso era andato oltre all’idea che le malattie fisiche e mentali fossero delle punizioni degli Dei agli uomini, ricercandone, quindi, la causa in specifiche circostanze della vita. Per Ippocrate, il cervello era l’organo della coscienza, dell’intelletto, delle emozioni e, pertanto, pensiero e comportamento erano il risultato di un substrato fisiologico. Per questo motivo, Ippocrate è considerato tra i primissimi a proporre la teoria della “somatogenesi”, teoria per cui l'origine delle malattie mentali va ricercata in un disturbo organico, che trova la sua collocazione in quella che oggi chiamiamo Psicosomatica. Nel pensiero di Ippocrate, la malattia derivava da uno squilibrio tra gli umori del paziente; l’equilibrio poteva essere ripristinato rimuovendo la materia pregiudicata, la materia in eccesso.

Con il passare dei secoli la malattia mentale, veniva considerata come l’opera del demonio. La devianza comportamentale, che oggi viene individuata clinicamente, veniva generalmente spiegata con la possessione demoniaca.  La soluzione terapica, quando non si poteva ricorrere ad altro intervento, consisteva in veri e propri rituali di esorcismo, caratterizzati da preghiere, intrugli vari che l’indemoniato era costretto a bere, oltre ad essere sottoposto a periodi di digiuno e fustigazioni, così da riuscire a liberare il suo corpo dal demone o, comunque renderlo inaccessibile allo stesso.  Nel 200 dopo Cristo, la malattia mentale subì una forte incidenza da parte degli Ordini Religiosi. Nei monasteri e nei santuari trovavano rifugio i malati, sia fisici che mentali, e qui venivano curati dai monaci con preghiere e intrugli di erbe. Curare la malattia mentale equivaleva curare l’anima del malato e non il suo corpo. Secondo questo orientamento, pur manifestandosi attraverso il corpo, la malattia mentale aveva origine nell’anima. La perdita improvvisa della ragione era sintomo di possessione diabolica, pertanto, anche le persone affette da malattie mentali, perdevano la vita tra le fiamme del rogo accese dall’inquisizione.

Successivamente, dal XIV secolo circa,  in Europa, i malati mentali, venivano trattenuti fino a che non avessero recuperato la ragione, all’interno degli allora “lebbrosari”, che nei secoli successivi sarebbero stati trasformati in “manicomi”.  Al loro interno venivano segregati non solo i cosiddetti malati di mente ma anche gli ubriachi, i mendicanti e tutti coloro che, con la loro diversità, costituivano una minaccia alla vita “normale” della società. Nei manicomi, i trattamenti erano minimi e brutali, in attuazione a delle teorie  che si svilupparono in quel periodo sulla malattia mentale, in cui prevaleva il mancato rispetto della persona umana. 

Durante la rivoluzione francese nel 1753, Philippe Pinel nominato direttore del Bicêtre il più grande manicomio di Parigi, passò alla storia per aver “liberato i pazzi dalle catene”, dato che gli stessi venivano realmente tenuti in stato di segregazione, immobilizzati vicino ad un muro della cella da un anello di ferro che gli cingeva il busto e che non consentiva ai malati di mente di sdraiarsi o di sedersi per tutto il giorno. Philippe Pinel fu uno dei primi che restituì ai malati di mente la dignità di esseri umani, quella che avevano perduto varcando la soglia del manicomio. Secondo il pensiero di Pinel la ragione del malato di mente, era andata perduta a seguito dei gravi accadimenti di ordine sociale o situazioni personali, e pertanto, gli si poteva restituire tale  equilibrio mentale attraverso l’ascolto, la comprensione e i consigli. La nota negativa del suo approccio al recupero dei malati di mente, era che ciò veniva adottato solo agli appartenenti alle classi sociali più agiate, mentre le classi meno ambienti, gli sfortunati appartenenti alle classi “deboli”, continuavano ad essere oggetto di azioni di terrore e di cure superficiali basate su mezzi coercitivi poco umane e poco rispettose della persona del malato di mente. 

Negli Stati Uniti alla fine del 1700, Benjamin Rush che era ritenuto uno dei padri della psichiatria americana, affermava che i disturbi mentali erano causati da un eccessivo afflusso di sangue al cervello e per questo sottoponeva i malati a salassi. Rush adottava anche altri metodi come quello di incutere paura al malato di mente per calmarlo, convincendolo che stava per morire; adottava anche metodi più violenti nei loro confronti, infatti, venivano legati e immersi in un serbatoio pieno d’acqua gelida per alcuni minuti, poi estratti e rianimati, se ancora vivi.

