Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 30/12/2018

Stato di necessità: costrizione e proporzionalità quali elementi costitutivi del c.d. fatto necessitato - seconda parte -

La proporzione tra fatto e pericolo è da valutarsi in modo certamente più rigoroso che rispetto alla legittima difesa, in cui viene lesa la sfera giuridica dell’aggressore e non di un terzo incolpevole.

La dottrina contemporanea ha definitivamente abbandonato il datato orientamento secondo il quale la proporzione andrebbe accertata raffrontando i mezzi disponibili e quelli effettivamente usati dall’aggredito: tale tesi risulta, d’altra parte, palesemente incompatibile con il dato normativo, non potendosi in alcun modo identificare i mezzi impiegati con la “offesa” e i mezzi disponibili con la “difesa” - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Nel rispetto della terminologia utilizzata dal legislatore che, nel riferirsi alla proporzione, contrappone il pericolo al fatto, la dottrina attualmente dominante interpreta la proporzione come quel limite invalicabile che impone che il bene, o l’interesse da tutelare, sia di valore superiore o tutt’al più equivalente rispetto a quello che viene offeso.

Gli studiosi del diritto, così argomentando, fanno leva sul principio del bilanciamento degli interessi e abbracciano una lettura scriminante dell’art. 54 c.p.: così, ad esempio, è stato deciso che, ai fini della sussistenza o meno del reato di violenza privata, la coazione deve ritenersi giustificata non solo quando ricorra una delle cause di giustificazione previste dagli art. 51-54 c.p., ma anche quando la violenza o la minaccia sia adoperata per impedire l'esecuzione o la permanenza di un reato; invece, la violenza o la minaccia sono punibili se con essi si voglia costringere altri ad adempiere ad un dovere giuridico o ad astenersi da una condotta genericamente illecita o immorale; però, anche nella prima ipotesi, quando cioè la coazione sia usata per impedire la commissione di un reato, non può prescindersi da un criterio di proporzionalità tra il mezzo adoperato e il reato che si intendeva impedire: nella specie, relativa a rigetto di ricorso, gli imputati, che armati di crick e spranghe di ferro avevano aggredito e ferito altri giovani di opposta fazione politica, avevano sostenuto che intendevano impedire la perpetrazione del reato di affissione di stampati al di fuori degli appositi spazi, contravvenzione peraltro depenalizzata.

D’altro canto, anche il criterio della proporzione fra i beni si rivela, in realtà, insufficiente, poiché, di per sé considerato, non tiene conto di tutte le circostanze caratterizzanti la vicenda aggressiva e difensiva; per questa ragione alcuni autori (tra i quali Fiandaca, Musco, Bellagamba) sostengono occorra integrare il raffronto del valore dei beni coinvolti con la comparazione dei rischi, rispettivamente incombenti sul bene da salvaguardare e su quello aggredito, comparazione da accertarsi ex ante, attraverso il criterio della c.d. prognosi postuma; questo orientamento dottrinale poggia su molteplici considerazioni, prima fra tutte la nozione stessa di pericolo, che implica di per sé la previsione della possibilità che l’azione tenuta possa risultare ex post non necessaria a scongiurare il rischio di lesione per il bene minacciato: il giudizio sulla sussistenza del pericolo è, per definizione, di tipo prognostico, che si risolve necessariamente nella previsione di accadimenti futuri la cui verificazione è, al momento dell’azione, ancora incerta.

