Interessi protetti - Interessi protetti -  Letizia Davoli - 31/08/2017

Telecamere in azienda: valore del consenso dei lavoratori

Commento alla sentenza della Cassazione Penale n. 22148 del 08/05/2017

La sentenza in oggetto prende in esame il delicato tema della videosorveglianza in azienda e dei presupposti necessari per la corretta installazione delle videocamere nel rispetto dei diritti dei lavoratori, delineando un radicale cambiamento rispetto al precedente orientamento giurisprudenziale.

I Giudici precisano che per l’installazione di apparecchiature (da impiegare esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale ma dalle quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori) è necessario che si sia precedentemente raggiunto un accordo tra la parte datoriale e le rappresentanze sindacali dei lavoratori, con la conseguenza che se l’accordo non è raggiunto, il datore di lavoro deve far precedere l’installazione dalla richiesta di un provvedimento autorizzativo da parte dell’autorità amministrativa (Direzione territoriale del lavoro) che faccia luogo del mancato accordo con le rappresentanze sindacali dei lavoratori.

Ne deriva che qualora manchi l’accordo o l’alternativo provvedimento di autorizzazione da parte della DTL, l’installazione dell’apparecchiatura è illegittima e deve essere penalmente sanzionata.

In passato la Corte di Cassazione si era espressa con una lettura più estensiva della norma, ammettendo che, anche in mancanza di accordo sindacale, il preventivo consenso scritto rilasciato da tutti i dipendenti escludesse l’integrazione dell’illecito (Sent. n. 22611 del 17/04/2012).

Al contrario, la sentenza in oggetto “non condivide tale impostazione e ritiene che il consenso in qualsiasi forma (scritta od orale) prestato dai lavoratori non valga a scriminare la condotta del datore di lavoro che abbia installato i predetti impianti in violazione delle prescrizioni dettate dalla fattispecie incriminatrice”.

In particolare la Suprema Corte afferma che non ha alcuna rilevanza il consenso scritto o orale concesso dai singoli lavoratori, in quanto la tutela penale è apprestata per la salvaguardia di interessi collettivi di cui, nel caso di specie, le rappresentanze sindacali, per espressa disposizione di legge, sono portatrici, in luogo dei lavoratori che, a causa della posizione di svantaggio nella quale versano rispetto al datore di lavoro, potrebbero rendere un consenso viziato.

La protezione di siffatti interessi collettivi, riconducibili nel caso di specie alla tutela della dignità dei lavoratori sul luogo di lavoro in costanza di adempimento della prestazione lavorativa, non viene meno in caso di mancato accordo tra rappresentanze sindacali e datore di lavoro, dovendo quest’ultimo comunque rimuovere l’impedimento alla installazione degli impianti attraverso il rilascio di un’autorizzazione che rientra nelle competenze di un organo pubblico, cui spetta di controllare l’interesse datoriale alla collocazione degli impianti nei luoghi di lavoro per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale, cosicché il consenso o l’acquiescenza del lavoratore non svolge alcuna funzione esimente, atteso che, in tal caso, l’interesse collettivo tutelato, quale bene di cui il lavoratore non può validamente disporne, rimane fuori della teoria del consenso dell’offeso, non essendo riconducibile al paradigma generale dell’esercizio di un diritto. …”.

 Concretamente si tratta di un cambiamento di non poco rilievo.