La “follia”, ha inciso anche nell’ambito letterario e artistico. La cultura romantica, la rappresenta come un eccesso e un'esaltazione che rivela la natura più profonda dell'individuo. Nei romantici, la “follia” trova sfogo nel “genio”, che permette all'individuo di trascendere e far uscire di sé le pulsioni profonde dell'anima, in cui la natura umana rivela quanto ha di perturbante.  Il genio è, dunque, colui che vede al di là della ragione e della logica comune. Nasce così il mito dell'artista romantico “folle”, che è dunque “il genio” che non sa dominare se stesso e che, alla fine, si autodistrugge. Il carattere d'eccesso che l'età romantica riconosce alla follia è di rivelare il nostro aspetto oscuro. Molti scrittori e artisti di rilievo sono stati in preda alla “follia” come Michelangelo Merisi detto Il Caravaggio, Francisco Goya, Karl Wilhelm Diefenbach, Salvador Dalì, Henry de Toulouse-Lautrec, Baudelaire, Dino Campana, Edvard Munch, Vincent Van Gogh, quest’ultimo con una vita difficile, contrassegnata da ricoveri, crisi depressive ed epilettiche;  John Nash, il matematico premio Nobel che ispirò il film “A beautiful mind”. La vita di Nash è stata scandita da momenti di lucidità e di follia, a causa dei quali è stato spesso ricoverato e internato, oltre ad essere frequentemente sottoposto ad elettroshock e legato con camicie di forza;  la scrittrice inglese Virginia Woolf, affetta da disturbo bipolare, fu vittima per tutta la sua vita di forti sbalzi d'umore, crisi depressive e profondi esaurimenti nervosi. Tentò diverse volte il suicidio, riuscendoci definitivamente il 28 marzo del 1941;  Edgar Allan Poe, visse un'esistenza contrassegnata da forti squilibri e disagi mentali, e si espresse in riferimento al suo stato mentale: “Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto”.

Negli ultimi due secoli la medicina, le arti, le scienze umane, la giurisprudenza hanno riconosciuto alla follia un duplice valore: da una parte, essa viene considerata come “qualcuno” profondamente diverso dai “sani”; dall'altra parte, essa rivela “qualcosa” che è in tutti gli uomini. “Folle” è, quindi, colui che, per comportamenti e opinioni, si allontana da ciò che è la regola della convivenza civile. Inizia da qui il problema della definizione di quella che viene intesa come “pazzia” nei vari ambiti sociali e nei differenti contesti storici, in cui  cambiano i parametri che dividono ciò che è “normale”, da quello che è deviante, “folle”.

Con lo svilupparsi della psicoanalisi si iniziarono ad aprire le porte ad uno studio più profondo della follia, per capire i meccanismi del disturbo psichico ricondotti a quelli che regolano l'inconscio di ogni uomo. La follia non viene più considerato un mondo estraneo da allontanare, da ghettizzare, ma è una “dimensione alternativa” a quella della “vita normale”. La follia viene intesa come rifugio rispetto alla sofferenza dell'esistere. L'alienazione mentale dà, quindi, tranquillità e stabilità che si oppone al caos determinato dalla difficile molteplicità della realtà.

In Italia, si è dovuto aspettare l’introduzione della cosiddetta “Legge Basaglia” (L. 180/78), affinchè il malato di mente potesse essere veramente “liberato dalle catene”, come fece Pinel, non solo in senso fisico, ma anche di ricollocazione sociale. Riflettere sulla “follia” vuol dire riflettere sulla nozione di identità, su come percepiamo le cose, su che cos'è la realtà. 

Dopo questi brevissimi cenni storici e riferimenti al tema della “follia”, esaminiamo come viene oggi intesa la malattia mentale dal mondo sanitario, dove esistono due categorie: i medici psichiatri e gli psicologi. Un piccolissimo accenno sulla distinzione tra le due figue: Gli psichiatri, sono medici specializzati in psichiatrica. Sono più qualificati nell'ambito della psicologia applicata al sistema fisico dell'essere umano e, pertanto, abilitati a prescrivere farmaci; inoltre, possono diagnosticare un problema e gravi patologie mentali, come la schizofrenia e il disturbo bipolare. Gli psicologi clinici, sono laureati in psicologia, possono diagnosticare disturbi mentali, somministrare test psicologici e offrire una psicoterapia, e se sono anche medici, possono prescrivere farmaci.

