Famiglia, relazioni affettive - Separazione, divorzio -  Antonio Arseni - 13/02/2020

Tenore di vita e liquidazione una tantum nell'assegno di separazione ed in quello di divorzio. Revisione. Recenti orientamenti giurisprudenziali

In questi ultimi tempi si è assistito ad una cospicua produzione giurisprudenziale che ha modificato sensibilmente i criteri di determinazione degli assegni periodici, di separazione e divorzio, a favore del coniuge e dei figli.

Un deciso mutamento di rotta è stato effettuato dalla sentenza c.d. “spartiacque” della S.C. 11504/2017 che, in materia di divorzio, ha sancito, come è noto, il definitivo superamento del criterio del mantenimento del medesimo tenore di vita in favore del coniuge più debole, fino ad allora alla base dell’assegno divorzile.

E, ciò, dovendosi ritenere il divorzio come estinzione del rapporto patrimoniale tra i coniugi.

Se, dunque, prima dell’intervento della Cassazione del 2017 il Tribunale poteva disporre un assegno divorzile a favore del coniuge privo dei mezzi necessari a conservare il tenore di vita vissuto in costanza di matrimonio, con il nuovo orientamento detta prospettiva muta, ancorandosi la previsione dell’assegno all’accertamento dell’autosufficienza economica del soggetto, in base a quei particolari indici rappresentati dal possesso di redditi propri, ovvero di cespiti  patrimoniali mobiliari ed immobiliari alla capacità e possibilità effettiva di lavoro, alla stabile disponibilità di una abitazione. Resiste purtuttavia la concezione che vede, nel soggetto obbligato al versamento dell’assegno, colui il quale è onerato della prova, non facile, della autosufficienza economica o del comportamento inerte a raggiugerla da parte del coniuge beneficiario.

La soluzione appena ricordata, che orienta a privilegiare, da una parte, il principio del tenore di vita (ante 2017) e, dall’altra, l’autosufficienza economica (post 2017), sono state “riequilibrate”, come è altrettanto noto, dall’intervento nomofilattico delle Sezioni Unite (Cass. 18287/2018) le quali sostanzialmente hanno sottolineato, mercé i principi solidaristici di cui all’art. 2 Cost., l’importanza di considerare la effettività della relazione matrimoniale, laddove il criterio del tenore di vita dovrebbe essere temperato dalla durata del rapporto coniugale mentre quello della autosufficienza dall’apporto del coniuge più debole alla conduzione della vita familiare. E, cioè, a quel menage familiare fatto di scelte adottate e condivise in costanza di matrimonio, spesso comportanti sacrifici e rinunce professionali e reddituali per assicurare un ruolo trainante nell’assolvimento di tutti quei compiti domestici caratteristici di un nucleo familiare. Scelte che, in quanto compiute in costanza di matrimonio e per il bene familiare, vanno considerate in una funzione equilibratrice-perequativa dell’assegno divorzile.

Di qui i compiti assegnati al Giudice al fine di stabilire se, ed eventualmente, in quale misura, debba riconoscersi  l’invocato assegno divorzile: 1) egli dovrà procedere, se del caso, a mezzo dell’esercizio di poteri officiosi attuabili anche attraverso indagini della polizia giudiziaria (Cass. 22/05/2019 n° 13902), alla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti; 2) qualora risulti l’insufficienza dei mezzi del richiedente o comunque la impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive, egli dovrà accertarne rigorosamente le cause, alla stregua dei parametri indicati dalla L. 898/1970 art. 5, comma 6, prima parte, e, in particolare, se quella sperequazione sia o meno la conseguenza del contributo fornito dal richiedente medesimo alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno dei due con sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali, in relazione all’età dello stesso ed alla durata del matrimonio; 3) egli qualificherà l’assegno rapportandolo non al pregresso tenore di vita familiare né al parametro della autosufficienza economica, ma in misura tale da garantire all’avente diritto un livello adeguato al contributo sopra richiamato.

In questo sesto, da ultimo v. anche Cass. 23/04/2019 n° 11178, la quale ha cassato la sentenza della Corte di Appello di Roma la quale aveva sancito il diritto all’assegno divorzile esclusivamente in ragione della impossibilità del coniuge beneficiario, nella specie di una donna, di conservare, con le proprie inadeguate risorse economiche, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, senza, invece, far derivare l’accertamento del diritto da una ponderazione unitaria di tutti i criteri contemplati dall’art. 5 L. 898/1970.

