Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Redazione P&D - 05/01/2019

Stato di necessità: costrizione e proporzionalità quali elementi costitutivi del c.d. fatto necessitato - terza parte -

Il carattere facoltativo che caratterizza il soccorso di necessità, apre interessanti spunti critici in merito all’applicabilità della scriminante in esame, nelle ipotesi di chi si rifiuti di ricevere assistenza e, in generale, manifesti una volontà contraria all’intervento - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -: la Giurisprudenza si dimostra incerta nell’applicare la scriminante del soccorso di necessità nei casi, ad esempio, dell’alimentazione forzata di detenuti che per protesta attuano lo sciopero della fame o dei soccorsi prestati ai tossico dipendenti all’interno delle comunità; favorevole all’applicabilità della scriminante di cui all’art. 54 c.p., la Corte d’Appello di Bologna che, con sentenza del 28.11.1987, ha riconosciuto ricorrenti tutte le condizioni volute dalla legge per l’integrazione dello schema del soccorso di necessità (pericolo attuale di danno grave alla persona, altrimenti non evitabile), scriminante il reato di sequestro di persona, nel caso in cui la privazione della libertà personale nei confronti dei tossicodipendenti sottoposti a programma terapeutico in comunità chiusa sia stata imposta per impedire il pericolo di fuga, più volte minacciata, che sarebbe equivalso al ritorno all’uso della droga; così statuendo, la Corte ha completamente rovesciato il ragionamento effettuato dai giudici del primo grado, i quali avevano invece escluso la configurabilità della scriminante per i reati commessi nei confronti dei tossicodipendenti accolti nella comunità; di particolare interesse, anche in considerazione dell’eco conseguito alla pronuncia de quibus, il contenuto delle sentenze 16.02.1985 del Tribunale di Rimini e 28.11.1987 della Corte di appello di Bologna.

Schematicamente, la sentenza di primo grado ha così affrontato e deciso le problematiche sottoposte alla sua attenzione: i delitti di sequestro di persona e di maltrattamenti commessi nei confronti di ricoverati in comunità terapeutica "chiusa" non sono scriminati dall'erronea supposizione dello stato di necessità, non potendosi ritenere errore logicamente scusabile quello vertente sulla legittimità di attuare restrizioni della libertà e vessazioni nei confronti di tossicodipendenti; i delitti di sequestro di persona e di maltrattamenti commessi nei confronti di ricoverati in comunità terapeutica "chiusa" non sono scriminati dalla necessità di impedire a tossicodipendenti in fase di svezzamento di abbandonare la comunità, posto che il loro ritorno in ambiente libero non è di per sé foriero di conseguenze funeste, malgrado il nocumento alla salute e il danno alla società; integra il delitto di sequestro di persona il trattenere con la forza soggetti tossicodipendenti, impedendo loro di allontanarsi dalla comunità terapeutica "chiusa" nella quale aveva accettato di entrare, a tal fine segregandoli in appositi locali e talvolta incatenandoli; i delitti di sequestro di persona e di maltrattamenti, commessi in danno di tossicodipendenti sottoposti in comunità "chiusa" a programmi terapeutici inclusivi di restrizione della libertà e trattamenti vessatori, non sono scriminati dal consenso del ricoverato, poiché il consenso medesimo è invalido quando concerna la soppressione della libertà personale o limitazioni così gravi di sminuire in modo notevole la funzione sociale dell'individuo; integra il delitto di maltrattamenti, e non quello di abuso dei mezzi di correzione, il    sottoporre soggetti tossicodipendenti, già illecitamente trattenuti in una comunità terapeutica "chiusa", ad un'azione sistematica ed abituale diretta ad imporre il rispetto della disciplina della comunità con mezzi totalmente illeciti, quali ingiurie, percosse, segregazione in ambienti malsani ed altre vessazioni; possono concedersi le attenuanti generiche ad imputati dei delitti di sequestro di persona e di maltrattamenti commessi nei confronti di tossicodipendenti illecitamente trattenuti in comunità terapeutica "chiusa", tenuto conto della complessiva validità dell'istituzione e dell'aiuto efficacemente prestato a molti soggetti in difficoltà.

La pronuncia d’appello prende posizione, per quanto di interesse, sulle seguenti tematiche, ripartendo ordinatamente la pronuncia per argomenti: il consenso dell’avente diritto, reale o putativo, lo stato di necessità, la putatività nello stato di necessità e l’eccesso colposo nello stato di necessità.

