Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Redazione P&D - 24/09/2018

Successioni: caratteristiche precipue della rinuncia all’eredità - RM

Ai sensi dell'art. 519 c.c., dunque, costituiscono condizioni per la validità e l'efficacia di fronte ai terzi della rinuncia all'eredità la sua forma solenne (dichiarazione resa davanti a notaio o al cancelliere della pretura del mandamento in cui si è aperta la successione) e la sua iscrizione nei registro delle successioni; non è, invece, richiesto il successivo compimento dell'inventario (nel termine prescritto): quest’ultimo, in effetti, costituisce formalità logicamente e giuridicamente incompatibile con l'essenza e le finalità proprie del negozio di dismissione dell'eredità (così  Cass. sez. II, 30 ottobre 1991, n. 1634, GCM, 1991, fasc.10).

Il codice civile, inoltre, all’articolo 520, sanzione con la nullità qualsivoglia rinuncia fatta (1) sotto condizione o (2) a termine o (3) solo per parte.

La rinuncia, inoltre, quando è efficace – cfr. il volume "Manuale pratico per la successione ereditaria", R. Mazzon, Rimini 2015 -, è retroattiva, nel senso che chi rinunzia all'eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato (naturalmente, il rinunziante potrà comunque ritenere la donazione o domandare il legato a lui fatto, sempre sino alla concorrenza della porzione disponibile, salve le problematiche legate alla legittima ed espresse negli articoli 551 e 552 del codice civile: cfr., amplius, il capitolo nono del volume citato).

Così, esemplificando, con l’avvenuta dichiarazione di rinuncia alla eredità, i figli del soggetto convenuto devono essere considerati come mai chiamati alla successione paterna ai sensi del 1° comma art. 521 c.c. e, pertanto, deve ritenersi esclusa a loro carico la trasmissione dell'obbligazione risarcitoria

“che potrebbe estendersi agli eredi soltanto qualora vi fosse stato, invece che rinuncia, effettivo accrescimento in conseguenza dell'eredità” (Corte Conti, sez. I, 12 novembre 2008 n. 486, FACS, 2008, 11, 3175 per una fattispecie relativa ad indebita percezione di ratei pensionistici, cfr. Corte Conti, reg. sez. giurisd., 20 febbraio 1996, n. 459, RCC, 1996, fasc. 2, 179; relativamente ad indebita percezione di assegni accessori al trattamento pensionistico di guerra percepiti dalla defunta madre: Corte Conti, reg. sez. giurisd., 22 novembre 1994 n. 159/G; quanto ad ingiunzione di pagamento dei contributi dovuti all'INPS in conseguenza di omissioni contributive: Pret. Ferrara, 1 febbraio 1990, Lavoro e prev. Oggi, 1990, 1553).

Anche Trib. Roma 26 giugno 1999 (AGCS, 2000, 691) conferma che sono considerati quali mai chiamati a succedere gli eredi che formalmente rinuncino a quanto loro devoluto, né sono configurabili, nei confronti dei rinuncianti, le circostanze del chiamato nel possesso dei beni, che potrebbe considerarsi erede puro e semplice, qualora manchi la prova del possesso di alcun bene dell'asse ereditario.

Ed, in effetti, il chiamato all'eredità, che abbia provato di aver tempestivamente rinunciato alla eredità medesima, non risponde neppure delle obbligazioni tributarie del “de cuius”, spettando alla amministrazione finanziaria la prova dell’eventuale invalidità di tale rinuncia (Trib. Napoli, 28 ottobre 2002, Gnap, 2002, 481; per gli stessi motivi è inefficace nei confronti del rinunciante la sanzione irrogata al defunto: Comm. trib. reg. Salerno, sez. XIX, 13 gennaio 1997, n. 116; né l'ufficio finanziario può accampare pretese, nei confronti del rinunziante medesimo, nella prospettiva di un eventuale esercizio del potere di revoca della rinunzia - ex art. 525 c.c. -, sino a quando tale potere non sia stato legittimamente esercitato: così anche Comm. trib. Centr., sez. II, 24 ottobre 1987, n. 7723, Comm. trib. Centr., 1987, I,569).

Opportuno, da ultimo, precisare come, mentre la rinunzia ad un diritto comporta la necessità che il diritto rinunziato faccia parte del patrimonio del rinunziante, il quale se ne spoglia o abbandonandolo (rinunzia abdicativa) o trasferendolo ad un soggetto determinato (rinunzia traslativa), la rinunzia all'eredità, per espressa previsione del codice civile, sia caratterizzata proprio dal mancato ingresso del diritto, oggetto della rinunzia, nel patrimonio del rinunziante.

A norma dell'art. 521 comma 1 c.c., si ribadisce, “chi rinunzia all'eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato”: dunque, i beni ereditati non sono mai entrati nel patrimonio del rinunziante né egli avrebbe potuto trasferirli ad altri.

Sulla scorta dei suddetti principi è stato anche osservato come “irrilevante si riveli la circostanza che la rinunzia sia stata effettuata a favore della figlia" (Comm. trib. Centr., sez. VIII, 13 aprile 1994, n. 1058, RDT, 1994, II, 807),

atteso che il codice civile equipara in tutto la rinunzia effettuata gratuitamente a favore di tutti coloro ai quali sarebbe devoluta la quota del rinunziante alla rinunzia effettuata “sic et sempliciter”, purché possieda i requisiti di forma previsti dall'art. 519 comma 1 c.c.; pertanto, deve ritenersi che la rinunzia all'eredità a favore della figlia, non comportando né abdicazione né traslazione di un diritto, ma avendo solo l'effetto di impedire un acquisto in capo al rinunziante, non possa essere assoggettato ad imposta di registro.