L’American Psychiatric Association nel 1980 ha pubblicato la terza edizione del Manuale di diagnostica e statistica dei disturbi mentali (DSM-III), fu il primo tentativo di approccio alla diagnosi di malattia mentale mediante definizioni e criteri standardizzati. L’ultima edizione, DSM-5, è stata pubblicata nel 2013, e presenta una classificazione delle malattie mentali in categorie diagnostiche sulla base della descrizione dei sintomi, quindi, le modalità espressive e comportamentali dei soggetti come riflesso dei loro pensieri ed emozioni e, sul decorso della malattia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1992, nella Classificazione Internazionale delle malattie, 10^ revisione, (ICD-10), pubblicata per la prima volta, utilizza categorie diagnostiche simili a quelle del DSM-5 e ciò significa che le diagnosi di determinate malattie mentali si stanno uniformando e standardizzando in tutto il mondo. 

Nei protocolli da seguire nella diagnosi prescrivono che, i pazienti con disturbi o problemi di natura mentale si presentano in numerosi contesti clinici, compresi l'assistenza di base e le unità d'emergenza. Tali disturbi o problemi possono essere la prosecuzione di una storia clinica positiva per problemi mentali o possono essere di nuova insorgenza. I disturbi possono essere collegati alle reazioni del paziente nei confronti di una condizione organica coesistente o possono essere gli effetti diretti della condizione organica stessa. Il metodo di valutazione varia a seconda che i disturbi costituiscano un'emergenza o che si verifichino durante una visita programmata. Se si verificano come caso di emergenza, il medico può focalizzarsi sull'anamnesi, sui sintomi e sulle anomalie di comportamento più immediati in modo da riuscire a prendere la decisione corretta per la gestione del caso. Nel corso di una visita programmata, è corretto fare una valutazione più accurata.  La valutazione psichiatrica di routine comprende una visita medica generale, l'anamnesi psichiatrica e un esame dello stato mentale. Importanti sono le modalità di assunzione delle informazioni. Infatti, condurre un colloquio in maniera frettolosa e con indifferenza, mediante domande a risposta chiusa (seguendo un rigido sistema di analisi), spesso ostacola il paziente nel rivelare informazioni importanti. La ricostruzione dell'anamnesi della malattia in atto attraverso l'utilizzo di domande aperte, che permettano al paziente di raccontarsi con parole sue, richiede approssimativamente la stessa quantità di tempo e gli consente di descrivere le circostanze sociali associate e di manifestare le proprie reazioni emotive. ...Nel colloquio l'intervistatore deve quindi provare ad acquisire una prospettiva più ampia della personalità del paziente, esaminando gli eventi significativi, attuali e passati, nella vita del paziente e le sue risposte a tali eventi. Vanno anche riesaminate l'anamnesi psichiatrica, medica, sociale e di sviluppo. Concentrarsi solo sui sintomi di presentazione escludendo la storia passata può portare a una diagnosi primaria sbagliata e alla mancata considerazione di altre comorbidità psichiatriche o mediche. Al paziente va chiesto cosa pensa dei trattamenti psichiatrici, inclusi i farmaci e la psicoterapia, in modo che tali informazioni possano essere inserite nel piano terapeutico. (Psychiatric Evaluation of Adults Quick Reference Guide and American Psychiatric Association: Practice guideline for the psychiatric evaluation of adults).

Sono, inoltre, disponibili brevi questionari di valutazione standardizzati per determinare alcune componenti della valutazione dello stato mentale, tra cui quelli specificatamente preposti a valutare l'orientamento e la memoria.  L'aspetto generale deve essere valutato mediante la ricerca di indizi che possano rivelare le condizioni mentali. L'espressione emotiva può essere valutata chiedendo ai pazienti di descrivere i loro sentimenti. Vengono considerati il tono della voce del paziente, la postura, la gestualità e le espressioni del volto. Devono essere valutati umore (emozioni riportate dal paziente) e stato affettivo (stato emotivo rilevato durante il colloquio). Il Pensiero e percezione, possono essere valutati prestando attenzione non solo a ciò che viene comunicato ma anche alla modalità con cui viene comunicato. Il medico può valutare se le idee appaiono correlate e finalizzate e se i passaggi da un pensiero all'altro sono logici. Bisogna verificare anche le funzioni cognitive che comprendono: -Livello di vigilanza; - Attenzione o concentrazione; -Orientamento nella persona, nello spazio e nel tempo; -Memoria immediata, a breve termine e a lungo termine; - Ragionamento astratto; -Intuizione; - Capacità di giudizio (Michael B. First).