Dunque, lo squilibrio economico tra le parti e l’alto livello reddituale del coniuge destinatario della domanda, non costituiscono, da soli, elementi decisivi per la attribuzione e la quantificazione dell’assegno.

Il parametro della inadeguatezza dei mezzi o della impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive, va riferito sia alla possibilità di vivere autonomamente e dignitosamente, sia all’esigenza compensativa del coniuge più debole per le aspettative professionali sacrificate, per aver dato, su accordo delle parti, un decisivo apporto alla formazione del patrimonio comune ed all’altro coniuge (così da ultimo Cass. 07/10/2019 n° 24934, ma vedasi anche Cass. 28/02/2019 n° 5975, Cass. 28/06/2019 n° 17601, Cass. 26/06/2019 n° 1709, Cass. 09/08/2019 n° 21215 e 21234).

È il coniuge che richiede l’assegno a dover dimostrare che le differenze reddituali, all’epoca del divorzio, sono direttamente causate dalle vecchie scelte comuni di vita (v. Cass. 17/04/2019 n° 10781 e 10782). Particolarmente eloquente, infine, appare la recente decisione della S.C. (Cass. 09/08/2019 n° 21228) la quale ha precisato che, una volta sciolto il vincolo coniugale, ciascun ex coniuge, almeno in linea di principio, “deve provvedere al proprio mantenimento, in forza della norma sull’assegno tuttavia, tale principio è derogato, oltre che nel caso di non autosufficienza di uno degli ex coniugi, nel caso in cui il matrimonio sia stato causa di uno spostamento patrimoniale divenuto ingiustificato ex post dall’uno all’altro coniuge, spostamento patrimoniale che, in tal caso, e solo in tal caso, va corretto attraverso l’assegno in funzione compensativo-perequativa”.

“Nell’esaminare la domanda, sottolinea la S.C. nella pronuncia 21228/2019,

  • il Giudice deve verificare se, a seguito del divorzio, si sia determinata tra gli ex coniugi, come dicono le Sezioni Unite, una “rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale, sicché, se non v’è disparità, o se la disparità non è rilevate, non v’è assegno;
  • se, invece, la disparità c’è, può darsi che uno dei coniugi versi in situazione di non autosufficienza economica, autosufficienza, beninteso, non certo da intendere quale parametrata allo standard della mera sussistenza, come ritenuto da qualche fin troppo zelante decisione di merito, ma ancora ad un criterio di normalità (Cass. 07/02/2018 n° 3015), come tale necessariamente relativo, avuto riguardo alla concreta situazione del coniuge richiedente nel contesto in cui egli vive, nel qual caso l’assegno deve essere adeguato a colmare lo scarto tra detta situazione ad il livello dell’autosufficienza come individuato dal Giudice di merito;
  • in presenza di una situazione di “rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale”, può accadere altresì che detto squilibrio sia “da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari”, e cioè che gli allora coniugi abbiano, di comune accordo, convenuto che uno di essi sacrificasse le proprie realistiche prospettive professionali-reddituali agli impegni casalinghi, così da ritrovarsi, a matrimonio finito, nella condizione di casalingo-casalinga e non in quella alla quale tale coniuge avrebbe potuto ambire;
  • occorre in tale eventualità stabilire se tale squilibrio economico-patrimoniale abbia le sue radici nelle scelte compiute dagli allora coniugi nell’indirizzare l’assetto del ménage matrimoniale, tali da sacrificare le prospettive economico-patrimoniale dell’uno a favore di quelle dell’altro, sicché non rilevano squilibri economico-patrimoniali, pur sopravvenuti al matrimonio, che abbiamo altra fonte, qual è, tra le altre, la maggiore attitudine dell’uno a produrre ricchezza;
  • nell’eventualità ora menzionata, tenuto conto delle circostanze del caso, e comunque della durata del matrimonio e dell’età del richiedente, ove il contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole abbia inciso sulla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi, l’assegno è dovuto in misura adeguata.

