Persona, diritti personalità - Riservatezza, privacy -  Mattia Sgarbossa - 25/05/2020

Trattamento dei dati personali nel contesto lavorativo nell'ambito dell'emergenza Covid-19: i chiarimenti del Garante Privacy

Il recente intervento dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, attraverso il proprio sito istituzionale, ha portato chiarezza circa la portata e il limite delle azioni permesse dai datori di lavoro, pubblici e privati, in ordine alle misure da adottare per il contrasto al diffondersi dell’epidemia di Covid-19, fornendo le linee guida per operare il bilaciamento tra l’esigenza di tutelare la salute pubblica nei luoghi di lavoro e il diritto del lavoratore alla riservatezza dei propri dati personali.

Le risposte del Garante traggono origine dai dubbi applicativi connessi all’attuazione del  Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro sottoscritto da Governo e parti sociali in data 14 marzo 2020 come integrato in data 24 aprile 2020 (qui allegato), destinato a influire sulla quotidianità lavorativa di molti nei mesi a venire. 

Misurazione della temperatura corporea. 

E’ prevista dal Protocollo sopra citato  la rilevazione della temperatura corporea del personale dipendente per l’accesso ai locali aziendali, nonchè degli utenti in generale (clienti, fornitori, visitatori) nel caso in cui per questi ultimi non sia predisposta una via di accesso all’azienda dedicata. 

Ricorda a tal riguardo il Garante che la rilevazione in tempo reale della temperatura corporea, quando è associata all’identità dell’interessato, costituisce un trattamento di dati personali ai sensi dell’art. 4, par. 1 e 2 del Regolamento (UE) 2016/679. 

In virtù del principio di minimizzazione del trattamento di cui all’art. 5 par. 1 lett. c) del citato Regolamento, non è però ammessa la registrazione del dato relativo alla temperatura corporea rilevata ai dipendenti, bensì unicamente della sola circostanza del superamento della soglia stabilita dalla legge, e sempre che sia necessario documentare le ragioni che abbiano impedito l’accesso al luogo di lavoro.

Diversamente, viene raccomandato di non procedere alla registrazione del dato relativo alla temperatura corporea rilevata a clienti, fornitori o visitatori, anche qualora superiore alla soglia prevista dalle disposizioni emergenziali, non essendo necessario di regola, nei confronti di tali soggetti, registrare il dato relativo al diniego all’accesso nell’azienda. 

In  breve, si raccomanda ai datori di limitarsi alla sola rilevazione della temperatura, senza procedere a registrazione del dato superiore alla soglia, fuorchè nei confronti dei dipendenti e al solo fine di documentare il diniego di accesso ai locali aziendali.   

Informazioni sui rischi di esposizione al contagio e accesso alla sede di lavoro. 

Rammenta il Garante che grava sul dipendente, ai sensi dell’art. 9 D. Lgs. 81/2008, l’obbligo di di segnalare al datore di lavoro qualsiasi situazione di pericolo per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro. 

Sulla base del citato Protocollo condiviso, una delle misure di prevenzione e contenimento del contagio che i datori di lavoro sono tenuti ad adottare è il divieto di accesso ai luoghi di lavoro a chi, negli ultimi 14 giorni giorni, abbia avuto contatti con soggetti risultati positivi al Covid-19 o provenga da zone a rischio secondo le indicazioni dell’OMS. 

Ammonisce il Garante che, in ogni caso, i dati raccolti dovranno essere necessari, adeguati e pertinenti ai fini di prevenzione del contagio, con esplicito divieto a richiedere informazioni aggiuntive in merito alle generalità della persona risultata positiva, alle località visitate, o a ogni altro dettaglio della sfera privata del soggetto interessato. 

Compiti del medico competente. 

Permane in capo al medico competente il divieto di informare il datore di lavoro circa le specifiche patologie occorse ai lavoratori.

E’ facoltà di costui sottoporre i lavoratori a visite straordinarie, come vera e propria misura di prevenzione di carattere generale, sempre nel rispetto dei principi di protezione dei dati personali. 

E’ compito del medico competente collaboare con il datore di lavoro e i Rappresentati dei lavoratori per la sicurezza al fine di proporre le misure di regolamentazione sanitarie legale all’emergenza, e segnalare al datore di lavoro situazioni di particolare fragilità e patologie attuali o pregresse dei dipendenti. Per l’effetto, il medico competente dovrà provvedere a raccomendare al datore di lavoro quei casi specifici in cui reputi che la particolare condizione di fragilità connessa anche allo stato di salute del dipendente ne suggerisca l’impiego in ambiti meno esposti al rischio di infezione, senza necessità di comunicare la specifica patologia sofferta dal lavoratore. 

Comunicazione delle generalità dei dipendenti contagati. 

In via generale è fatto divieto ai datori di lavoro di comunicare le generalità dei dipendenti che abbiano contratto la malattia; eccezione contemplata è la comunicazione dei dati alle Autorità sanitarie competenti,  al fine della individuazione dei contatti stretti per dar seguito alle procedure di contenimento e profilassi. 

Sussiste al contrario il divieto di comunicazione di tali dati al Rappresentate dei lavoratori per la sicurezza, benchè in capo a quest’ultimo continuino a gravare i compiti consultivi, di verifica e coordinamento verso il medico competente e il datore di lavoro in ordine all'individuazione delle misure di prevenzione più idonee a tutelare la salute dei lavoratori, all’aggiornamento del DVR, alla verifica dell’inosservanza dei protocolli interni. 

Pari divieto di comunicazione sussiste nei confronti di altri dipendenti e colleghi del soggetto contagiato: si ricorda infatti che solo all’Autorità sanitaria spetta il compito di informare i contatti stretti del lavoratore contagiato, al fine dell’attivazione delle misure di contenimento e profilassi. 

Si riconosce, come eccezione, che la stessa Autorità sanitaria possa richiedere al datore di lavoro di comunicare informazioni sul lavoratore contagiato per la ricostruzione della filiera dei contatti di quest’ultimo, e solo nei limiti finalità di prevenzione dal contagio da Covid-19. 

Test sierologici sui dipendenti. 

E’ consentito al datore di lavoro di richiedere l’effettuazione di test sierologici ai propri dipendenti solo nella misura in cui detti test siano disposti dal medico competente e, in ogni caso, nel rispetto delle indicazioni fornite dalle Autorità sanitarie. 

Ricorda infatti il Garante che solo il medico competente può stabilire la necessità di particolari esami clinici e biologici  e suggerire l’adozione di mezzi diagnostici, qualora siano ritenuti utili al fine della tutela della salute pubblica nei luoghi di lavoro. 

E’ fatto divieto al datore di lavoro di trattare le informazioni relative alla diagnosi e all’anamnesi familiare del lavoratore, potendo costui solamente trattare i dati relativi al giudizio di idoneità alla mansione specifica, alla riammissione al lavoro e alle eventuali prescrizioni o limitazioni che il medico competente può stabilire come condizioni di lavoro.

E’ comunque facoltà del datore di lavoro, eventualmente coinvolto dal dipartimento di prevenzione locale, pubblicizzare campagne di screening avviate dalle Autorità sanitarie locali presso i propri dipendenti, i quali potranno liberamente aderire, oltre che offrire a costoro, anche a proprie spese,  l’effettuazione di test sierologici presso strutture sanitarie pubbliche e private, senza poter però essere informato sull’esito dell’esame.