Oggigiorno, uno degli intenti della ricerca è ancora quello di individuare in maniera univoca il luogo di origine della psicopatologia, sia esso un luogo fisico o psichico. Il punto è capire se la mente, intesa come l’insieme delle attività cognitive di un organismo dotato di pensiero, linguaggio e coscienza, sia il prodotto di molteplici configurazioni di reti neurali, o se possa essere considerata un qualcosa a sé stante, di ontologicamente distinto dal cervello. La difficoltà dell’impresa, che ancora non ha visto un punto d’arrivo, risiede ovviamente nel dibattito di natura epistemologica tra due storiche correnti di pensiero, il riduzionismo e il dualismo. Secondo i “riduzionisti”, la mente non è un’entità distinta dal cervello e per questo motivo tutte le attività umane sono riconducibili alle strutture fisiologiche del cervello, eliminando così la possibilità di concepire una qualsiasi dimensione metafisica della mente. In quest’ottica, per comprendere la mente è sufficiente studiare il cervello e il comportamento. Di contro, i “dualisti”, di cartesiana memoria, mettono invece in contrapposizione mente e cervello, ritenendoli due entità ontologicamente separate e ben distinte, forti del fatto che molte proprietà della mente non sono a oggi spiegabili in termini neurologici, come ad esempio la coscienza, e di conseguenza le alterazioni della coscienza. In un’ottica dualista, il fatto che con tecniche di neuroimaging come fRMN o PET, si possa rilevare che determinati processi di pensiero accadono simultaneamente a cambiamenti metabolici in specifiche aree cerebrali, non dimostra che i processi cerebrali siano generati da questi cambiamenti. In altre parole, l’osservare che le funzioni del cervello sono associate alla coscienza non equivale a dire che il cervello crei la coscienza (Laszlo, 2009). 

Di contro, però, l’ottica dualista non fornisce spiegazione del perché la coscienza sia associata proprio al cervello e non ad altri organi del corpo. La stessa malattia mentale, la psicopatologia, com’è più propriamente definita oggi, assume profili diversi in relazione a ciascuna delle due lenti teoriche attraverso le quali viene osservata. Un riduzionista, infatti, potrebbe affermare che segni e sintomi associati a uno specifico quadro clinico, definibile come psicopatologico, siano il prodotto di un cervello malfunzionante, magari perché morfologicamente difforme o con qualche altro difetto di comunicazione interna per eccesso o carenza di specifici neuromediatori, o per qualche difetto nei recettori. In effetti, non è raro rinvenire difformità cerebrali concomitanti a psicopatologie conclamate (Pearlson, G.D. e Marsh, L., 1999). In un’ottica riduzionista, la schizofrenia appare allora come l’esito, comportamentale e di pensiero, di un cervello difettato. Szasz, nel suo libro “Il mito della malattia mentale”, afferma “...ciò che viene identificato come malattia mentale è il risultato dell’incapacità della persona di “comunicare” la volontà di perseguire i propri scopi, in un contesto controllante e, appunto, patologizzante. Quanto poi la mente possa essere realmente malata dipende solo da cosa intendiamo per “malattia”… . 

Per ogni malattia mentale, quindi, esiste una chiave interpretativa che permette di aprire le porte della “comunicazione” della persona malata, con il mondo esterno.

Accertato che le malattie mentali vengono affrontate, identificate e curate a seconda delle teorie applicate dal medico o psicologo che interviene, passiamo ora ad esaminare la normativa esistente per la dichiarazione di interdizione giudiziale, inabilitazione e quella relativa all’Amministrazione di Sostegno istituto di più recente introduzione.

I procedimenti di interdizione giudiziale (ex art. 414 CC e segg.) e di inabilitazione (ex art. 415 CC e segg.) sono volti ad accertare la sussistenza dello stato di menomazione psichica del soggetto e la sua gravità, al fine di “tutelarlo” attraverso un provvedimento emesso dal Tribunale nella forma di Sentenza, che può limitare totalmente o parzialmente la capacità di agire della persona. Oltre ai predetti istituti vi è anche L'interdizione legale che è invece una misura sanzionatoria prevista dalla legge e comminata a chi abbia commesso reati di particolare gravità. L’art. 32 del Codice Penale che disciplina l’istituto, recita al quarto comma: “...Alla interdizione legale si applicano, per ciò che concerne la disponibilità e l'amministrazione dei beni, nonché la rappresentanza negli atti ad esse relativi, le norme della legge civile sulla interdizione giudiziale (art. 424 cc)...”.

