Danni - Danni -  Giovanni Catellani - 11/08/2017

Sulla prova del danno esistenziale

La Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, ha recentissimamente ribadito che “Il danno esistenziale, per poter essere risarcito, deve essere concretamente provato dal lavoratore: quest'ultimo, in particolare, deve dimostrare il complessivo peggioramento della qualità della sua vita, nelle relazioni umane e in famiglia. Non basta la mancanza di lavoro a far presumere tale danno.” (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 18506/2017; depositata il 26 luglio). Si tratta di una massima che si situa sul solco di quanto affermato da una giurisprudenza che si è consolidata dopo la sentenza n.6572 del 24 marzo 2006 delle Sezioni unite civili della Cassazione. Le Sezioni unite nella sentenza del 2006, a proposito di danno non patrimoniale conseguente ad una ipotesi di demansionamento subito dal lavoratore, avevano innanzitutto definito il danno esistenziale quale danno all’identità professionale sul luogo di lavoro, all’immagine e alla vita di relazione: quale lesione del diritto del lavoratore alla libera esplicazione della sua personalità nel luogo di lavoro, tutelato agli artt. 1 e 2 Cost. Richiamando la giurisprudenza prevalente, avevano ribadito come il danno esistenziale si configuri quale alterazione delle abitudini di vita e degli assetti relazionali del lavoratore, il quale, in caso di demansionamento, viene privato di occasioni per l’espressione e la realizzazione della sua persona nel mondo esterno. Le Sezioni unite della Suprema Corte erano state chiamate ad intervenire in modo specifico sulla questione relativa alla prova del danno esistenziale, al fine di dirimere il contrasto giurisprudenziale tra una parte della giurisprudenza che riteneva che al demansionamento conseguisse automaticamente il diritto al risarcimento del danno esistenziale e altra parte della giurisprudenza che riteneva che detto diritto debba essere provato da parte del lavoratore ai sensi dell’art.2697 c.c. Aderendo a questa seconda interpretazione giurisprudenziale, le Sezioni unite avevano statuito che è onere esclusivo del lavoratore provare che il demansionamento ha prodotto, nella prospettiva dell’art. 1223 cod. civ., una perdita rappresentata dalla diminuzione o dalla privazione di un valore personale, non patrimoniale, alla quale il risarcimento del danno deve essere commisurato, seppure in via equitativa. Secondo la citata sentenza delle Sezioni unite, “mentre il danno biologico non può prescindere dall’accertamento medico legale, quello esistenziale può invece essere verificato mediante la prova testimoniale, documentale o presuntiva, che dimostri nel processo “i concreti” cambiamenti che l’illecito ha apportato, in senso peggiorativo, nella qualità di vita del danneggiato […] all’onere probatorio può assolversi attraverso tutti i mezzi che l’ordinamento processuale pone a disposizione: dal deposito di documentazione alla prova testimoniale su tali circostante di congiunti e colleghi di lavoro. Considerato che il pregiudizio attiene ad un bene immateriale, precipuo rilievo assume rispetto a questo tipo di danno la prova per presunzioni, mezzo peraltro non relegato dall’ordinamento in grado subordinato nella gerarchia delle prove, cui il giudice può far ricorso anche in via esclusiva (tra le tante Cassazione 9834/02) per la formazione del suo convincimento, purché, secondo le regole di cui all’articolo 2727 Cc venga offerta una serie concatenata di fatti noti, ossia di tutti gli elementi che puntualmente e nella fattispecie concreta (e non in astratto) descrivano: durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro della operata dequalificazione, frustrazione di (precisate e ragionevoli) aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti la avvenuta lesione dell’interesse relazionale, gli effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto […] D’altra parte, in mancanza di allegazioni sulla natura e le caratteristiche del danno esistenziale, non è possibile al giudice neppure la liquidazione in forma equitativa, perché questa, per non trasmodare nell’arbitrio, necessità di parametri a cui ancorarsi.” La sentenza n.18506 del 2017 della Corte di Cassazione, sezione lavoro, ribadisce questi principi laddove si legge che: “La liquidazione equitativa della componente esistenziale del danno alla persona presuppone la allegazione in concreto e la prova da parte del lavoratore del complessivo peggioramento della qualità della vita, sul piano delle relazioni umane e del contesto familiare sicché non è configurabile un danno implicito nella mancanza di lavoro ma spetta all’interessato allegare precisi elementi di fatto e fornire la prova del danno, anche avvalendosi di presunzioni (in termini: Cassazione civile, sez. lav., 25/08/2014, n. 18207)”. Puntuale il richiamo alla precedente sentenza del 2014 della Suprema Corte, sezione lavoro che aveva richiamato la necessità, per il giudice del merito, di dare “contezza degli elementi dai quali sarebbe emerso il "complessivo peggioramento della qualità della vita sul piano delle relazioni umane e del contesto familiare" nel quale ha ritenuto concretizzato il danno esistenziale. Tale danno infatti, da intendere come ogni pregiudizio, di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità ne) mondo esterno, non poteva ritenersi implicito nella mancanza di lavoro conseguente all'illegittimo avviamento, considerato che esso va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo precipuo rilievo la prova per presunzioni…” La Cassazione ha pertanto cassato la sentenza della Corte d’Appello di Firenze (24/2011) che aveva affermato che il danno esistenziale era liquidabile quale danno presunto. Sulla questione della prova del danno esistenziale, restano pertanto più che mai attuali l’invito e il monito rivolto da Paolo Cendon ai colleghi avvocati sul da farsi: “…capire cos’ è davvero successo, anche il non detto, far sì che i filamenti rifluiscano per intero negli stampi di bottega; non lesinare con le allegazioni. […] Arrovellarsi di meno sulla causalità o sull’ingiustizia, dedicare metà delle energie al quantum invece – presunzioni, testimoni, cartelle: quante cause vinte sulla carta non si perdono, per non aver fatto la propria parte, al banco della prova?” (Da “I danni non patrimoniali oggi”, Trieste, 2012).