Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Valeria De Franco - 09/02/2020

Stabilizzazione di personale presso la Pubblica Amministrazione quando è possibile? Consiglio di Stato, Sez. III, del 3 febbraio 2020 n. 872.

Secondo la pronuncia in esame solo quando l’interessato non è titolare di un contratto di lavoro a tempo indeterminato presso una Pubblica Amministrazione. Questo è quanto afferma recentemente il Consiglio di Stato che ha ritenuto valida la clausola di un bando di concorso che precludeva la partecipazione al medesimo da parte di personale già occupato presso altra amministrazione pur essendo in possesso dei requisiti di partecipazione.

Il caso di specie riguardava una candidata che incorreva nella condizione ostativa prevista dal bando, il quale richiedeva che i candidati non fossero titolari di un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato presso la P.A. sia alla data di scadenza della presentazione delle domande che alla data dell’eventuale assunzione. Mentre, la candidata in questione risultava già assunta a tempo indeterminato presso i ruoli della Polizia Municipale sebbene con inquadramento in posizione e livello inferiori rispetto a quelli oggetto della procedura selettiva, con la conseguenza che la prescritta clausola di esclusione non le consentiva di poter concorrere al concorso in questione. La candidata “mancata” proponeva pertanto ricorso impugnando il bando di concorso deducendone illegittimità e irragionevolezza nella parte in cui non limitava l’effetto della clausola escludente ai soli dipendenti a tempo indeterminato in quadrati in un profilo professionale equivalente o superiore a quello oggetto di stabilizzazione.

Il giudizio di primo grado veniva definito dal TAR per il Lazio con la sentenza n. 10153/2018 che accoglieva il ricorso proposto dalla candidata declarando la illegittimità in parte qua della clausola di esclusione poiché: “penalizza in maniera ingiustificata chi, pur avendo i requisiti per accedere alla stabilizzazione, al momento della scadenza del termine di presentazione della domanda di partecipazione alla procedura ha un rapporto presso una pubblica amministrazione con qualifica e trattamento economico e/o giuridico inferiore a quello che potrebbe conseguire con la stabilizzazione prevista dall’articolo 20 del d.lgs. n. 75/2017” . A seguito di questa pronuncia la candidata veniva ammessa alle prove orali della procedura selettiva, superandole e acquisendo l’idoneità all’assunzione nel profilo professionale di “Funzionario amministrativo”, V livello professionale.

Di converso, la P.A. che aveva bandito il concorso impugnava la sentenza che definiva il giudizio di primo grado, chiedendone la riforma e sostenendo che: “l’obiettivo perseguito dal legislatore con l’articolo 20, comma 2, del d.lgs. n. 75/2017, consiste nel superamento del precariato sicché, rispetto a tale obiettivo prioritario, le ulteriori finalità pure espressamente richiamate dalla medesima disposizione di legge, e precisamente “la valorizzazione della professionalità acquisita dal personale con rapporto di lavoro a tempo determinato”, assumerebbero “valore di passi successivi e presupponenti il primo”. Difatti, secondo il Collegio giudicante la legge è chiara nell’individuare la platea degli aspiranti alla stabilizzazione tra i soggetti “precari”, così intesi in quanto titolari, ad oggi o in passato, di soli rapporti non stabili; il che permette di affermare, che la stabilizzazione non può essere intesa come una forma di riconoscimento degli anni di lavoro a tempo determinato già espletati e, dunque, come uno strumento di mera valorizzazione dell’esperienza acquisita quale titolo per l’inquadramento. Al contrario, essa si delinea come un meccanismo di passaggio da una condizione di lavoro temporaneo (pregressa o ancora in essere) ad una condizione di lavoro a tempo indeterminato, sicché, cessata la prima posizione (come nel caso di specie, in cui il lavoratore abbia conseguito un contratto a tempo indeterminato e abbia abbandonato il precedente contratto a tempo determinato), non vi è più margine per poter accedere alla procedura riservata; deve quindi ritenersi che la partecipazione alla procedura di stabilizzazione di dipendenti già in servizio a tempo indeterminato presso una pubblica amministrazione entra in contraddizione con la “ratio” della norma, alterandone il carattere speciale di reclutamento ristretto ai dipendenti in servizio “precari”, in quanto titolari di contratti a tempo determinato. D’altronde, se così non fosse, la procedura, potrebbe essere utilizzata per operazioni di mero reinquadramento migliorativo di soggetti già dipendenti a tempo indeterminato di una P.A., relegando a mera eventualità l’obiettivo del superamento del precariato, che risulta invero essere l’obiettivo primario da conseguire, con la conseguenza che risulterebbe frustrata la finalità fondamentale che giustifica la specialità e la peculiare denominazione del meccanismo di assunzione riservato.

Secondo il Consiglio di Stato l’interpretazione fornita dal Tar, se accettata, finirebbe per determinare una discriminazione in danno della categoria di soggetti che la legge intende prioritariamente proteggere, ponendo iniquamente sullo stesso piano soggetti titolari e soggetti privi di un rapporto di lavoro stabile; e consentendo all’aspettativa dei primi di ottenere un posto migliore e più qualificante e di prevalere sull’interesse primario dei secondi a conseguire un rapporto di lavoro stabile.

In conclusione il Consiglio di stato accoglie il ricorso affermando che: “l’obiettivo perseguito dal legislatore con l’articolo 20, comma 2, del d.lgs. n. 75/2017, consiste nel superamento del precariato; e che rispetto a tale obiettivo prioritario, gli ulteriori obiettivi pure espressamente richiamati dalla medesima disposizione di legge, e tra questi “la valorizzazione della professionalità acquisita dal personale con rapporto di lavoro a tempo determinato”, assumono “valore di passi successivi e presupponenti il primo”