Sia il procedimento di interdizione giudiziale che di inabilitazione, rientrano nella cosiddetta “volontaria giurisdizione”, ed entrambi prevedono una fase preliminare in cui vengono posti in essere eventualmente dal Presidente del Tribunale anche i provvedimenti urgenti, per  poi passare alla fase davanti al Giudice Istruttore che dopo i dovuti accertamenti, porta ad emettere la sentenza dichiarativa di interdizione o inabilità e  la nomina, rispettivamente, di un Tutore o Curatore.

Riguardo alla pronuncia di “interdizione giudiziale” è necessario che il soggetto versi in uno stato di “abituale infermità mentale” con permanente alterazione delle sue facoltà psichiche. L’interdizione prescinde dal fatto che il soggetto presenti episodici intervalli di lucidità: ciò che rileva è che lo stato di incapacità, anche se discontinuo, sia duraturo nel tempo e che sia attuale, cioè presente e accertato al momento della pronuncia. Pertanto, possono essere dichiarati interdetti  sia il soggetto maggiore di età,  sia il minore emancipato, che si trovino in condizioni di “abituale infermità di mente”, nel senso che lo stesso durante la giornata può avere delle situazioni mentali tali da renderli incapaci di provvedere ai propri interessi sia patrimoniali e sia quelli concernenti la loro sfera pubblica e privata. Anche chi ha compiuto 17 anni potrà essere dichiarato interdetto con effetti dal raggiungimento della maggiore età.

Con la dichiarazione della interdizione il soggetto viene privato sostanzialmente della capacità di agire, che comporta per lo stesso, l’impossibilità di porre in essere  qualsiasi atto di rilevanza giuridica. Pertanto, allo stesso soggetto viene nominato da parte del Tribunale, un Tutore che si sostituisce totalmente alle scelte personali dell’interdetto, sia negli atti di ordinaria che di straordinaria amministrazione, queste ultime eventualmente autorizzate dal Giudice Tutelare. L’interdetto, quindi, perde ogni possibilità di esprimersi, di valutare, di realizzare le proprie aspirazioni, vive all’ombra del Tutore, che vigila sulla sua salute, sicurezza, pulizia, oltre che sull’amministrazione del suo patrimonio, senza che l’interdetto possa esprimere un proprio desiderio. Il tutore cessa dalla sua attività per le cause previste dalla legge.

Esaminiamo ora brevemente l’istituto della inabilitazione disciplinato dall’art. 417 CC e segg.. L’inabilitazione può essere chiesta nei confronti dei soggetti maggiori di età il cui stato  non sia talmente grave da giustificare un provvedimento d’interdizione, ma che li renda parzialmente incapaci di intendere e di volere e, quindi, inidonei a provvedere ai propri interessi. 

Pertanto, possiamo equiparare la situazione dell’inabilitato a quella del minore emancipato, al quale sono riconosciute alcune attività da esercitare in piena indipendenza. Nel caso dell’inabilitazione il Tribunale emette la sentenza e contestualmente nomina un Curatore che provvederà a fare naturalmente gli interessi dell’inabile. I soggetti che possono essere sottoposti alla procedura di riconoscimento dell’inabilità sono gli infermi di mente, che non sono in uno stato tanto grave da richiedere l’interdizione, quindi, persone che hanno una lucidità più ampia di quelle riconosciute interdette. Rientrano tra i soggetti che possono essere sottoposti a inabilitazione, anche le persone che compiono atti di prodigalità, che non consistono nella semplice cattiva amministrazione del proprio patrimonio, ma nella tendenza a sperperare i propri beni per la    loro incapacità di apprezzare il valore del denaro, con una conseguente esposizione del soggetto o della sua famiglia, a gravi pregiudizi economici. Possono essere soggetti a procedura di inabilitazione anche coloro che abusano abitualmente dell’uso degli alcolici o stupefacenti, che possono esporre se stessi o la loro famiglia a gravi pregiudizi economici. Infine, possono essere dichiarati inabilitati i ciechi e i sordomuti dalla nascita o dalla prima infanzia, che non hanno ricevuto un adeguato percorso educativo. Tali soggetti vengono affiancati dalla figura del Curatore, che tra le sue competenze, a differenza del Tutore, non ha quella di occuparsi della cura personale dell’inabilitato e neanche lo rappresenta se non per gli atti di straordinaria amministrazione autorizzati dal Giudice Tutelare. Sostanzialmente assiste l’inabilitato ad amministrare i suoi beni, salvo che il Giudice Tutelare disponga altrimenti, nel senso di ampliare i poteri dell’inabilitato quando ne sussistano le condizioni. Anche il Curatore ha l’obbligo di redigere il rendiconto della sua attività e trasmetterla al Giudice Tutelare, per l’opportuna attività di controllo.

