Lavoro - Generalità, varie -  Elena Feresin - 08/04/2020

Telecamere termografiche

Sono già in commercio.
Molte aziende si stanno già organizzando per acquistarle.
La loro installazione all’ingresso della sede aziendale (meglio all’interno dell’ambiente - indoor -onde evitare letture alterate da fattori esterni quali vento, ecc.) consentirà di rilevare la temperatura corporea di chi si appresta ad entrare (dipendente o visitatore).
Temperatura corporea che se dovesse risultare superiore a 37,5° autorizzerà l’azienda a non consentire l’ingresso a tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Ciò premesso è d’obbligo porsi una domanda - almeno fintantoché non provvederà in nostra vece un algoritmo con buona pace per le nostre sinapsi - e cioè se sia legittimo installare queste telecamere con la specifica funzione su descritta (rilevazione della temperatura corporea per la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro) nel contesto normativo oggi vigente al momento in cui si scrive questo commento.
Per dare risposta va analizzato il quadro normativo e non.
Partiamo dal documento che contiene il riferimento alla temperatura (37,5°) che farebbe scattare l’allert aziendale.
Si tratta del “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” concluso il 14 marzo 2020 “su invito del Presidente del Consiglio dei ministri, del Ministro dell’economia, del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro della salute” che  in veste di protagonisti istituzionali “hanno promosso l’incontro tra le parti sociali, in attuazione della misura, contenuta all’articolo 1, comma primo, numero 9), del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 marzo 2020, che - in relazione alle attività professionali e alle attività produttive - raccomanda intese tra organizzazioni datoriali e sindacali”.
Il richiamato Protocollo (un simil contratto capace di vincolare esclusivamente le parti che l’hanno sottoscritto, e in quanto tale privo di alcun valore normativo al di fuori di questo ambito soggettivo) al punto 2. Rubricato “Modalità di ingresso in azienda” prevede che “Il personale, prima dell’accesso al luogo di lavoro potrà essere sottoposto al controllo della temperatura corporea. Se tale temperatura risulterà superiore ai 37,5°, non sarà consentito l’accesso ai luoghi di lavoro”(1).
Il precitato Protocollo proprio per la sua natura simil contrattuale non sarà in grado di vincolare i dipendenti anche se appartenenti a un sindacato firmatario e tanto meno quelli che non appartengono ad alcun sindacato e ancor meno i terzi (cc.dd. visitatori) che nulla hanno a che fare con le parti sindacali e datoriali in questione.
Inoltre, va posto un ulteriore quesito relativamente a quale sia la legittimazione di un sindacato a sottoscrivere un siffatto Protocollo che incide direttamente sui diritti dei singoli lavoratori ad esso iscritti e sul trattamento dei loro dati particolari/sensibili attinenti lo stato di salute?
E’ risaputo che il sindacato dovrebbe essere portatore di istanze e interessi corporativi, cioè di diritti sindacali che sono tutt’altra cosa rispetto allo stato di salute del singolo dipendente unico soggetto legittimato a tutelarlo.
Anche il dato sistematico suggerisce tale interpretazione.
Infatti, nello Statuto dei lavoratori i diritti sindacali sono allocati in un titolo (Titolo II della libertà sindacale articoli 14-18) diverso da quello dedicato ai diritti dei singoli (Titolo I della libertà e dignità del lavoratore articoli 1-13).
Sta di fatto che i sindacati hanno sottoscritto il Protocollo con la convinzione che da esso discenderebbero ricadute sui diritti personali (non sindacali) dei loro iscritti (accertamento della temperatura corporea in ingresso sul posto di lavoro).
Nella ricerca di una base normativa (non contrattuale) il Protocollo si rifà al D.P.C.M. dell’11 marzo 2020 il cui articolo 1, punto 7) esordisce con un’invito (non un obbligo) e cioè che “In  ordine  alle  attivita'  produttive  e   alle   attivita' professionali si raccomanda che: (…) lettera d) assumano protocolli di sicurezza  anti-contagio  e,  laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento, con adozione di strumenti  di protezione individuale”.
Ora, dal piano contrattuale o simil contrattuale (Protocollo) ci siamo spostati al piano delle fonti normative, al cui interno il D.P.C.M. che si colloca appena tra le fonti di II grado dunque subordinate a quelle di I grado (leggi formali e materiali – decreto legge e decreto legislativo quali sono la legge 300 e il T.U. 81 citati) non fa alcun riferimento ai controlli del livello della temperatura corporea.
Esso si riferisce ai “protocolli di sicurezza  anti-contagio  e,  laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento, con adozione di strumenti  di protezione individuale”, ma nulla dice sulla rilevazione della temperatura corporea che tra l’altro è trattamento di un dato sensibile/particolare che verrebbe posto in essere dal datore di lavoro non appartenente al settore sanitario.
Pertanto, fin a questo punto della disamina l’installazione di telecamere termografiche non presenta alcuna base normativa, perché tale non è il precitato Protocollo.
