Famiglia, relazioni affettive - Separazione, divorzio -  Francesca Zanasi - 30/04/2019

Statuizioni economiche nello scioglimento delle Unioni Civili: Tribunale di Pordenone, ordinanza 13.3.2019.

Il fatto.

La signora A, unita civilmente alla signora B, depositava ricorso dinanzi al Tribunale di Pordenone per ottenere il divorzio da quest’ultima. Le due donne, legate sentimentalmente dal 2013 ed unite civilmente nel novembre 2016, poco dopo l’entrata in vigore della legge sulle unioni civili e le convivenze di fatto, avevano intrapreso un percorso di vita che aveva portato B a trasferirsi a Pordenone, luogo di residenza della compagna A, con conseguente modificazione delle proprie condizioni lavorative (nello specifico, l’accettazione di un lavoro meno retribuito), nell’ambito di un condiviso progetto di natura coniugale.
Il giudice, sentite le Parti e valutate le richieste, con propria ordinanza attribuiva a B, in via temporanea, un assegno di € 350,00 mensili, suscettibile di rivalutazione nel momento in cui una delle due civilmente unite lasci la casa coniugale.

In punto di diritto: lo scioglimento delle unioni civili.

Nel disciplinare lo scioglimento delle unioni civili, la legge 20 maggio 2016, n. 76 prevede significativi elementi di omologia e altrettanto notevoli differenze rispetto al matrimonio disciplinato all’interno del codice civile.
La prima e, verrebbe da dire, più significativa differenza in tema di scioglimento “è rappresentata dal fatto che (nelle unioni civili, n.d.s.)… non risulta contemplata la separazione personale di cui all’art. 3, comma 3, lett. b), l. n. 898/1970, la cui ininterrotta durata per il tempo minimo previsto per legge (in oggi ridotto a seguito della l. n. 55/2015, a sei o dodici mesi), costituisce la prevalente causa di divorzio. In altri termini, nell’unione civile si procede allo scioglimento «diretto» del vincolo”, avendo il Legislatore previsto una disciplina molto più simile a quella, ad esempio, di molti Paesi anglosassoni rispondendo a sentite “esigenze di snellezza delle relazioni giuridiche” (1).
Residua tuttavia, nella disciplina del 2016, un periodo che si potrebbe definire, mutuando il termine dal diritto degli appalti, di stand-still.
All’art. 1, comma 24 della legge 76/2016 è infatti previsto che l’unione civile si sciolga “quando le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile”. E’ perciò necessario che le Parti, congiuntamente o disgiuntamente, manifestino la propria volontà di interrompere il vincolo.
A far data dal momento della manifestazione della volontà delle Parti, decorre un termine trimestrale dopo il quale “potrà essere presentata la domanda «diretta» di scioglimento dell’unione civile… Il termine di tre mesi rappresenta uno spatium deliberandi, finalizzato a verificare la serietà dell’intendimento di sciogliere l’unione, piuttosto che di tentare una riconciliazione; esso è, per molti aspetti assimilabile, alla prolungata ed ininterrotta separazione legale” (2).
Al termine del periodo di tre mesi previsto dal comma 24, le Parti possono promuovere un giudizio che segue la disciplina del divorzio, con una prima fase Presidenziale, al termine della quale si potranno assumere provvedimenti provvisori, ed una vera e propria fase istruttoria di natura contenziosa.
E’ fondamentale sottolineare inoltre che la mancata applicazione della disciplina civile sulla separazione personale dei coniugi determina la preclusione per il Giudice di un qualsiasi accertamento relativo alla determinazione delle cause della crisi di coppia ai fini dell’addebito.
L’inammissibilità dell’addebito non svuota, in ogni caso, di significato il progetto condiviso di vita di coppia: la violazione dei doveri derivanti dall’impegno sancito dall’unione civile, come è facile intuire, può rilevare ai fini di un eventuale diverso procedimento volto ad ottenere il risarcimento del c.d. “danno endofamiliare”, consistente nella violazione dei diritti di rango costituzionale della persona, come la reputazione, la libertà personale, finanche la salute.

(1) Per le ultime citazioni, FIGONE, Lo scioglimento delle unioni civili e la risoluzione dei contratti di convivenza, in AA.VV., La nuova regolamentazione delle unioni civili e delle convivenze, 262, Giappichelli, Torino, 2016.
(2) FIGONE, op. cit..