Sinteticamente le procedure d’interdizione e di inabilitazione prevedono una istanza formulata al Tribunale, per la quale è necessaria l'assistenza legale. L'istanza oltre ai soggetti indicati dal codice civile, può essere avanzata anche dal Pubblico Ministero. Il Giudice Istruttore può interrogare i parenti prossimi, disporre d'ufficio mezzi istruttori ed assumere le necessarie informazioni, può farsi anche assistere da un Consulente Tecnico. Il procedimento si conclude con una Sentenza che accoglie o meno l’istanza, e qualora venga accolta, vengono nominati il Tutore e il Curatore rispettivamente all’interdetto e all’inabilitato. 

Altra figura introdotta nel nostro Ordinamento Giuridico è l’Amministrazione di Sostegno,  disciplinato dalla legge 9 gennaio 2004, n. 6,  è un istituto di protezione civilistica degli infermi di mente. La figura dell’ADS è disciplinata dall’Art. 404 CC e segg che recita: –(Amministrazione di sostegno)– “La persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, può essere assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio”. La stessa normativa nasce da una filosofia di vita opposta a quella restrittiva prevista soprattutto nell’interdizione, sviluppatasi negli anni ‘80, portata avanti negli anni dal Prof. Paolo Cendon e da altri Giuristi, che hanno voluto che si affermasse una nuova sensibilità quanto ai rapporti tra infermità psichica e diritto privato, dei nessi e corrispondenze tra “disturbi psichici” e “incapacità legale”. Tale istituto ha inciso profondamente sulla quotidianità dei malati psichici facendo riemergere quelle capacità della persona “fragile”, che invece vengono cancellate totalmente in caso della dichiarazione di interdizione e in modo meno incisivo nella dichiarazione di inabilitazione. 

L’A.d.S. prevede una procedura più snella rispetto alle procedure relative la dichiarazione d’interdizione giudiziale e d’inabilitazione,  e anche meno costoso, inoltre, le sentenze che dichiarano l’interdizione e l’inabilitazione, comportano per il soggetto “fragile” un notevole disagio, determinato dalla pubblicazione della sentenza dichiarativa della propria incapacità sulla certificazione anagrafica conservata presso il Registro dello Stato Civile. Inoltre, al soggetto dichiarato interdetto viene impedito di fare qualsiasi cosa; non può sposarsi, fare piccoli doni, fare testamento, in sostanza è la “morte civile” del soggetto “fragile”. E’ da evidenziare, ancora, che qualunque atto la persona ritenuta incapace ponga in essere, può essere contestato dal suo Tutore, come se il suo cervello fosse disattivato anche nei periodi di lucidità e venisse sostituito dalla esclusiva volontà di quest’ultimo anche per le scelte di minimo valore. Stesso destino viene riservato all’inabilitato anche se con una minore incidenza.

L'Amministratore di Sostegno è nominato dal Giudice Tutelare, con Decreto, ogni qualvolta vi sia un soggetto che, per effetto di una menomazione fisica o psichica, si trovi nell'impossibilità, anche parziale o temporanea, a provvedere in tutto o in parte al compimento delle attività tipiche della vita di tutti giorni e che, quindi, abbia bisogno di assistenza e sostegno. In particolare il “Decreto di nomina dell’amministratore di sostegno deve contenere l’indicazione:1) delle generalità della persona beneficiaria e dell’amministratore di sostegno; 2) della durata dell’incarico, che può essere anche a tempo indeterminato; 3) dell’oggetto dell’incarico e degli atti che l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario; 4) degli atti che il beneficiario può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore di sostegno; 5) dei limiti, anche periodici, delle spese che l’amministratore di sostegno può sostenere con utilizzo delle somme di cui il beneficiario ha o può avere la disponibilità; 6) della periodicità con cui l’amministratore di sostegno deve riferire al giudice circa l’attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario”.