Si rammenta che con nota del 02 marzo 2020 il Garante Privacy aveva bacchettato le iniziative datoriali di tal fatta, in quanto gli unici soggetti deputati a rilevare la temperatura venivano individuati negli “operatori sanitari e al sistema attivato dalla protezione civile, che sono gli organi deputati a garantire il rispetto delle regole di sanità pubblica recentemente adottate(2).
Salendo (con un percorso a ritroso) nella gerarchia delle fonti troviamo l’art. 5 dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970 e s.m.i.) che addirittura vieta gli accertamenti sanitari sui dipendenti.
Più precisamente la disposizione recita: “sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente. Il controllo delle assenze per infermità può essere effettuato soltanto attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, i quali sono tenuti a compierlo quando il datore di lavoro lo richieda. Il datore di lavoro ha facoltà di far controllare la idoneità fisica del lavoratore da parte di enti pubblici ed istituti specializzati di diritto pubblico”.
A ciò si aggiunge il T.U. 81/2008 e s.m.i. che individua nel Medico Competente l’unico soggetto deputato a svolgere gli accertamenti sanitari sui dipendenti quale consulente del datore di lavoro.
Inoltre, l’art. 9 del Regolamento UE 679/2016 contiene il divieto di trattare i dati particolari/sensibili attinenti allo stato di salute, salvo che vi sia il consenso dell’interessato (dipendente o visitatore) oppure salvo che si verifichi una delle fattispecie riportate nel II paragrafo della disposizione tra le quali compare la lettera c) relativa al trattamento “(…) necessario per assolvere gli obblighi ed esercitare i diritti specifici del titolare del trattamento o dell'interessato in materia di diritto del lavoro e della sicurezza sociale e protezione sociale, nella misura in cui sia autorizzato dal diritto dell'Unione o degli Stati membri o da un contratto collettivo ai sensi del diritto degli Stati membri, in presenza di garanzie appropriate per i diritti fondamentali e gli interessi dell'interessato”.
Se l’illegittimità derivante dall’utilizzo delle telecamere in argomento potrebbe essere bypassata per i terzi (visitatori) dal loro consenso (da esprimersi dopo aver letto apposita informativa privacy quali adempimenti da svolgere previamente rispetto alla rilevazione della temperatura), per i dipendenti tale esimente non funzionerebbe perché la normativa giuslavoristica non lo consente.
Ricapitolando: il rilevamento della temperatura corporea mediante le telecamere termografiche aziendali non trova alcun fondamento normativo, in quanto le norme lo considerano addirittura illegittimo.
Illegittimità (art. 5 legge 300/1970 e s.m.i. e T.U. 81/2008 e s.m.i.) che non potrebbe essere superata dal consenso privacy espresso dai dipendenti (dai visitatori sì).
Più dettagliatamente:
• l’articolo 9 del Regolamento UE 679/2016 legittimerebbe il trattamento del dato personale particolare/sensibile della temperatura corporea in presenza del consenso dell’interessato, ma il sindacato firmatario del Protocollo tale non è. In ogni caso il consenso del diretto interessato (dipendente) possibile sul piano del trattamento dei dati personali non riuscirebbe a legittimare tale condotta che verrebbe posta in essere in aperta violazione dello statuto dei lavoratori e del T.U. 81 citato;
• sempre l’articolo 9 del Regolamento UE 679/2016 legittimerebbe il trattamento del dato personale particolare/sensibile della temperatura corporea in assenza di consenso per assolvere gli obblighi ed esercitare i diritti specifici del titolare del trattamento o dell'interessato in materia di diritto del lavoro e della sicurezza sociale e protezione sociale” purché “sia autorizzato dal diritto dell'Unione o degli Stati membri al momento assente anzi di contrario ordine “o da un contratto collettivo” anch’esso insussistente e non surrogabile dal Protocollo richiamato;
• gli articoli 5 della legge 300/1970 e s.m.i. e il T.U. 81/2008 e s.m.i. vietano i trattamenti dei dati personali dei dipendenti da parte del datore di lavoro senza l’intermediazione del Medico Competente;
• infine, la situazione di eccezionalità cui molti si appellano per legittimare condotte contra legem non giustifica tali iniziative e ancor di meno le giustificherà una volta cessata la situazione emergenziale dichiarata a fine gennaio 2020.
In sintesi l’installazione delle telecamere termografiche rappresenta in termini pratici un’assunzione di responsabilità eccessiva da parte del datore di lavoro Titolare del trattamento dei dati personali perché vietata dalla normativa citata con ricadute sia risarcitorie sia penali (v. art. 38 Statuto dei Lavoratori).
E’ comunque presagibile che il legislatore non si farà attendere nell’adozione di misure normative (tale non è il Protocollo richiamato) che consentano l’installazione di siffatte telecamere in deroga alle disposizioni citate.
Fintantoché queste future disposizioni non entreranno in vigore - e ci si auspica che posseggano pari rango di quelle da derogare (legge o decreto legislativo) – l’utilizzo delle telecamere termografiche è condotta illegittima.