Quanto allo stato di  necessità, la Corte ritenne che, per completezza, fosse opportuno rilevare come, in tutti i casi esaminati, potesse fondatamente invocarsi anche la scriminante dello stato di necessità, senza nemmeno far ricorso al «putativo» ex art. 59, ultimo comma, c.p.; questo, per punti, il ragionamento proposto: (1) l’elemento psicologico del delitto di sequestro di persona è fatto consistere da autorevolissima dottrina «nella volontà (originaria o sopravvenuta) cosciente e libera e nell’intenzione di compiere il fatto illegittimo contro l’altrui interesse relativo alla attuabilità della propria libertà di movimento», sottolineandosi «la coscienza dell’illegittimità del fatto», «quantunque codesta illegittimità sia un carattere obiettivo del reato»; e la stessa dottrina ricorda come fosse stato soppresso l’avverbio «illegittimamente» presente nel codice del 1889, perché, secondo la relazione ministeriale sul progetto del codice penale vigente, «la illegittimità dell’azione è, per così dire, un presupposto logico»; (2) secondo la previsione dell’art. 54 c.p., la non punibilità dell’agente è collegata alla sussistenza di un «pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proprozionato al pericolo»; (3) tutte le persone offese compiutamente indicate nei capi di imputazione relativi ai sequestri di persona sono risultate dedite all’uso di stupefacenti, compresa l’eroina (di cui alla tabella I dell’art. 12 l. 22 dicembre 1975 n. 685), sui cui effetti assuefativi e devastanti della personalità non è il caso di indugiare, tanto sono ormai noti nella società e, in particolare, nelle aule giudiziarie della magistratura di merito: senza minimizzazioni o catastrofismi di maniera, è certo che l’assunzione di eroina rechi grave danno alla persona per il progressivo dilatarsi delle dosi necessarie a colmare la brama irresistibile di detta sostanza, con ogni prevedibile conseguenza; (4) la tossicomania indica uno stato, ma anche una tendenza perdurante nel tempo se non arrestata da un risveglio della coscienza e della volontà, sorretta necessariamente dall’esterno ad opera delle giuste persone: la natura tendenzialmente permanente di quello stato fa riconoscere un altro requisito indicato dall’art. 54 c.p., vale a dire l’attualità del pericolo, dal quale salvare – con le giuste terapie – chi di quella sostanza faccia incontrollabile uso e può ben dirsi che non è una mera coincidenza la comune natura permanente del reato di «sequestro di persona» e della tossicodipendenza; (5) altro dato singolare che ricorre nei casi esaminati alla stregua della sussistenza dei requisiti voluti dalla legge perché sussista lo stato di necessità è dato dal fatto che è lo stesso soggetto passivo del reato (da giustificare) ad essersi posto in pericolo volontariamente con la progressiva assunzione della droga, mentre solitamente il danneggiato da chi abbia agito in istato di necessità è del tutto incolpevole, tanto da essere ritenuto meritevole dalla legge civile (art. 2045 c.c.) di un’indennità, la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del giudice: ora, anche questo dato concorre a fare apprezzare la proporzione fra il bene sacrificato (la temporanea privazione della libertà personale) ed il pericolo del danno grave alla persona, tanto più che – singolarmente – è lo stesso soggetto in pericolo a vedere sacrificato un suo bene; (6) più delicato è, infine, l’esame della ricorrenza dell’ultimo requisito richiesto dall’art. 54 c.p., cioè l’evitabilità del pericolo: la corte non ignora che un certo orientamento anche della Cassazione è nel senso che «la moderna organizzazione sociale, venendo incontro con diversi mezzi ed istituti agli indigenti, agli inabili al lavoro ed ai bisogni in genere, elimina per costoro il pericolo di restare privi di quanto occorre per le loro cure ed il loro sostentamento quotidiano», facendo così escludere che lo stato di bisogno possa integrare l’esimente di cui all’art. 54 c.p.; deve, tuttavia, osservarsi come anche autorevoli parlamentari nel corso dell’istruttoria dibattimentale di primo grado abbiano dovuto convenire circa i ritardi e l’inadeguatezza delle strutture pubbliche a fronteggiare il gravissimo fenomeno della tossicodipendenza, così da accentuarne la drammaticità e da avvalorare il senso di frustrazione e di impotenza dei diretti interessati e delle loro famiglie: è del resto noto come i nuovi fenomeni emergenti, specie se di vaste dimensioni, non trovino spesso pronta ed adeguata risposta nella legislazione vigente, per non parlare delle strutture amministrative effettivamente operanti; non è peraltro casuale che solo di recente lo Stato abbia preso atto del ruolo, pressoché necessitato, delle «associazioni di volontariato, cooperative e privati», garantendo, a date condizioni, «la erogazione di contributi finalizzati al sostegno delle attività di prevenzione e reinserimento dei tossicodipendenti» (così la rubrica della l. 21 giugno 1985 n. 297); (7) si aggiunga, inoltre, quanto è emerso dalle numerosissime testimonianze di familiari di tossicodipendenti, che hanno riferito degli innumerevoli tentativi (spesso anche costosissimi) fatti, prima di rivolgersi alla comunità di San Patrignano, per risolvere o, almeno, affrontare con qualche speranza il problema: non può quindi dirsi che il pericolo in questione fosse «altrimenti» evitabile, avuto riguardo alle possibilità offerte «dalla moderna organizzazione sociale» e sanitaria; si tenga conto che il pericolo di cui si parla è quello del grave danno alla persona per effetto della constatata irrinunciabilità alla riassunzione della droga (eroina, nella specie): non si deve, infatti, cadere nell’errore di considerare l’inciso «altrimenti evitabile» come riferito al sacrificio del bene (nella specie la libertà personale entro ragionevoli limiti), in quanto questo aspetto è dalla norma tenuto presente laddove si occupa di quella «proporzione» tra fatto e pericolo, di cui s’è già detto; gli episodi di sequestro prima esaminati, attraverso la considerazione delle singole vicende personali, evidenziano, quindi, al di là del consenso prestato, la ricorrenza anche dello stato di necessità per la manifestata intenzione di fuga: fuga che equivaleva a ritorno all’uso di eroina; (8) tutte le considerazioni fatte circa la ricorrenza dello stato di necessità valgono anche per i sequestri di persona; in questi casi le modalità poste in essere per impedire loro la fuga (incatenamenti o chiusure in ambienti assolutamente indecorosi e malsani) fanno escludere ogni rilevanza di un qualsivoglia consenso, in quanto, venendo in considerazione sic et simpliciter la dignità ed il rispetto della persona umana, si verte in tema di bene indisponibile, giusta tutto ciò che s’è detto prima.

Quanto alla putatività dello stato di necessità, la Corte affermò come il dato comune ricavabile dalle posizioni dei tossicodipendenti fosse che la segregazione loro imposta era strettamente legata alla necessità di impedire loro il drammatico ritorno all’eroina, come i fatti hanno dimostrato; questo il ragionamento proposto: (1) riprendendo gli argomenti già svolti per dimostrare la ricorrenza (e, a fortiori, la putatività, cioè la ragionevole convinzione della ricorrenza) dello stato di necessità, mentre non appare facilmente contestabile che l’uso dell’eroina costituisca un pericolo di danno grave alla persona, quanto al requisito della attualità deve osservarsi che spesso, anche dalla giurisprudenza della Suprema corte, si fa coincidere tale concetto con quello di incombenza o di immanenza, che però sembra gravare la formula usata dal legislatore di un quid pluris inespresso, in quanto l’attualità esprime solo la presenza di quel pericolo ed in questi termini il ritorno all’eroina appare integrare l’attualità di quel pericolo; (2) è, a questo punto, importante ribadire un fatto, per quanto scontato sia, che talora è stato dimenticato: la scelta di recarsi a San Patrignano, da parte di tutti i soggetti passivi dei reati di sequestro di persona addebitati agli imputati, è stata del tutto autonoma e volontaria e giammai sollecitata dagli operatori della comunità: in questo senso il «diritto all’autodeterminazione dei tossicodipendenti» (come si esprime l’art. 1 bis della citata l. 21 giugno 1985 n. 297) era perfettamente rispettato ancor prima che una legge – sul punto invero in maniera del tutto pleonastica – lo ponesse come condizione per l’erogazione dei contributi statali a soggetti privati; ma «autodeterminazione» significa scelta volontaria di curarsi e quindi anche accettazione di quel minimum di costrizioni atte ad impedirsi il ritorno alla droga: perciò si ripropone il problema della c.d. revoca del consenso, già preso in considerazione trattando di questa particolare causa di giustificazione: è evidente che il tossicodipendente è, per così dire, autodeterminato «per destinazione» a tornare alla droga; non si può non considerare la formula usata dal legislatore come scelta di curarsi o no; pertanto la c.d. revoca del consenso in corso di cura è talmente prevedibile (la terapia consiste infatti proprio nell’evitare il ritorno alla droga) che non può – evidentemente entro limiti di tempo ragionevoli – farsi rientrare semplicisticamente nel suo «diritto all’autodeterminazione (3) la ragionevolezza dei tempi di terapia non può certo essere fissata in via generale (meno che mai con una sentenza penale), ma può essere oggetto di concreta verifica caso per caso, eventualmente anche dal giudice penale con l’ausilio di periti, avuto riguardo alla specificità di una singola vicenda personale: in ciò sta – come si è già accennato – la garanzia del rispetto di quel «diritto all’autodeterminazione dei tossicodipendenti» voluto dal legislatore, per scongiurare quello che (invero per altri casi) è stato definito l’accanimento terapeutico; può anche darsi che quanto detto possa essere inquadrato nello schema definito da alcuni studiosi «contratto terapeutico», ma è certo che l’autodeterminazione del tossicodipendente di farsi curare, cioè di accettare la terapia offertagli da altri, implica una scelta autolimitativa, che non può essere, al primo inevitabile richiamo istintivo alla droga, revocata in nome di un’autodeterminazione, il cui sapore di farsa non dovrebbe sfuggire a nessuno (4) nel caso di specie, può ravvisarsi l’esistenza della causa di giustificazione della necessità putativa ex art. 59, ultimo comma, c.p.: il fondamento della putatività della scriminante in oggetto è da ricercare nell’«erroneo convincimento degli imputati di essere stati a ciò (segregando e incatenando) costretti dalla necessità di salvare i tossicodipendenti ospiti della comunità S. Patrignano dal pericolo attuale di un grave danno alla persona, costituito dal ritorno all’assunzione di eroina e dalle relative conseguenze fisiche, sociali e anche criminali.

Quanto all’eccesso colposo dello stato di  necessità, la Corte ritiene autonoma la questione relativa alle modalità adottate per la temporanea privazione della libertà personale in funzione della terapia autolimitativa liberamente accettata, operando il seguente ragionamento: (1) una volta accertato che ricorressero tutte le condizioni volute dalla legge per l’integrazione dello schema legale dello stato di necessità nei casi da ultimo considerati per l’evidente pericolo incombente su quei soggetti specifici, ove lasciati liberi di fuggire (come avevano fatto o manifestato di fare per andarsi a «bucare»), ritiene la corte che le modalità attuative della limitazione della libertà personale di cui s’è detto siano state frutto di un eccesso: in altri termini è stato fatto uso di mezzi esorbitanti e perciò gravemente censurabili, in quanto apportatori di squilibrio rispetto al fine di salvamento; (2) non sembra peraltro corretto addebitare agli imputati di avere accolto quei disperati, nonostante la prevedibile insufficienza dei mezzi a disposizione, perché la valutazione deve essere fatta ex ante: quando erano stati accolti non si prevedeva certo di dovere ricorrere a quei mezzi sproporzionati e quando se ne manifestò l’esigenza si ritenne per colpa di non potere fare diversamente; significativa appare a questo proposito la risposta data da uno degli imputati al g.i.: «Di fronte al gran numero di persone che chiedono di entrare e che fuori morirebbero, abbiamo sovente superato i limiti che noi stessi ci eravamo imposti. Io non me la sento di dire di no a uno che ha fatto la mia stessa vita» (3) sembra quindi giuridicamente appropriato il richiamo fatto alla previsione di cui all’art. 55 c.p., in relazione al citato art. 54: gli imputati non sono perciò punibili, non essendo previsto il reato di sequestro di persona colposo; (3) particolare attenzione merita, da ultimo, il caso relativo al il reato di sequestro di persona tossicodipendente minorenne al tempo della fuga: il caso, rileva la Corte, presenta molti tratti in comune con altri episodi di temporanea limitazione della libertà personale, per cui varrebbe anche la causa di giustificazione dello stato di necessità, secondo l’opinione accolta e già motivata dal collegio; è certo infatti che la ragazza (non ancora diciassettenne al tempo della fuga) aveva fatto uso anche di eroina prima di essere stata affidata dai genitori a Muccioli: e che dopo la denunzia e la fuga da S. Patrignano aveva ripreso a «bucarsi», dopo avere venduto gli orecchini; finendo per ritornare a San Patrignano da maggiorenne; la ragazza ha dichiarato di essersi prostituita ed anzi rendeva nota che «la sua vocazione era di andare a fare la puttana»; Muccioli, avendo saputo la cosa, l’aveva chiusa a chiave in una stanza al massimo per un’ora di notte perché non fuggisse ed in attesa dell’arrivo del padre che aveva informato telefonicamente; ora, anche ad ammettere che la «segregazione» della minorenne sia stata più ampia di quella ammessa dal Muccioli, deve ammettersi che questi ebbe a comportarsi come il padre della ragazza, esercitando il diritto-dovere di impedirle di fuggire, conoscendo lo scopo dichiarato della fuga (andarsi a prostituire per disporre dei soldi necessari all’acquisto della droga); il Muccioli veniva dichiarato non punibile del delitto di cui sopra ai sensi dell’art. 54 c.p..