Insomma, la correzione delle Sezioni Unite non sta a significare, mai e in nessun caso, che l’uno ex coniuge possa vivere a rimorchio dell’altro, ma soltanto che nessuno dei due ex coniugi può lucrare sulle rinunce dell’altro. Di qui il compito del Giudice, il quale deve quantificare l’assegno rapportandolo non al pregresso tenore di vita familiare, ma in misura adeguata innanzitutto a garantire, in funzione assistenziale, l’indipendenza economica del coniuge non autosufficiente, intendendo l’autosufficienza in una accezione non circoscritta alla pura sopravvivenza, ed inoltre, ove ne ricorrano i presupposti, a compensare il coniuge economicamente più debole, in funzione perequativo-compensativa, del sacrificio sopportato per aver rinunciato, in funzione della contribuzione ai bisogni della famiglia, a realistiche occasioni professionali-reddituali, attuali o potenziali, rimanendo in ciò assorbito, in tal caso, l’eventuale profilo assistenziale.”

In senso conforme vedasi, da ultimo Cass. 20.01.2020 n. 1119, la quale ha il merito di aver affrontato la importante questione “della applicabilità, nel caso concreto, dei suindicati principi,  nella ipotesi di domanda di revisione dell’assegno divorzio già riconosciuto ed  in particolari modo  se a tal fine sia necessario il previo accertamento dei giustificati motivi sopravvenuti o se  il mutamento di natura e funzioni dell’assegno divorzile, affermato dalla Corte Regolatrice, nella sua massima esperosione nomofilattica, costituisca ex sé motivo valutabile in sede di revisione dell’assegno”.

All’interrogativo così (testualmente)  posto dal Supremo Collegio, nella appena citata decisione, viene data  risposta che privilegia la prima delle due opzioni,,  fondandola  sulle seguenti considerazioni.

1)La lettera della legge (art. 9 comma 1 L. 898/1970; a) che postula l’accertamento di una sopravvenuta modifica delle condizioni economiche degli ex coniugi   idonea a mutare il pregresso assetto patrimoniale realizzato con il precedente provvedimento attributivo dell’assegno, secondo una valutazione comparativa delle condizioni suddette di entrambi le parti; b) che preclude, quindi, una nuova  ed autonoma  valutazione dei presupposti e della  entità dell’assegno, sulla base di una diversa ponderazione delle condizioni economiche delle parti stesse già compiuta in sede di sentenza divorzio; c) che richiede, nel pieno rispetto delle valutazioni espresse al momento della della attribuzione dell’assegno, la verifica se ed in che misura le circostanze sopravvenute e provate dalle parti abbiano alterato l’equilibrio così raggiunto, con conseguente  adeguamento ( o riconoscimento) dell’importo dovuto a titolo di contribuzione

2)La circostanza  che il principio in tema di statuizioni c.d. determinative, come in ispecie,   il  giudicato si forma sempre rebus sic stantibus, essendo modificabile in caso di successive variazioni di fatto, deducibili mediante l’esperimento dell’apposito procedimento di revisione

3)La funzione della giurisprudenza che è meramente ricognitiva della esistenza e del contenuto della regola iuris, non già creativa della stessa, nel  contesto di un sistema , come il nostro  di law civil, in cui l’interpretazione delle norme giuridiche, da parte della Cassazione  ed, in particolare delle Sezioni Unite, mira ad una tendenziale stabilità e valenza generale, sul presupposto, tuttavia, di un efficacia non cogente ma solo persuasiva (il giudice non crea la legge ma la dichiara), a differenza dei sistemi anglosassoni che privilegiano il c.d principio dello “stare decisis”.

Da quanto sopra consegue che il mutamento di un orientamento  giurisprudenziale reso in sede di nomofilachia non è assimilabile allo ius superveniens, come tale suscettibile di essere disatteso dal giudice di merito.

In definitiva  non sarebbe possibile la revisione dell’assegno divorzio laddove la domanda  sia giustificata da una diversa interpretazione della norma giuridica, non accompagnata dalla allegazione  circa la sopravvenienza di circostanze di fatto che vengono a modificare la situazione, tenuta presente dal giudice sull’an e sul quantum, in ciò (precisa ala S.C.)   individuandosi il significato da assegnarsi alla formula dei “giustificati motivi”  adottata nell’art. 9 legge divorzio, che possono far sorgere l’interesse ad agire per il mutamento. 