 

1. Si riporta qui la nota esplicativa del Protocollo ove viene precisato che: “La rilevazione in tempo reale della temperatura corporea costituisce un trattamento di dati personali e, pertanto, deve avvenire ai sensi della disciplina privacy vigente. A tal fine si suggerisce di: 1) rilevare a temperatura e non registrare il dato acquisto. È possibile identificare l’interessato e registrare il superamento della soglia di temperatura solo qualora sia necessario a documentare le ragioni che hanno impedito l’accesso ai locali aziendali; 2) fornire l’informativa sul trattamento dei dati personali. Si ricorda che l’informativa può omettere le informazioni di cui l’interessato è già in possesso e può essere fornita anche oralmente. Quanto ai contenuti dell’informativa, con riferimento alla finalità del trattamento potrà essere indicata la prevenzione dal contagio da COVID-19 e con riferimento alla base giuridica può essere indicata l’implementazione dei protocolli di sicurezza anti-contagio ai sensi dell’art. art. 1, n. 7, lett. d) del DPCM 11 marzo 2020 e con riferimento alla durata dell’eventuale conservazione dei dati si può far riferimento al termine dello stato d’emergenza; 3) definire le misure di sicurezza e organizzative adeguate a proteggere i dati. In particolare, sotto il profilo organizzativo, occorre individuare i soggetti preposti al trattamento e fornire loro le istruzioni necessarie. A tal fine, si ricorda che i dati possono essere trattati esclusivamente per finalità di prevenzione dal contagio da COVID-19 e non devono essere diffusi o comunicati a terzi al di fuori delle specifiche previsioni normative (es. in caso di richiesta da parte dell’Autorità sanitaria per la ricostruzione della filiera degli eventuali “contatti stretti di un lavoratore risultato positivo al COVID-19); 4) in caso di isolamento momentaneo dovuto al superamento della soglia di temperatura, assicurare modalità tali da garantire la riservatezza e la dignità del lavoratore. Tali garanzie devono essere assicurate anche nel caso in cui il lavoratore comunichi all’ufficio responsabile del personale di aver avuto, al di fuori del contesto aziendale, contatti con soggetti risultati positivi al COVID-19 e nel caso di allontanamento”.

2. Garante Privacy 02 marzo 2020 “Coronavirus: Garante Privacy, no a iniziative "fai da te" nella raccolta dei dati” ove in un passaggio della nota indicava che “I datori di lavoro devono invece astenersi dal raccogliere, a priori e in modo sistematico e generalizzato, anche attraverso specifiche richieste al singolo lavoratore o indagini non consentite, informazioni sulla presenza di eventuali sintomi influenzali del lavoratore e dei suoi contatti più stretti o comunque rientranti nella sfera extra lavorativa”.