Il reasoning del Tribunale alla luce delle Sezioni Unite 2018 in tema di assegno divorzile.

Nell’attribuire il contributo economico alla partner Resistente, il Giudice ha utilizzato gli argomenti esplicitati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel luglio 2018, nella sentenza n. 18287. Come ormai noto, gli ermellini erano stati chiamati a pronunciarsi sulle condizioni di attribuibilità dell’assegno di divorzio, in particolare dopo la sentenza di legittimità n. 11504/2017 che aveva defalcato il granitico parametro del tenore di vita in favore del diverso indice, di natura squisitamente assistenziale, rappresentato dalla mancanza di autonomia economica.
Con la sentenza 18287, la Suprema Corte offre una soluzione “mediata”, conciliando il nuovo parametro dell’autosufficienza economica con la nuova, e preminente, funzione riequilibratrice-perequativa attribuita all’assegno di divorzio, mettendo in tutta evidenza al centro del proprio ragionamento il principio di solidarietà sancito dagli artt. 2 e 23 Cost.
Ma il giudice di legittimità è andato ancora oltre, riconoscendo l’estensione di tali principi di matrice costituzionale anche alle unioni diverse dal matrimonio: “la giurisprudenza costituzionale ha, del resto, ancorato proprio all'art. 2 Cost. ed alla dignità costituzionale che assume la modalità relazionale nello sviluppo della personalità umana, il fondamento costituzionale delle unioni e delle convivenze di fatto (Corte Cost. n. 404 del 1988; 559 del 1989) estendendo ad esse, strumenti di tutela propri dell'unione matrimoniale…Lo stesso fondamento costituzionale è stato riconosciuto alle unioni omoaffettive (Corte Cost. n. 138 del 2010; Cass. 2184 del 2012) prima dell'entrata in vigore della I. n. 76 del 2016”.
Vi è di più. Nelle proprie motivazioni, le Sezioni Unite hanno attribuito significativa rilevanza al progetto familiare che informa l’unione civile, al pari del matrimonio: in particolare, estendendo in modo significativo i poteri di indagine del giudice di prime cure, il nuovo discrimen per il riconoscimento dell’assegno divorzile è determinato dall’accertamento del fatto che la “eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all'atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell'assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di cruciale importanza nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell'altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all'età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro” (3).
Non sorprende pertanto la decisione del Tribunale friulano di attribuire un assegno all’unito civile richiedente, sulla base degli elementi dedotti in giudizio:

  • La rilevante durata della relazione di coppia tra le due partner, di cui il giudice valuta anche la fase precedente all’unione civile contratta nel 2016, apparendo “altamente verosimile che nel corso della stabile convivenza delle parti in causa, con inizio già nell'autunno del 2013, siano state adottate dalla signora… decisioni in ordine al trasferimento della propria residenza ed alla attività lavorativa dettate non solo dalla maggior comodità del posto di lavoro rispetto ai luoghi di convivenza (Pordenone piuttosto che Mira), ma anche dalla necessità di coltivare al meglio la relazione e trascorrere quanto più tempo possibile con la propria compagna, non comprimendo il tempo libero con le ore necessarie per il trasferimento…” (4);
  • il palmare squilibrio reddituale tra le due donne, ricondotto a scelte operate in funzione dell’equilibrio di natura “coniugale”;
  • circa la quantificazione dell'assegno, il Presidente ha operato quella valutazione indicata dalla Cassazione 2018, poggiando la propria decisione del conferimento dell’assegno su ragioni di natura perequativa, stante l’effettiva perdita di chance derivante dalla rilocazione in altra città della signora B con relativa riduzione della retribuzione economica;

(3) Per le ultime citazioni, Cass., SS.UU., sent. n. 18287 del 11 luglio 2018.
(4) Pordenone, verbale udienza Presidenziale del 13 marzo 2019.

Conclusioni.

Il caso in esame rappresenta il primo orientamento dei giudici di merito, non soltanto in relazione ai nuovi criteri espressi dalla Corte di Cassazione, ma anche rispetto alla parametrazione di detti criteri ai primi casi di patologia delle coppie civilmente unite.