Si potrebbe dire, usando un formula processuale, che il giudizio di modifica delle condizioni, stabilite nel provvedimento di divorzio, non avrebbe una natura assimilabile ad una revisio primae istantiae e, quindi, di rivisitazione melius re perpensa delle determinazioni, già adottate in quella sede, ma di novum iudicium perché finalizzato ad adeguare la regolamentazione  dei raparti economici far i coniugi al mutamento della situazione di fatto, laddove una siffatta  modificazione incide certamente sulle loro condizioni economiche determinandone lo squilibrio 

Mette conto di rilevare, purtuttavia, che il nuovo orientamento interpretativo, inaugurato dalle Sezioni Unite, potrebbe avere incidenza (ipotesi del tutto diversa) nei giudizi in corso per la attribuzione e determinazione dell’assegno divorzile in quanto le parti potrebbero trovarsi nella impossibilità di dedurre o provare (per effetto delle preclusioni processuali) quei fatti specifici ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile (ad es. quelle circostanze idonee a valorizzare l’indicato aspetto compensativo-perequativo dell’assegno), di talché non sarebbe esclusa la possibilità, affinché possa dispiegarsi effettivamente il diritto di difesa, a che le parti  stesse siano rimesse nei poteri di deduzione e prova conseguenti alle esigenze istruttorie derivanti dal nuovo principio di diritto espresso dalle S.U. del 2018 (così Cass. 23/04/2019 n° 11178).

Superato, in materia divorzile, il criterio della disparità reddituale tra i coniugi, ai fini del mantenimento, non più atteggiandosi lo squilibrio economico tra gli stessi, quale elemento all’uopo decisivo, è bene rilevare che, anche per l’assegno di mantenimento in sede di separazione, la Corte Regolatrice, con pronuncia del 19/06/2019 n° 16405, ha avuto modo recentemente di stabilire che i suddetti principi debbono applicarsi anche in detta sede. Trattasi di un orientamento innovativo, quello inaugurato dalla S.C. con la citata ordinanza, la quale ha stabilito che “anche in relazione alla determinazione dell’assegno di mantenimento nella separazione personale dei coniugi, similmente a quanto si ritiene ormai valevole in riferimento all’assegno divorzile, il tenore di vita matrimoniale non rappresenta un parametro al quale il Giudice debba attenersi, quale criterio determinativo del quantum. Ne consegue che, soprattutto in casi di estrema brevità della convivenza matrimoniale, l’ammontare dell’assegno in favore del coniuge, anche in sede di separazione, può essere debitamente contenuto.”

Nella specie, esaminata dalla S.C. nella pronuncia 16405/2019, una giovane donna, tradita dall’ex marito ed in difficoltà economiche, si vedeva respinta la domanda di addebito e, per quanto qui interessa, quella di attribuzione di un assegno di mantenimento di € 400,00 mensili, in ragione della breve durata del rapporto matrimoniale e della irrilevanza del tenore di vita della coppia in costanza di matrimonio. Impugnata dalla donna la sentenza, la Corte di Appello territoriale riformava parzialmente la decisione di primo grado disponendo a carico dell’uomo l’obbligo di versare € 170,00 mensili a titolo di contributo al mantenimento dell’ex moglie, sulla base dei seguenti elementi: a) la differenza della capacità reddituale degli ex coniugi; b) la breve durata del matrimonio; c) la inesistenza di una condizione di agiatezza della ex moglie, costretta, per l’appunto, a tornare a vivere con i genitori. Quest’ultima ricorreva in Cassazione la quale addebitava alla Corte di Appello, l’omesso esame e richiesta della documentazione segnalata dalla donna, ad avviso della quale il Giudice di Appello avrebbe potuto ricavare maggiori informazioni sui redditi dell’ex marito, idonee a sostanziare una diversa misura del contributo di mantenimento a favore della stessa. Ma la S.C., disattendendo le osservazioni della ricorrente, riteneva, similmente a quanto ormai valevole per l’assegno divorzile, che il tenore di vita matrimoniale non rappresenta un parametro al quale il Giudice debba attenersi quale criterio determinativo del quantum: soprattutto in caso di breve durata della convivenza matrimoniale, l’ammontare dell’assegno a favore del coniuge, anche in sede di separazione, può essere debitamente contenuto in quanto, dopo l’interpretazione fornita dalle S.U. 18287/2018, la funzione di detto assegno “non è più quello di realizzare un tendenziale ripristino del tenore di vita, goduto da entrambi i coniugi durante il matrimonio, ma, invece, quello di assicurare un contributo volto a consentire al coniuge richiedente il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita matrimoniale”.

