Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Alceste Santuari - 28/12/2018

Terzo settore, Ires e scelte governative

Il dietro-front annunciato dal Presidente e dai due Vice-presidenti del Consiglio dei Ministri indica, in disparte altre considerazioni e valutazioni, che l’Esecutivo mostra di aver compreso il danno che l’abolizione della riduzione dell’Ires a favore degli enti del terzo settore rischia di provocare.

Benché il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali abbia sostenuto che la disposizione contenuta nella manovra di Bilancio 2019 era finalizzata a colpire il falso volontariato ovvero il falso non profit, non può revocarsi in dubbio che trattasi di una norma che si palesa come errata per almeno due ordini di motivi.

Il primo è riconducibile al ruolo e alle funzioni svolti dalle organizzazioni non profit, mentre il secondo attiene all’impatto sociale realizzato dalle realtà in parola. Per quanto attiene al primo profilo, anche il Premier Conte ha dovuto riconoscere che “Le iniziative di solidarietà degli enti non profit, anche alla luce del principio di sussidiarietà, rappresentano uno strumento essenziale per un’efficace politica di inclusione sociale e di effettiva promozione della persona. Il Governo ha ben presente tutto questo e al Terzo settore sin dall’inizio ha dedicato grande attenzione”.

Si tratta di un riconoscimento che naturaliter pertiene proprio al ruolo e alle funzioni che da secoli il non profit svolge nel nostro Paese. In quest’ottica, la nostra Costituzione riconosce agli enti non lucrativi (che si differenziano da quelli lucrativi non soltanto per la specifica destinazione degli utili eventualmente conseguiti ma soprattutto per la mission perseguita) la responsabilità, unitamente agli enti pubblici, di realizzare finalità di carattere pubblico, finanche di contribuire a garantire la fruizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili (art. 117, comma 2, lett. m), Cost).

Si tratta di una funzione sociale che la Riforma del Terzo settore ha voluto ribadire, rafforzare e promuovere, tanto che le agevolazioni fiscali in essa contenute sono state disegnate proprio in ragione della particolare finalità che le organizzazioni non profit sono chiamate a conseguire. Sono, infatti, le finalità precipue perseguite dagli enti del terzo settore a definirne caratteristiche, organizzazione interna, governance, rapporti con la P.A. e, conseguentemente, anche le provvidenze fiscali a loro favore.

Il secondo profilo riguarda al contributo che gli enti del terzo settore realizzano in termini di attività, di interventi, di azioni e di effettiva erogazione di servizi di interesse pubblico. In un periodo storico come quello attuale, in cui anche in Italia si registrano situazioni in cui i cittadini non riescono nemmeno ad accedere ai servizi sanitari che il sistema di welfare dovrebbe garantire a tutti, le associazioni, le fondazioni e le imprese sociali che operano a livello territoriale, costituiscono spesso gli unici “terminali” presso cui le persone, in specie più fragili, si possono rivolgere.

Ritornare sui propri passi, come annunciato dai rappresentanti del Governo nei giorni scorsi, significa affermare la primazia, anzi la equiordinazione delle organizzazioni non profit al sistema pubblico: le prime, unitamente al secondo, rappresentano l’espressione dei corpi intermedi ai quali i Padri costituenti e molte leggi ordinarie che si sono susseguite nel corso dei decenni (si pensi, per tutte, alla istituzione del SSN del 1978 e alla riforma dell’assistenza del 2000) hanno inteso assegnare la fondamentale missione di assicurare ai cittadini l’accesso ai servizi di welfare.

In ultima analisi, non si tratta tanto di rivendicare un privilegio ovvero un trattamento di favore in ragione di una presunta bontà a priori, quanto di difendere e riconoscere realtà organizzate che – come già la storia di questo Paese ci ha consegnati – sono in grado, in forza della specifica formula giuridica adottata, delle motivazioni ideali che le caratterizzano, nonché delle finalità perseguite di approntare risposte, spesso anche innovative, ai numerosi bisogni (sempre più complessi) che emergono dalla società civile.

La riforma del terzo settore ha voluto coniugare finalità perseguite, forme giuridiche adottate, impatto sociale prodotto e agevolazioni fiscali da riconoscere come quattro elementi fondanti l’azione e l’intervento degli enti non profit. La retromarcia del governo dovrebbe controbilanciare l’inserimento di una disposizione normativa censurabile per almeno due ordini di motivi: il primo riguarda l’incoerenza, anzi la contraddizione rispetto alla riforma del terzo settore; il secondo attiene alla non comprensione di un asset imprescindibile della società civile, dalla quale promanano gli enti non profit, ai quali, dunque, lo Stato, in ragione delle finalità e dei beni e servizi prodotti, accorda talune agevolazioni fiscali, che permettono agli enti in parola di svilupparsi e conseguire, in questo modo, la loro missione sociale.