Si deve notare, inoltre, come il concetto di proporzione, tra danno economico minimo arrecato all’incolpevole e risultato concreto ottenuto dall’attore, abbia in più di qualche occasione autorizzato la giurisprudenza a considerare configurata l’ipotesi di cui all’art. 54 c.p. anche nei casi nei quali più di qualche dubbio sorga in relazione all’esistenza degli ulteriori presupposti richiesti dalla norma (danno grave alla persona, inevitabilità, non volontaria causazione del pericolo e attualità di quest’ultimo); così, nei casi di cittadino straniero che abbia violato la normativa “SIAE”, al fine di trovare sostentamento dal commercio di compact disc a prezzo ridotto: a tal proposito è stato deciso che la condotta di detenzione per il commercio di duecentoundici compact disc, contenenti opere musicali o multimediali e privi del contrassegno della Siae, posta in essere da un cittadino straniero in violazione dell'art. 171 ter commi 1 lett. d e 2 lett. a l. 22 aprile 1941, n. 633, e nello svolgimento di attività abusiva di commercio ambulante per le vie cittadine, deve essere ritenuta giustificata ai sensi dell'art. 54 c.p., se lo straniero ha agito perché costretto dalla necessità di trovare in detto commercio la sua unica fonte di reddito e di sostentamento in Italia; siffatta condotta, invero, risulta necessitata se l'agente - trovatosi a vivere in Italia in un momento storico in cui la legislazione riguardante i lavoratori stranieri è oltremodo carente ed il mercato del lavoro versa in uno stato caotico - non ha rinvenuto fonti alternative di reddito ed ha dovuto svolgere detto commercio, operando da venditore ambulante abusivo, per sopravvivere; e la condotta in parola è proporzionata al pericolo di danno economico minimo arrecato ai produttori dei supporti musicali e multimediali ed agli autori dei brani musicali e dei prodotti multimediali abusivamente posti in commercio.

In ambito penale, si segnala inoltre come il requisito della proporzione non sia, al contrario, richiesto per l’applicazione dell’attenuante della provocazione.

Si noti, infine, come non vi sia ovviamente alcun motivo per non applicare la scriminante in oggetto nei casi in cui l’agente versasse nell’erroneo convincimento di trovarsi in una situazione di pericolo, sempre che l’erronea opinione sia fondata su dati di fatto concreti: naturalmente, l'erronea opinione della sussistenza della situazione di necessità non deve basarsi su un criterio meramente soggettivo, riferito cioè al solo stato d'animo dell'agente, bensì su dati di fatto concreti che, se pur non idonei a realizzare quelle condizioni di fatto che farebbero scattare l'esimente, siano tali da giustificare l'erroneo convincimento di trovarsi in una situazione di pericolo.

Un breve cenno merita anche la distinzione ed il rapporto intercorrente fra il soccorso di necessità, disciplinato dall’art. 54 c.p., e l’obbligo di soccorso, sancito dall’art. 593 c.p. che disciplina il reato di omissione di soccorso; il dato macroscopico, che differenzia le due figure, è costituito dalla circostanza in base alla quale, mentre nel soccorso di necessità l’intervento ad adiuvandum  interviene nel momento in cui incombe ancora la situazione di pericolo, nel reato di omissione di soccorso la situazione di pericolo è ormai passata; di più, per la migliore dottrina, vi è facoltatività ex art. 54 c.p. nel primo caso; obbligo nel caso dell’art. 593 c.p..

L’analisi del soccorso di necessità, di cui all’art. 54 c.p, e dell’obbligo di soccorso sancito dall’art. 593 c.p, dimostra come le due figure possano considerarsi affini, ma certamente ben delineate nei loro contorni e non sovrapponibili: il discrimine fra esse poggia essenzialmente sul grado di esigibilità dell’intervento di soccorso; è stato anche detto che il soccorso di necessità inizia laddove termina l’obbligo di soccorso: quando cioè il soggetto agente, per prestare assistenza a chi versi in stato di pericolo, esponga la sua stessa persona al rischio di danno grave, allora il soccorso è facoltativo, quando invece non sussiste alcun pericolo per il soccorritore, allora il soccorso diventa obbligatorio, e la sua omissione configura il reato di cui all’art. 593 c.p..

Nella scriminante di cui all’art. 54 c.p., infatti, il soccorso è meramente facoltativo, in quanto il soggetto agente, intervenendo in un momento in cui il pericolo di danno grave alla persona è ancora in atto, espone se stesso ad un pericolo; nel caso, invece, in cui sussistano i presupposti di cui all’art. 593 comma 2 c.p. il soccorso diventa obbligatorio, poiché il soggetto si trova ad agire quando la situazione di pericolo è ormai passata e nessun rischio incombe sulla sua persona.