Sul punto la Ordinanza 16405/2019 si discosta rispetto al precedente orientamento che nel definire le condizioni o presupposti per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge, ha costantemente fatto riferimento, oltre che alla non addebitabilità della separazione al medesimo ed alla non titolarità, da parte di quest’ultimo, di adeguati redditi propri, ossia di redditi che consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio nonché della sussistenza di una disparità economica tra i coniugi (v. ex multis 23/10/2012 n° 18175, Cass. 11/11/2013 n° 25293, Cass. 23/05/2014 n° 11517).

È appena il caso di rilevare, a tale ultimo riguardo, che la conservazione del precedente tenore di vita da parte del coniuge beneficiario dell’assegno ha sempre costituito, nella giurisprudenza, un obiettivo tendenziale di talché esso va perseguito nei limiti consentiti dalle condizioni economiche del coniuge obbligato e dalle altre circostanze richiamate dall’art. 156 CC.

La determinazione dei limiti entro i quali sia possibile perseguire il suddetto obiettivo è riservata al Giudice di merito, al quale spetta la valutazione comparativa delle risorse dei coniugi al fine di stabilire in quale misura l’uno debba integrare i redditi insufficienti dell’altro onde consentire a questi di conservare un tenore di vita avuto in regime di convivenza, da valutarsi con riferimento al contesto nel quali i coniugi hanno vissuto durante il matrimonio, quale situazione condizionante la qualità e quantità delle esigenze dall’avente diritto all’apporto (v. Cass. 27/09/2012 n° 1648, Cass. 19/10/2006 n° 22500).

In buona sostanza, nella determinazione dell’assegno di mantenimento in sede di separazione, deve tenersi conto del tenore di vita normalmente godibile in base ai redditi percepiti dai coniugi (v. da ultimo Cass. 20/03/2018 n° 6886 e Cass. 15/01/2019 n° 770).

Tale interpretazione, prima dell’arresto rappresentato da Cass. 16405/2019, trova la propria giustificazione nella considerazione che con la separazione personale, il vincolo coniugale permane e conseguentemente resta fermo il dovere di assistenza materiale tra i coniugi, che non è incompatibile con detta condizione, caratterizzata solo da una sospensione degli obblighi di natura personale (quali la fedeltà, la convivenza e collaborazione) e che è connotata da un contenuto affatto diverso dalla solidarietà post-matrimoniale, che, viceversa, costituisce il presupposto per il riconoscimento dell’assegno divorzile.

Da quanto sopra detto, si ricava riassuntivamente come, allo stato, scopo dell’assegno divorzile non risulta essere quello di garantire il tenore di vita endo-coniugale, ma quello di assicurare il riconoscimento del contributo dato dall’ex coniuge alla formazione del patrimonio familiare.

Trattasi di una funzione composita, quella attribuita all’assegno divorzile, in quanto il suo riconoscimento, lungi dall’assurgere a garanzia della conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio, assolve ad una funzione assistenziale – laddove un coniuge non sia economicamente autosufficiente e cioè non abbia mezzi adeguati o sia nell’impossibilità di procurarseli – e ad una funzione perequativa-compensativa, nella misura in cui, a fronte di un oggettivo squilibrio economico tra la condizione patrimoniale delle due parti, attribuisce rilievo alle ragioni che hanno condotto alla suddetta situazione di squilibrio quanto le stesse siano scaturite da scelte comuni adottate in costanza di matrimonio, per le quali una delle parti dell’unione abbia rinunciato a sviluppare la propria capacità reddituale e, specularmente, abbia contribuito allo sviluppo di quella del partner.

Tale scopo può essere raggiunto attraverso una corresponsione periodica o anche, come sovente accade,  attraverso una unica soluzione c.d. una tantum.