Lo scopo di tale nomina è quello di garantire una sorta di protezione a chi versa in una situazione di difficoltà a provvedere ai propri interessi perché privo in tutto o in parte di autonomia, senza tuttavia limitarne in modo eccessivo la sua capacità di agire. L'art. 408 c.c. dispone, infatti: "La scelta dell'amministratore di sostegno avviene con esclusivo riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario. L'amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata. In mancanza, ovvero in presenza di gravi motivi, il Giudice Tutelare può designare con decreto motivato un Amministratore di Sostegno diverso. Nella scelta, il Giudice Tutelare preferisce, ove possibile, il coniuge che non sia separato legalmente, la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella, il parente entro il quarto grado ovvero il soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata….", “…Il Giudice Tutelare, quando ne ravvisa l'opportunità, e nel caso di designazione dell'interessato quando ricorrano gravi motivi, può chiamare all'incarico di amministratore di sostegno anche altra persona idonea, ovvero uno dei soggetti di cui al titolo II al cui legale rappresentante ovvero alla persona che questi ha la facoltà di delegare con atto depositato presso l'ufficio del giudice tutelare, competono tutti i doveri e tutte le facoltà previste nel presente capo". Ai sensi dell'art. 408 c.c.: "Non possono ricoprire le funzioni di amministratore di sostegno gli operatori dei servizi pubblici o privati che hanno in cura o in carico il soggetto beneficiario". 

Riguardo ai poteri del beneficiario dell'amministratore di sostegno, troviamo le norme di riferimento quali l'art. 409 e l'art. 410 c.c. In particolare l'art. 409 c.c. dispone: "Il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l'assistenza necessaria dell'amministratore di sostegno. Il beneficiario dell'amministrazione di sostegno può in ogni caso compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana".

I poteri dell’Amministratore di sostegno saranno, quindi, puntualmente indicati nel Decreto di nomina e, gli atti che può compiere in rappresentanza, ovvero in nome e per conto del beneficiario, naturalmente saranno di conseguenza preclusi al beneficiario dell'AdS.

La legge istitutiva dell’amministratore di sostegno, come abbiamo visto ha previsto, inoltre che, l'AdS è tenuto periodicamente, in considerazione dei termini stabiliti dal Giudice Tutelare, alla presentazione al medesimo di una relazione che attesti l'attività svolta e descriva, dettagliatamente, le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario oltre a rendere il conto della propria gestione economica.

L’elemento che caratterizza l’istituto dell’Amministrazione di Sostegno, è che l’amministratore nello svolgimento delle sue funzioni, deve tenere conto delle aspirazioni e dei bisogni del beneficiario e informarlo delle decisioni che intende prendere e che lo riguardano; in caso di disaccordo, dovrà informarne il Giudice Tutelare. Con questa procedura, quindi, si mette in atto un confronto di idee e di soluzioni che vengono poste in essere, dall’amministratore di sostegno con il soggetto “fragile” beneficiario, che non viene, quindi, privato di ogni volontà e di ogni libera espressione come persona, il tutto sotto il controllo del Giudice Tutelare.

E’ da evidenziare che la Suprema Corte di Cassazione con sentenza n. 25366/2006, si è espressa in materia affermando che: “...il procedimento per la nomina dell'amministratore di sostegno,... non richiede il ministero del difensore nelle ipotesi in cui l'emanando provvedimento debba limitarsi ad individuare specificamente i singoli atti, o categorie di atti, in relazione ai quali si richiede l'intervento dell'amministratore. Per contro, necessita la difesa tecnica laddove il decreto che il giudice ritenga di emettere incida sui diritti fondamentali della persona, attraverso la previsione di effetti, limitazioni o decadenze, analoghi a quelli previsti da disposizioni di legge per l'interdetto o l'inabilitato, per ciò stesso incontrando il limite del rispetto dei principi costituzionali in materia di diritto di difesa e del contraddittorio...". Con questa sentenza i Giudici della Suprema Corte hanno voluto dare un quadro completo sull’operatività della normativa sull’AdS, garantendo al beneficiario tutte le protezioni giuridiche, senza la necessità di dover trasferire la competenza del giudizio al Tribunale. Infatti, la stessa sostanzialmente conferma che il procedimento per la nomina dell'amministratore di sostegno è un procedimento non contenzioso, celere ed informale, con la possibilità di garantire una tutela tecnica qualora dovessero essere ristretti i diritti di natura costituzionale dei soggetti coinvolti. Pertanto, con l’istituto dell’AdS vengono garantiti, non solo la protezione della persona “fragile” coinvolta nel procedimento, ma anche l’ordine pubblico per il controllo continuo assicurato dall’AdS e dall’attività del Giudice Tutelare. 

