Responsabilità civile - Generalità, varie -  Michela Del Vecchio - 21/02/2018

Sul lavoro come in famiglia – Cass. Sez. II Penale, 7639/18

“Chiunque … maltratta una persona di famiglia … o a lui affidata … per l’esercizio di una professione o di un’arte è punito… “ così recita l’art. 572 c.p. che, secondo la giurisprudenza in commento, trova applicazione quando il rapporto tra il datore di lavoro ed il dipendente assume natura para familiare.

Nessuna novità, potrebbero osservare alcuni, posto che la Suprema Corte – già in altre occasioni (si ricorda fra tante Cass. Pen., Sez. VI, 22.10.14, dep. il 22.12.14, n. 53416) è intervenuta riconducendo il mobbing al reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi.

In realtà, con la sentenza in commento, la Cassazione ha definito in modo puntuale le caratteristiche della “para familiarità” nei rapporti di lavoro delimitando il campo di indagine da parte del Giudice sui rapporti datoriali e impedendo un giudizio particolaristico ma fornendo gli “elementi sintomatici” del rapporto di familiarità (presupposto dell’applicazione dell’art. 572 cp) che si potrebbe instaurare fra datore di lavoro e dipendente.

Ma procedendo con ordine. Come detto, a fronte di condotte umilianti e vessatorie (mobbing) subite da un lavoratore, le Sezioni Penali della Cassazione hanno tutelato il clima lavorativo affine a quello familiare basando l’indagine sulle dinamiche relazionali all’interno dell’azienda, sull’informalità e discrezionalità dell’esercizio delle prerogative datoriali e sulla stessa fiducia riposta dal dipendente nel regolare svolgimento del rapporto lavorativo.

Già in commento all’art. 572 cp, l’orientamento costante della giurisprudenza aderiva ad una nozione più ampia del concetto di “persone di famiglia” intendendo per tali non solo i componenti di una famiglia come delineata dalle norme civilistiche ma anche tutti coloro che – a prescindere da legami di parentela per “consuetudini di vita” condividono una parte (se non la maggior parte) della propria quotidianità.

Elemento materiale del reato in esame è poi stato sempre ritenuto non solo il “maltrattamento” in senso fisico (percosse, privazioni imposte o simili) ma anche gli atti di scherno o disprezzo, di umiliazione, di vilipendio e di asservimento che cagionino durevole sofferenza morale. L’elemento psicologico, poi, è stato sempre individuato nel dolo per quanto generico.

Ebbene, proprio da questi parametri normativi la Cassazione – con la decisione in esame – non ha inteso discostarsi rispettando così la legalità e la ragionevolezza dell’intervento penale.

La Sezione Penale della Corte così, al di là della tutela risarcitoria ex art. 2087 c.c. riservata al dipendente vittimizzato, e prescindendo dal requisito dimensionale dell’azienda, ha evidenziato che per l’atteggiarsi del rapporto di lavoro, per la durata dello stesso e per la posizione assunta dal datore di lavoro nella relazione interpersonale con i propri dipendenti, il rapporto lavorativo può definirsi di natura parafamiliare quando sono presenti: a) relazioni intense ed abituali; b) “consuetudini di vita” che si formano fra soggetti; c) soggezione di una parte nei confronti dell’altra; d) fiducia riposta dal soggetto debole rispetto a colui che assume una posizione di supremazia e da cui dunque si aspetta assistenza.

In tale ipotesi i comportamenti discriminatori e vessatori subiti dal dipendente – familiare possono integrare gli estremi dell’art. 572 c.p.