Tale possibilità è espressamente prevista dal comma ottavo dell’art. 5 della legge sul divorzio, il quale prevede, per l’appunto, la possibilità di corrispondere l’assegno in un’unica soluzione “su accordo delle parti” e ove essa “sia ritenuta equa dal Tribunale”. “In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico”. Trattasi, quindi, per espressa disposizione di legge, come correttamente opinato dal Tribunale di Modena 05/01/2017 n° 85 (in De Jure Giuffrè 2017), di una eccezione al principio generale di modificabilità delle condizioni di divorzio. Leggasi, in tal senso, anche Cass. 05/05/2016 n° 9054 e Cass. 08/03/2012 n° 3635.

L’assegno una tantum, dunque, consiste in un importo forfettario e svolge la stessa funzione dell’assegno di mantenimento di cui sopra si è visto, la cui entità però non è completamente rimessa alla discrezione delle parti in quanto il Giudice può interloquire sulla stessa verificando se la misura calcolata dalle stesse “sia equa”.

Il controllo “di equità” si affida normalmente a quel criterio utilizzato per determinare il capitale da conferire per la costituzione di una rendita vitalizia ed il tasso di interesse di riferimento è quello di mercato per i titoli a lungo termine. Ragion per cui, secondo la giurisprudenza, l’assegno una tantum andrebbe quantificato secondo il seguente conteggio: rendita annuale calcolata sulla base del presunto assegno divorzile dovuto all’altro coniuge moltiplicata per il coefficiente fisso relativo all’età di cui alla tabella sull’usufrutto (allegata al DPR 131/1986).

Purtuttavia accade  che per la liquidazione una tantum si possano utilizzare criteri di determinazione più elastici, come, ad esempio, il calcolo effettuato sulla base di una percentualedel TFR (50% o più), ovvero attraverso la cessione gratuita di un bene immobile spesso la metà della abitazione familiare a favore dell’altro coniuge.

Se, dunque, il “tenore di vita” matrimoniale, secondo l’ultimo intervento della S.C., non rappresenterebbe, anche in sede di separazione, un parametro al quale il Giudice deve attenersi quale criterio determinativo del quantum, similmente a quanto ormai valevole in sede divorzile, detta “equiparazione” è da escludersi con riferimento alla corresponsione “una tantum” dell’assegno di mantenimento nella separazione.

Ma su detta questione si registrano, in dottrina e giurisprudenza, opposte opinioni ammettendosi, da una parte, la possibilità di liquidare, in una unica soluzione, il diritto al mantenimento del coniuge separato sulla base, in particolare, della considerazione dell’assenza di disposizioni ostative (v. ad esempio, in dottrina, Ceccherini, Oberto, Dogliotti, dall’altra (es.Scardulla, Tondo) l’esatto contrario, ciò fondandosi sull’asserito carattere indisponibile del diritto in discorso , per via della ritenuta applicabilità dell’art. 160 CC. Tale è sostanzialmente la ragione per cui la Cassazione, con una recente decisione 30/01/2017 n° 2224 (v. anche Cass. 06/09/2019 n° 22401) ha stabilito “che l’accordo stipulato dai coniugi in sede di separazione,  con il quale si fissa il regime giuridico-patrimoniale in vista di un eventuale futuro divorzio, è da considerarsi nullo per illiceità della causa. Nella specie  la S.C. ha cassato la pronuncia del giudice di secondo grado che aveva attribuito alla dazione di un assegno con una ingente somma “la valenza di corresponsione una tantum non solo dell’assegno di separazione, ma anche di quello divorzile”. Per i giudici di legittimità la  causa di tali accordi è nulla perché si tratta di patti stipulati in violazione del principio fondamentale, espresso dall’articolo 160 del CC, di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, che non tengono conto della natura assistenziale dell’assegno, previsto a tutela del coniuge più debole, che rende indisponibile il diritto a richiederlo. Dunque, la disposizione dell’articolo 5 comma 8 della legge 898/1970 secondo la quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione, ove ritenuta equa dal Tribunale, senza che si possa in tal caso proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico, non sarebbe applicabile al di fuori del giudizio di divorzio.