Dopo aver esaminato in modo sintetico le procedure d’interdizione, inabilitazione e dell’Amministratore di Sostegno, riporto qui di seguito alcuni principi riconosciuti da tutte le più progredite costituzioni, perché stiamo trattando di “persone fragili”, che come tali meritano di essere aiutate dalla società in cui vivono. In particolare nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 troviamo: “...Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione...”; il Principio di libertà espressa dall'art. 10 contenuta nella “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848 che recita: 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. Infine, riporto il dettato della Costituzione Italiana all’art. 32 C. che prevede: “... La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana...”.  Significative al riguardo sono le parole di Franz Grillparzer: “Le catene della schiavitù bloccano solo le mani; è la mente che rende libero o schiavo un uomo.”

Con tali principi e affermazioni, mi accingo a concludere evidenziando che, nell’Ordinamento Italiano abbiamo visto essere presenti diversi istituti di “protezione delle persone Fragili”, quali l’interdizione giudiziale, l’inabilitazione e l’amministrazione di Sostegno. Ciò che li differenzia principalmente l’uno dall’altro, sono oltre la procedura da seguire, anche l’incidenza delle figure del Tutore, Curatore e Amministratore di Sostegno, per i poteri loro conferiti dalla legge e dai Giudici, sulla vita delle “persone fragili” con problematiche varie di natura mentale e/o fisica. La figura che a mio avviso merita rilievo rispetto alle altre, in quanto più si avvicina alle esigenze della società moderna, ai principi costituzionali e internazionali, e che permette una più appropriata e rapida protezione del soggetto fragile, è quella dell’Amministratore di Sostegno, per la maggiore capacità di tale figura di adeguarsi alle esigenze del beneficiario, in relazione alla sua flessibilità, alla maggiore agilità della relativa procedura e alla garanzia dei diritti fondamentali da parte del Giudice Tutelare che valuta le situazioni, e conferisce i poteri all’AdS in  misura adeguata alle esigenze del beneficiario. L’amministrazione di sostegno, quindi, segue una filosofia opposta a quella dell’interdizione e dell’inabilitazione. Le limitate funzioni dell’AdS non incidono totalmente sulla vita della persona beneficiaria, qualsiasi atto menzionato nel Decreto del G.T. dovrà essere assunto dall’AdS, tenendo conto, degli interessi, dei bisogni e delle richieste espresse dal beneficiario, che potrà essere non soltanto colui che presenta disturbi psichici, ma anche alcolisti, tossicodipendenti, anziani, sordomuti, malati terminali e così via. Nulla, però, è precluso al Giudice Tutelare, di fare accertamenti, adeguare la procedura con maggiori garanzie difensive, nominare CTU, controllare i rendiconti dell’Amministratore che dovrà operare per la migliore felicità del beneficiario, agendo “con la diligenza del buon padre di famiglia”; con la possibilità, in caso di inadempimento, di essere sospeso, rimosso ed eventualmente condannato a risarcire i danni,  il tutto in perfetta sintonia con le attività delle strutture sanitarie e amministrative che devono fare la loro parte.

Pertanto, si ravvede la necessità di un immediato rimodellamento nell’ambito dell’Ordinamento Giuridico Italiano, in considerazione del livello di civiltà e sensibilità ormai raggiunto dalla nostra società, che attui l’eliminazione degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione, ormai “vetusti” e appartenenti ad un’altra generazione, essendo ormai superati dal più progredito istituto dell’AdS che meglio si presta ad essere modellato sulla “ persona fragile” che ne beneficia, nel rispetto della sua persona.

La follia svela, dunque, un'inquietante compresenza di vita nella morte e la morte nella genialità, e questo mi porta a fare un’ultima considerazione, se pensiamo, che nella vita delle persone “sane”, molti dei “folli” sono considerati come persone uniche nella loro genialità, nonostante la vita travagliata che hanno vissuto o che vivono e che, comunque, non ha impedito loro di esprimersi. Forse è questo che bisogna far riemergere oggi nel malato di mente, quando è possibile, la parte del bicchiere che ci permette di apprezzare e di far realizzare il soggetto “folle”,  scoprire forse quel “genio” nascosto, e riconsiderarlo “persona” nella sua piena accezione. Ma per fare ciò bisogna utilizzare strumenti normativi che permettono di rispettare tali finalità, ormai accettate e riconosciute dalle più avanzate società civili. Queste finalità potranno essere raggiunte con un intervento legislativo che riformuli il codice civile, nella parte che disciplina gli istituti dell’interdizione legale e dell’inabilitazione, oltre all’art. 32 del codice penale, che disciplina l’interdizione legale agli stessi collegato, sostituendoli pertanto con l’istituto dell’Amministrazione di Sostegno. 

Riporto qui di seguito una significativa frase scritta da Friedrich Nietzsche: 

“Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica”