Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Redazione P&D - 07/08/2018

Stato di necessità: responsabilità amministrativa, locazione, circolazione, servizio pubblico, lavoro subordinato - RM

La giurisprudenza ha dedotto, in tema di stato di necessità, nelle seguenti ipotesi riguardanti il giudizio di responsabilità amministrativo-contabile, sostenendo che sussiste l'opportunità di sospendere il giudizio di responsabilità amministrativo - contabile in pendenza di processo penale per gli stessi fatti quando in tale ultima sede vi sia stata una precedente costituzione di parte civile dell'amministrazione danneggiata e quando ivi l'imputato abbia invocato a sua scriminante l'esistenza di uno stato di necessità, rilevante sotto il profilo risarcitorio ai sensi dell'art. 2045 c.c. - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -; contratto di locazione, chiarendo che la necessità idonea, ai sensi del combinato disposto degli art. 73 della legge n. 392 del 1978 ed 1-bis della legge n. 93 del 1979, a consentire il recesso del locatore di immobile adibito ad uso non abitativo, deve essere intesa in senso non assoluto ma relativo e, pertanto, deve corrispondere non alle situazioni delineate dagli art. 2045 c.c. e 54 c.p. ma ad una rilevante esigenza del soggetto per il quale viene invocata, determinata da apprezzabili esigenze di vita e di lavoro (nella specie, l'attività professionale di un figlio medico), che devono essere esaminate dal giudice attraverso la valutazione degli elementi obiettivi all'uopo offerti dal locatore; ancora articolo 2054 del codice civile e danno da circolazione stradale, decidendo che costituisce stato di necessità che esonera dalla responsabilità nascente dall'inosservanza dei limiti di velocità il fatto di superare tali limiti al fine di trasportare un malato all'ospedale con la massima urgenza.

Gli estremi logico-giuridici dello stato di necessità possono esser integrati, ancora, dall'assoluta necessità di evitare la paralisi di un servizio, indispensabile per il funzionamento di un'attività pubblica, quale può essere, ad esempio, l'esigenza grave, inderogabile e indilazionabile (comprovata tale) di assicurare il funzionamento di una biblioteca universitaria con personale professionalmente qualificato: così, è stato deciso che l'assoluta necessità di evitare la paralisi di un servizio indispensabile per il funzionamento di un'attività pubblica (scientifica e didattica) integra gli estremi logico-giuridici dello stato di necessità di cui all'art. 2045 c.c. e, pertanto, l'esigenza grave, inderogabile e indilazionabile (comprovata tale) di assicurare il funzionamento di una biblioteca universitaria con personale professionalmente qualificato, in presenza di norma che prevede la possibilità di tali accadimenti eccezionali, rende insussistente ogni danno derivante dalla retribuzione del personale in parola, indipendentemente da ogni considerazione sulla legittimità o meno dell'atto di assunzione.

Anche in ambito di lavoro subordinato può trovare applicazione l'istituto de quo, specie in occasione di occupazione dell'azienda ad opera di una parte delle maestranze - con impedimento frapposto da queste, alla prosecuzione dell'attività aziendale, quale causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa dei dipendenti non occupanti -, ma a favore del datore di lavoro e non certo per scriminare l'atteggiamento tenuto dai dipendenti occupanti - nella sentenza che segue, ad esempio, il giudice del merito aveva fatto risalire l'occupazione e la conseguente requisizione dell'azienda al comportamento colpevole dell'imprenditore e, precisamente all'intimazione - ritenuta illegittima - di un licenziamento collettivo per riduzione di personale, applicando, poi, alla occupazione l'esimente dello stato di necessità: la Suprema Corte, testualmente,, ha così sentenziato proprio che non può essere applicata all'occupazione di azienda l'esimente dello stato di necessità giustificando l'occupazione con la necessità degli occupanti di evitare l'irreparabile danno derivante dalla perdita del posto di lavoro, allorquando gli stessi possono ottenere la reintegrazione rivolgendosi all'autorità giudiziaria; l'occupazione dell'azienda ad opera di una parte delle maestranze, con impedimento frapposto da queste alla prosecuzione dell'attività aziendale, quale causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa dei dipendenti non occupanti, non imputabile al datore di lavoro, che libera quest'ultimo dall'adempimento della obbligazione retributiva, è anche oggetto di ulteriore pronuncia secondo cui tale difetto di imputabilità non può disconoscersi in base alla sola circostanza che l'occupazione costituisce una forma di ritorsione contro un comportamento illegittimo dell'imprenditore, poiché, da un lato, è necessario accertare se la causa prossima abbia o non potuto interrompere il rapporto fra quella remota (condotta del datore di lavoro) e l'evento, ponendosi eventualmente come esclusiva rispetto a questo; e dall'altro lato la rilevanza della causa prossima (occupazione) non è preclusa dall'esimente dello stato di necessità, poiché l'occupazione non costituisce l'unico mezzo per la tutela dei diritti disconosciuti dal datore di lavoro, ottenibile in via giurisdizionale; si confronti, in argomento, anche altra pronuncia, ove è precisato come i casi di forza maggiore, ai sensi dell'art. 2045 c.c. e dell'art. 45 c.p., non possono identificarsi in situazioni che avrebbero potuto essere evitate mediante un responsabile intervento umano (nella specie, mediante la previsione di misure per la sostituzione di un lavoratore ammalato): la Suprema Corte, in tal contesto, esplicitamente afferma come l'art. 5 del r.d.l. 15 marzo 1923 n. 692 (convertito in l. 17 aprile 1925 n. 473 e integrato dalla l. 30 ottobre 1955 n. 1079) - il quale determina in due ore la durata massima del lavoro straordinario che saltuariamente (per disposizione dell'imprenditore ex art. 5-bis) o continuativamente (sull'accordo delle parti o in presenza di eccezionali esigenze produttive) può essere prestato in aggiunta all'orario normale (per cui il precedente art. 1 stabilisce il limite di otto ore) - sia norma di ordine pubblico, sanzionata anche penalmente (art. 9) e volta a tutelare la salute psicofisica del lavoratore, che è applicabile anche nel caso di aziende in cui si eseguono lavorazioni a ciclo continuo; per l’appunto, uniche deroghe consentite agli indicati limiti di orario normale e supplementare sono proprio quelle previste dall'art. 7 dello stesso decreto, che (oltre alle ipotesi in cui la cessazione del lavoro ad orario normale costituisca un pericolo e danno alle persone od alla produzione) indica i casi di forza maggiore, i quali, peraltro, ai sensi dell'art. 2045 c.c. e dell'art. 45 c.p., non possono identificarsi in situazioni che avrebbero potuto essere evitate mediante un responsabile intervento umano (nella specie, mediante la previsione di misure per la sostituzione di un lavoratore ammalato).