Ma abbiamo già detto che, in subiecta materia, la questione non può dirsi così pacifica, come sembrerebbe, segnalandosi che la stessa Cassazione, in precedenza, ha avuto modo di precisare che al contrario sarebbe valida la pattuizione, facente parte dell’accordo di separazione consensuale, “secondo cui la obbligazione di mantenimento deve essere adempiuta dal marito, anziché a mezzo di una prestazione periodica, con l’attribuzione definitiva alla moglie della proprietà di beni mobili o immobili, o di capitali in denaro. Tale attribuzione pertanto è , a sua volta, valida ed estingue totalmente e definitivamente la predetta obbligazione, senza che in contrario rilevino il carattere non permanente dello stato di separazione e la possibilità che successivamente sorga, a carico del marito l’obbligo degli alimenti.

Il tema della ammissibilità della contribuzione una tantum, di cui si sta discutendo, si è sviluppato sotto altri profili che qui meritano di essere accennati.

Così è stato ritenuto, in giurisprudenza, che in sede di procedimento semplificato di separazione o divorzio innanzi all’Ufficiale dello Stato Civile, ai sensi dell’art. 12 DL 132/2014 convertito in L. 162/2014, l’accordo delle parti non potrebbe contenere patti ad effetti reali in merito alle condizioni economiche connesse alla separazione e divorzio (come un trasferimento immobiliare) essendo comunque ammesso l’assegno una tantum (v. CdS 26/10/2016 n° 4478, TAR Lazio Sez. I Roma 07/07/2016 n° 7813). Così ancora è stata ritenuta la inammissibilità della c.d.”una tantum” reciproca, in sede di divorzio (Tribunale di Milano 16/04/2015 in De Jure Giuffrè 2015).

È ammissibile anche la precisione di un pagamento una tantum a favore dei figli in sostituzione dell’assegno di mantenimento periodico (v. Cass. 02/02/2005 n° 2018, Cass. 17/06/2004 n° 11342, Cass. 23/09/2013 n° 21736).

È appena il caso di ricordare, al riguardo, che una recente decisione del Tribunale di Pavia 20/09/2016 (in De Jure Giuffrè 2016) ha ritenuto come la eventuale dazione, in una unica soluzione, pur ammissibile, non potrebbe mai rappresentare una ipotesi liberatoria per il soggetto che la esegue, potendo il relativo contributo essere rideterminato ove non più rispondente ai criteri di cui all’art. 316 bis CC.

Nel caso di specie, due genitori intendevano disciplinare in anticipo situazioni relative ad un periodo molto lungo senza considerare eventuali sopravvenienze relative a se stessi o ai figli minori per effetto delle quali la prestazione - consistente nel versamento, da parte di un genitore nei confronti dell’altro, di un importo una tantum, per contributo al mantenimento dei due figli minori, che la madre, priva di reddito da lavoro, avrebbe dovuto approntare e sostenere fino al raggiungimento della loro indipendenza economica -si prospettava come potenzialmente idonea a garantire il rispetto del criterio inderogabile di proporzionalità negli oneri della prole e, dunque, di assicurare che la partecipazione dei genitori fosse oggettivamente modulata, con riguardo alle capacità di entrambi nel corso del tempo. Di qui il rigetto della domanda attinente la dazione una tantum e la convocazione dei genitori avanti il Tribunale allo scopo di individuare soluzioni differenti in merito alla compartecipazione paterna nelle spese di mantenimento dei figli.

Con riguardo agli aspetti processuali è stato stabilito (v. Cass. 28/02/2018 n°4567) che la domanda di assegno una tantum non può desumersi, implicitamente, dal richiamo a quanto concordato dagli stessi coniugi in sede di separazione consensuale, mentre per quanto riguarda quelli fiscali, la Corte Regolatrice ha ribadito, da ultimo (sentenza 12/11/2019 n° 29178) il principio della indeducibilità ai fini IRPEF dell’assegno una tantum e la non tassabilità dello stesso importo in capo al percettore. Il principio, consolidatosi nel tempo (v. in senso conforme ex multis Cass. 28/06/2012 n° 11022, Cass. 06/11/2006 n° 23659) si applica anche nel caso di rateizzazione del pagamento concordato trattandosi soltanto di una diversa modalità di liquidazione dell’importo pattuito tra le parti.

Per finire, appare importante rammentare che l’assegno divorzile in unica soluzione, impedisce al coniuge che l’ha percepito di poter aver diritto alla pensione di reversibilità (Cass. S.U. 24/09/2018 n° 22434).